Retorica esuberanteL’imprevedibile neo presidente di Taiwan

Lai Ching-te del Partito Progressista Democratico (DPP) ha vinto le elezioni a Taipei esprimendo il desiderio di un riconoscimento ufficiale da parte di Washington e criticando aspetti della costituzione cinese. Pechino e Washington attendono il suo primo discorso per capire le sue vere intenzioni

LaPresse

«Ci congratuliamo con il dottor Lai Ching-te per la sua vittoria alle elezioni presidenziali di Taiwan. Ci congratuliamo anche con il popolo taiwanese per aver partecipato a elezioni libere ed eque, dimostrando la forza del suo sistema democratico». Firmato, Antony Blinken. Il messaggio del Segretario di Stato degli Stati Uniti può sembrare parte di una normale e innocua prassi diplomatica. Poche ore prima, d’altronde, a Taiwan si sono svolte le elezioni presidenziali e legislative e ad aver vinto è proprio Lai Ching-te del Partito progressista democratico (DPP). 

Potrebbe sembrare tutto normale e innocuo, ma come sempre accade quando si tratta di Taiwan, è in realtà tutto più complesso di così. E il messaggio di Blinken è stato additato dal ministero degli Esteri della Cina come una «grave violazione del principio della unica Cina e un segnale gravemente sbagliato alle forze secessioniste dell’indipendenza di Taiwan». Il tutto mentre, a poco più di ventiquattro ore dalla chiusura delle urne arrivava a Taipei una delegazione di ex alti ufficiali statunitensi inviati dalla Casa Bianca, con Pechino che ribadisce che la «riunificazione è inevitabile» e prevede contromisure contro le «attività separatiste».

Lai era il candidato più inviso a Pechino, che lo considera un «secessionista radicale». Nella visione, o comunque nella retorica cinese, il messaggio di Blinken conferma il timore che gli Stati Uniti sostengano l’indipendenza di Taiwan, nonostante le rassicurazioni di Joe Biden che ha commentato il voto proprio dicendo il contrario.

Già da questo, si capisce che le elezioni di Taiwan non sono solo le elezioni di Taiwan e che l’attenzione delle grandi potenze su questa isola (che in realtà ne amministra oltre centocinquanta entro la cornice della Repubblica di Cina, il nome ufficiale retaggio della guerra civile con cui è indipendente de facto) porta costantemente tutto all’interno della loro competizione strategica. È stato sempre così, sin da quando i nazionalisti di Chiang Kai-shek rifugiatisi a Taipei godevano della protezione diretta di Washington contro un possibile attacco dei comunisti di Mao Zedong che si erano presi la terraferma. È stato così anche dopo che gli Stati Uniti hanno rotto i legami diplomatici ufficiali con Taipei e instaurato quelli con Pechino, nel 1979, sotto però il flessibile ombrello dell’ambiguità strategica che li porta a opporsi a qualsiasi risoluzione unilaterale delle relazioni intrastretto: cioè niente riunificazione (o «unificazione» come la chiamano a Taiwan) attraverso l’utilizzo della forza ma neppure una dichiarazione di indipendenza formale di Taiwan che superi il perimetro della Repubblica di Cina.

Fino a qualche tempo fa, mentre la rivalità tra Stati Uniti e Cina non era ancora deflagrata, a Washington parevano non disdegnare una Taiwan governata dal Kuomintang (KMT), il partito più dialogante con Pechino. Così pareva quantomeno fino all’avvento di Tsai Ing-wen, che ha portato il DPP su una posizione più centrista. Se prima di lei il partito aveva come obiettivo finale la dichiarazione di indipendenza formale, lei ha ripreso la cosiddetta teoria dei due stati di Lee Teng-hui, il primo presidente democraticamente eletto dai taiwanesi nel 1996: in sostanza, Taiwan non avrebbe bisogno di dichiarare indipendenza perché è già indipendente, seppure come Repubblica di Cina. Una svolta che ha eroso il generale affidamento dell’opinione pubblica nel KMT come unico tutore dello status quo.

Alla fine del 2016, poco dopo la vittoria alle elezioni presidenziali per la Casa Bianca, Donald Trump ha parlato al telefono con Tsai. È forse quello il momento in cui cambiano le dinamiche di questo triangolo scomposto in cui Taiwan si ritrova suo malgrado coinvolta. La Cina risponde a quella che vive come una escalation diplomatica, culminata poi con la visita di Nancy Pelosi a Taipei nell’agosto 2022, con un netto aumento delle pressioni militari. Nell’ultimo anno e mezzo sono state regolarizzate le manovre di jet e navi all’interno dello spazio di identificazione di difesa aerea taiwanese, in molti casi anche al di là della linea mediana, un confine sullo Stretto non riconosciuto ma ampiamente rispettato fino ad allora.

È questo il contesto in cui si inserisce il messaggio di Blinken a Lai, che agli occhi di Pechino è una figura più pericolosa della presidente uscente Tsai. In passato, il presidente eletto taiwanese si era definito un «lavoratore pragmatico per l’indipendenza di Taiwan» ed era anche entrato in rotta di collisione con la linea moderata di Tsai, bollata comunque anch’essa dal Partito comunista come secessionista. In realtà, da quando è diventato vicepresidente (2020), Lai ha molto sfumato la sua posizione tradizionale e ha trascorso tutta la campagna elettorale ripetendo di essere in perfetta linea con Tsai. 

Eppure, non sono pochi quelli che lo ritengono meno prevedibile. A partire dal livello retorico, che a Taiwan non è solo forma ma anche sostanza visto che più di altrove qui le parole sono davvero importanti. Avvicinandosi al voto, sono state almeno tre le uscite di Lai che hanno confermato una sua certa esuberanza dialettica. Primo: ha espresso il desiderio che in futuro il presidente taiwanese possa entrare alla Casa Bianca. Ciò significherebbe un’indipendenza formale o comunque un riconoscimento ufficiale da parte di Washington. Secondo: ha detto che vorrebbe andare a cena con Xi Jinping e che in caso visitasse Taiwan gli offrirebbe un bubble tea. Simpatico, ma certamente non istituzionale quanto Tsai. Terzo: durante il dibattito televisivo ha criticato la costituzione della Repubblica di Cina, facendo confusione tra la carta e il consenso del 1992, un fantomatico accordo tra il KMT e il Partito comunista secondo cui esiste una sola Cina ma con diverse interpretazioni, senza stabilire dunque quale fosse quella legittima ma di fatto ponendo Taiwan all’interno della sfera cinese.

Dopo la prima di queste tre dichiarazioni, gli Stati Uniti chiesero spiegazioni e durante il doppio transito di Lai tra New York e California dello scorso agosto (sulla strada del Paraguay per l’inaugurazione del nuovo presidente, alleato di Taipei), venne tenuto un profilo basso. Elemento che venne sfruttato da Pechino per sottolineare che nemmeno Washington si fiderebbe di Lai. In realtà, Lai ha poi fornito ampie rassicurazioni e la scelta di Hsiao Bi-khim come sua vice viene ritenuta una garanzia. Si tratta dell’ex rappresentante di Taipei negli Stati Uniti, la prima a essere invitata dopo oltre quaranta anni all’inaugurazione presidenziale di Biden. 

In ogni caso, anche il viaggio della delegazione di ex alti ufficiali giunta a Taipei subito dopo il voto, può essere letta non solo come un evidente segnale di sostegno alla democrazia taiwanese, ma anche come una ulteriore richiesta di garanzie al presidente eletto Lai in vista del suo insediamento del prossimo 20 maggio. «Ora che Lai ha vinto le elezioni e si apre una delicata fase di transizione, Washington renderà molto chiaro a Taipei che ha bisogno di mantenere buone comunicazioni con Pechino», dice Kuo Yu-jen, direttore dell’Institute for National Policy Research di Taipei. «Non credo che Pechino aspetterà la cerimonia di inaugurazione del 20 maggio ma eserciterà delle pressioni su Taiwan subito le elezioni», prosegue. 

In effetti oggi è arrivata la prima mossa, ma sul fronte diplomatico: Nauru ha interrotto le relazioni diplomatiche ufficiali con Taipei, rimasta ora con soli dodici Paesi al mondo a riconoscerla ufficialmente. Nelle prossime settimane possibili anche ritorsioni commerciali, con la possibile abolizione di una serie di agevolazioni tariffarie sull’importazione di prodotti taiwanesi.

Nel prossimo futuro, c’è anche chi crede che Pechino possa esercitare pazienza e attendere il primo discorso di Lai da presidente e le sue prime mosse di governo, prima di prendere ulteriori azioni. Un modo anche per attendere le elezioni statunitensi ed evitare di alzare troppo le tensioni con Washington prima del voto per evitare di finire al centro della campagna elettorale. Ma in ogni caso, secondo molti osservatori taiwanesi le tensioni sullo Stretto sono destinate ad aumentare da qui al 2027. 

In questi tre anni sono previste molte consegne di armi a Taiwan da parte degli Stati Uniti. Nello specifico, nel 2027 ci sarà il XXI congresso del Partito comunista cinese dal quale Xi potrebbe ottenere un quarto mandato da segretario generale. «Presumibile che Xi voglia arrivare all’appuntamento mostrando qualche risultato sulla questione taiwanese», dice Kuo. «E proprio in quei mesi Taiwan sarà in piena campagna elettorale in vista delle prossime presidenziali del 2028. Dunque, un momento in cui anche la retorica politica taiwanese sarà più forte del solito. Non sto dicendo che la Cina prenderà azioni militari o invaderà senz’altro Taiwan, ma quell’anno sarà senz’altro molto delicato».

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