Sesso deboleL’origine dell’esclusione femminile dai diritti riservati agli uomini

In “Una storia dei diritti delle donne” (Il Mulino), Alessandra Facchi e Orsetta Giolo percorrono a ritroso il difficile processo di affermazione femminile e rivelano come la donna sia sempre la stessa, a prescindere dalla classe sociale o dalla provenienza

Pexels

Uno sforzo comune sembra unire laici, religiosi, letterati, medici e giuristi dal Dodicesimo al Quindicesimo secolo: ricondurre a un unico modello la molteplicità delle donne e delle loro vite – religiose, contadine, commercianti, donne del popolo e delle classi elevate, delle città e delle campagne. Si tratta di un modello che naturalizza l’essere femminile con caratteri che sono arrivati fino a oggi.

Rappresentazioni simili si trovano nella letteratura teologica, nella manualistica di maggiore diffusione e in quella protoscientifica. In una società in trasformazione, uomini appartenenti a diverse categorie si occupano delle donne tracciando un sapere che a partire da dati caratteriali e fisiologici ne determina le attitudini e i destini.

Un legame necessario tra i caratteri e le capacità attribuiti alle donne e il loro corpo viene identificato e costantemente rafforzato fin dalla medicina medievale, anche attraverso fantasiose interpretazioni dell’anatomia femminile. […] I ruoli attribuiti alle donne si appoggiano dunque su loro caratteristiche biologiche e sessuali, prima tra tutte la maternità.

La medicina medievale cerca e trova le prove nel corpo femminile di teorie che riducono la donna alla sua dimensione corporea, destinata al parto, all’allattamento, all’affettività e alla cura, da cui l’incapacità di giudizi equilibrati, l’assoggettamento agli istinti, agli affetti, agli impulsi. Un insieme di caratteri che la ragione maschile deve contenere e disciplinare.

Nella scienza medica in formazione si diffondono dunque visioni del corpo e della fisiologia femminile che rafforzano la rappresentazione di tratti comportamentali e morali comuni a tutte le donne. Si arriva a ricondurre gli elementi di irrazionalità e inaffidabilità alla biologia femminile e in particolare a quegli aspetti che le identificano in modo evidente rispetto agli uomini come l’utero e le mestruazioni.

Prende forma una rappresentazione della donna trasversale ai diversi linguaggi che si alimentano e rafforzano l’un l’altro. Caratteri fisiologici e biologici sono associati ad attitudini morali e forniscono argomenti a fondamento delle norme giuridiche che dispongono il confinamento e la tutela femminile. Si tratta, spesso, di assunti culturalmente radicati e considerati naturali e dunque che non richiedono di essere dimostrati. Infatti, se in generale la qualificazione di un carattere, un comportamento, una norma come naturale assolve una fondamentale funzione di legittimazione, ciò è particolarmente evidente nella storia dei diritti delle donne.

La scienza è fin dalle origini una sfera d’azione prettamente maschile, tanto che ancora oggi le donne vi accedono con maggior difficoltà. Un’esclusione, questa, che può essere rintracciata fin dalle origini del sapere scientifico in Europa, i cui primi esponenti sono nella maggior parte religiosi. Se le donne sono per secoli escluse dal sapere scientifico che, come quello giuridico, è tradizionalmente riservato agli uomini, il sapere maschile – nelle sue articolate declinazioni religiose, giuridiche e mediche – legittima la discriminazione e il confinamento delle donne.

La donna, i suoi compiti, il suo spazio
Non è solo in ambito religioso che gli uomini si occupano di descrivere i caratteri della femminilità e di indicare alle donne come si devono comportare. Tra il Tredicesimo e il Quindicesimo secolo sono sempre più numerosi gli scritti volti a fornire modelli di comportamento per le donne indicando loro le condotte da tenere e le virtù da perseguire. Nel corso del Quindicesimo secolo si sviluppa un grande interesse per le problematiche della famiglia e prende forma una letteratura pastorale e pedagogica ricca di prescrizioni che diventano via via più dettagliate e si ispirano alla modestia, alla non visibilità del corpo come dell’anima, alla sobrietà nei costumi, alle virtù domestiche.

Le distinzioni più diffuse nella letteratura medievale sulle donne sono due: quella tra vergini, maritate e vedove – dunque una classificazione delle donne in relazione all’uomo e alla famiglia – e quella fondata sull’età – giovani e vecchie. Restano escluse le meretrici che costituiscono una categoria a sé stante. Tutte le distinzioni di tipo sociale, che sono invece determinanti per lo status maschile – come il lavoro, la provenienza, la ricchezza, il potere, la religione –, non vengono tendenzialmente prese in considerazione per le donne.

La donna è in fondo una: si parla comunemente della donna e non delle donne e il suo ambito vitale è diverso da quello degli uomini. Si delinea la distinzione tra privato, luogo femminile, e pubblico, luogo maschile, che segnerà i destini delle donne per secoli.

La casa e la famiglia sono spazi femminili per eccellenza, se non altro come ideale a cui tendere dal momento che le donne delle classi povere in gran parte lavorano anche fuori casa. I modelli che si propongono alla donna riguardano i ruoli di figlia, moglie e madre, dando inizio a quell’educazione che stabilizzerà i caratteri di genere riproponendoli fino a tempi recenti. L’attività domestica e di cura dei familiari è presentata come quella a cui la donna, e solo la donna, deve dedicarsi, tenendosi lontana dalla vita pubblica. Il divieto del pubblico e il confinamento nel privato pesano particolarmente sulle donne sposate che, già alla fine del Medioevo, hanno meno libertà rispetto alle donne nubili.

Anche se la casa è rappresentata come il luogo femminile per eccellenza, è l’uomo che comanda nella famiglia; l’autorità resta maschile tanto nella sfera privata come in quella pubblica, in particolare per tutte le questioni che hanno una rilevanza giuridica.

Infatti, pur nella frammentaria condizione giuridica che caratterizza l’epoca medievale in Europa, quasi tutte le normative pongono le donne sotto la tutela e la sorveglianza maschile, che si estende dalla rappresentanza giuridica in materia economica al potere di decidere della loro vita, mandandole in convento o dandole in matrimonio. […]

La manifestazione più evidente dell’esclusione dalla dimensione pubblica è il divieto di insegnamento e di predicazione. La parola delle donne deve essere riservata al privato, ma è diffusa un’immagine caricaturale della donna chiacchierona e pettegola. Nel privato la sua parola è svalutata, mentre in pubblico la donna deve mantenere il silenzio: sono gli uomini a potere e a dover parlare.

Da queste rappresentazioni diffuse si distacca la letteratura sull’amor cortese, i cui più noti esponenti sono i trovatori, poeti che idealizzano le figure femminili, inneggiando alla reciprocità di sentimenti tra dama e cavaliere. Una visione che si ritroverà anche nelle opere di Dante, Ariosto, Petrarca e Castiglione, i quali riprendono i modelli della letteratura cortese attribuendo alle loro donne ideali caratteri di nobiltà, amore, castità e spiritualità, caratteri incompatibili con i ruoli quotidiani di moglie e madre. Si tratta di un ambito letterario estraneo al comune sentire, che alimenta una visione idealizzata della figura femminile peraltro attribuibile solo a donne di classi elevate.

Anche nel Rinascimento italiano i cambiamenti sociali e culturali toccano in misura molto diversa gli uomini e le donne: queste ultime, tranne alcune note eccezioni, rimangono ancorate a ruoli tradizionali per quanto riguarda sia la vita privata che quella pubblica.


“Una storia dei diritti delle donne”, Alessandra Facchi e Orsetta Giolo, il Mulino, 224 pagine, 16 euro

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter