Mukhtar BabayevI lati oscuri del presidente della prossima conferenza sul clima

Al di là della sua esperienza nell’azienda petrolifera statale, l’attuale ministro dell’Ecologia dell’Azerbaijan è stato descritto come un negoziatore morbido e non indipendente. Un biglietto da visita preoccupante, soprattutto dopo il ruolo di Sultan Al Jaber alla Cop28

Mukhtar Babayev alla Cop28 di Dubai (AP Photo/LaPresse)

Dopo il sultano petroliere, il ministro dell’Ecologia con un passato ultraventennale nella più grande azienda petrolifera del suo Paese. Settimana scorsa il governo dell’Azerbaijan ha nominato il ministro dell’Ecologia e delle Risorse naturali del Paese, Mukhtar Babayev, come presidente della Cop29, la prossima conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici, in programma a novembre nella capitale Baku. 

È l’ennesimo uomo chiamato a presiedere la Cop: in ventinove edizioni finora solo quattro donne hanno avuto la possibilità di ricoprire questo incarico. Ma la nomina del ministro azero sta già facendo discutere per altri motivi. Come già successo per la nomina del suo predecessore, il sultano Ahmed Al Jaber, amministratore delegato della principale compagnia petrolifera emiratina (Adnoc) e presidente della Cop28 organizzata a Dubai, la scelta di Babayev ha suscitato molte critiche. Ambientalisti, accademici e media sono infatti preoccupati che il suo passato lavorativo possa influenzare gli sviluppi del prossimo summit l’attuale ministro dell’Ecologia ha lavorato per ventisei anni in Socar, l’azienda petrolifera statale dell’Azerbaijan. 

Michael Mann, considerato tra i massimi esperti mondiali nello studio dei cambiamenti climatici, aveva già criticato in precedenza il coinvolgimento di persone legate al settore petrolifero nella conferenza dell’Onu e, dopo la notizia della nomina di Babayev, ha scritto su Twitter/X: «Sembra proprio che i Paesi membri della Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici non abbiano raccolto il nostro messaggio». Altri attivisti sono stati ancora più duri: Collin Rees di Oil change international ha dichiarato ad Afp che la nomina di Babayev «ci spinge più vicino al baratro».

L’esperienza lavorativa del ministro azero è comunque espressione fedele della situazione e degli interessi dell’Azerbaijan, un Paese che, secondo le stime dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), basa il sessanta per cento della propria spesa pubblica proprio sulle entrate derivanti da petrolio e gas. In totale i combustibili fossili rappresentano il novantotto per cento delle fonti energetiche del Paese. 

Questi dati, insieme al comportamento sempre più autoritario del governo del presidente Ilham Aliyev, al potere dal 2003, hanno fatto fin da subito storcere il naso a molti attivisti per l’ambiente e per i diritti umani. Ad esempio, Human rights watch ha ricordato il «record di orrendi crimini contro i diritti umani» commessi dall’esecutivo azero (come la censura dei media e la repressione degli oppositori). 

Inoltre in molti hanno criticato l’aggressività dell’Azerbaijan che ha portato, nell’ottobre del 2023, alla conquista del Nagorno-Karabakh, una regione al confine con l’Armenia riconosciuta come territorio azero, ma governata de facto da indipendentisti armeni fino alla fine dello scorso anno.

Non a caso, quando a dicembre è stata resa nota la scelta del suo Paese come sede della prossima Cop, Babayev ha immediatamente annunciato la sua intenzione di trasformare il Nagorno-Karabakh «in una zona a zero emissioni di carbonio entro il 2050». Questi annunci non possono far dimenticare l’esodo della popolazione armena dalla regione dopo la conquista azera, ma segnalano l’attenzione che, almeno a parole, il ministro dell’Ecologia ha finora dato ai temi ambientalisti.

Nel corso della sua esperienza da ministro, iniziata nel 2018, Babayev ha più volte incoraggiato il suo Paese e i suoi concittadini ad attuare scelte più rispettose dell’ambiente, ricordando come ad esempio l’abbassamento dei livelli delle acque nel Mar Caspio sia causato dal cambiamento climatico. 

Anche durante il suo periodo dentro la Socar ha cercato di imprimere una rotta più ambientalista alle scelte energetiche del proprio Paese: dopo gli inizi nel reparto marketing è diventato vicepresidente del dipartimento “affari ecologici”, che si occupa soprattutto di riparare i danni ambientali commessi dalla Socar stessa. 

Le preoccupazioni nei confronti di Babayev come presidente della Cop29 non sembrerebbero legate solo al suo passato nell’industria del petrolio, ma anche a un carattere troppo accondiscendente e alla sua poca esperienza nel campo della diplomazia internazionale: di recente un negoziatore presente all’ultima Cop lo ha descritto come «morbido», aggiungendo di non ritenerlo «una persona indipendente in grado di spingere per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili a livello globale». 

Il ruolo di Babayev alla Cop29 non sarà infatti solo di facciata, ma, in qualità di presidente, dovrà far trovare la quadra ai rappresentanti di circa duecento Paesi per contrastare il cambiamento climatico. Una sua scarsa esperienza diplomatica combinata a un passato nell’industria petrolifera non sembrano essere il miglior biglietto da visita.

C’è comunque un aneddoto raccontato dall’ex ambasciatrice americana in Azerbaijan, Anne Derse, che lascia spazio a un maggiore ottimismo. La diplomatica ha recentemente raccontato di aver conosciuto Babayev alla fine degli anni Duemila; l’allora dirigente della Socar le aveva detto di voler «cambiare la mentalità degli azeri» sulle questioni ambientali e di puntare a rendere l’azienda più aperta alle fonti di energia rinnovabili, ma le aveva anche confidato di scontrarsi spesso con i colleghi che invece volevano mantenere lo status quo.

Chi è, davvero, Babayev? Il petroliere pronto a frenare il cambiamento climatico o l’ambientalista frenato finora dagli interessi economici del suo Paese o della sua azienda? La Cop29 potrebbe essere la prova del nove per scoprirlo.

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