Equilibrio sottileIl silenzio tattico di Ursula von der Leyen e il futuro governo Ue

La presidente uscente della Commissione europea cerca la riconferma, ma per ora non si espone, ricordando quanto è stata risicata la sua elezione nel 2019

LaPresse

Ursula von der Leyen non è ancora uscita dal suo silenzio assordante sull’ipotesi di succedere a sé stessa alla presidenza della Commissione europea a novembre 2024 per “governare” l’Unione europea fino al 2029. Il suo silenzio è probabilmente legato all’incertezza degli equilibri politici europei che la spingono da una parte ad accarezzare il pelo dei conservatori e in particolare di Giorgia Meloni nell’ipotesi in cui i voti del gruppo ECR o di una sua parte possano essere essenziali per avere la maggioranza assoluta nel Parlamento europeo e d’altra parte a blandire i capi di Stato e di governo all’interno di un Consiglio europeo dove il voto dei primi ministri conservatori è tuttora irrilevante perché, secondo le regole del Trattato, essi non costituiscono nemmeno una minoranza di blocco di quattro governi. Ursula von der Leyen ricorda bene che la sua personale investitura, nel luglio 2019, avvenne di stretta misura e vorrà certamente evitare che nell’aula di Strasburgo il 17 luglio 2024 – se sarà lei la prescelta dal Consiglio europeo – prevalgano le ostilità nei suoi confronti di una parte del PPE (nemo propheta in patria), di una parte dei Socialisti ma anche dei Liberali per non parlare dei Verdi.

Come sappiamo, il Trattato non prevede il metodo dei candidati di punta (Spitzenkandidaten) inventato nel 2013 dall’allora presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, nell’illusione che sarebbe stato lui il successore del portoghese José Manuel Barroso, mai accettato dal Consiglio europeo che intende applicare invece la procedura secondo cui «tenendo conto delle elezioni europee e dopo aver proceduto alle consultazioni appropriate (il Consiglio europeo) decidendo a maggioranza qualificata propone al Parlamento europeo un candidato alla funzione di presidente della Commissione» (art. 17.7 TUE).

I Popolari che si riuniranno a Bucarest il 6 marzo e i Socialisti che li precederanno a Roma il 1° marzo hanno inserito nei loro statuti il metodo dei candidati di punta senza concordare questo metodo con il Consiglio europeo per cui i Socialisti incoroneranno il lussemburghese e commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali Nicolas Schmit mentre i Popolari dovranno decidere se incoronare Ursula von der Leyen chiedendole di scendere nell’agone elettorale europeo o rinunciare al candidato di punta o incoronare pro forma un altro candidato di bandiera come fu Manfred Weber nel 2019.

Nel frattempo, i Verdi avranno scelto a Lione i loro candidati di bandiera (un candidato e una candidata dove è in lizza l’italiana Benedetta Scuderi) mentre la nebbia è fitta sugli eventuali candidati liberale e della sinistra ed è ancora più fitta sugli orientamenti dei sovranisti-nazionalisti dell’ECR (conservatori) e dell’ID di Matteo Salvini, Marine Le Pen e Alice Weidel e cioè la leader dell’estrema destra tedesca che ha rilevato recentemente le sue simpatie per i movimenti neo-nazisti e per il piano di deportazione degli immigrati in Africa negli stessi giorni della marcia neo-fascista ad Acca Laurentia.

Secondo le molto incerte ipotesi diffuse mensilmente da Europe elects e rilanciate pedissequamente da Euractiv e Ansa, una maggiorana PPE-ECR-ID sarebbe matematicamente e politicamente impossibile e lo sarebbe politicamente ancora di più se il centro-destra volesse imbarcare i Liberali per sbarcare i Socialisti mentre l’ipotesi più probabile sarebbe fondata su una nuova “maggioranza Ursula” che unì nel novembre 2019 PPE-S&D-ALDE/Renew Europe imbarcando gli irrilevanti conservatori del PiS per votare il “loro” commissario all’agricoltura Janusz Wojciechowski, che potrebbe imbarcare nel 2024 gli irrilevanti voti di Fratelli d’Italia nel caso in cui Giorgia Meloni riuscisse a collocare nella Commissione un suo parente (Francesco Lollobrigida) costringendolo a scendere dal treno del suo governo in corsa o un suo sodale (Raffaele Fitto) mandando a Bruxelles l’uomo del PNRR e fosse così obbligata a votare per il nuovo esecutivo anche se ci fossero i Socialisti in maggioranza provocando l’ira funesta di Matteo Salvini.

La situazione sarà più complicata rispetto al 2019 perché l’annuncio improvviso ma prevedibile di Charles Michel di voler lasciare anticipatamente la presidenza del Consiglio europeo per candidarsi al Parlamento europeo e – bontà sua – alla presidenza della assemblea costringerà il Consiglio europeo a nominare nello stesso tempo a fine giugno i due presidenti.

La doppia nomina a fine giugno sarà inevitabile per evitare di affidare la presidenza del Consiglio europeo a Viktor Orban il cui governo avrà l’onore e l’onere di presiedere il Consiglio dell’UE dal 1° luglio al 31 dicembre 2024 a meno che lo stesso Consiglio europeo a maggioranza qualificata e sulla base dell’art. 236 TFUE decida di sottrarre a Viktor Orban onore e onere anticipando di un semestre la presidenza polacca del Consiglio dell’UE prevista dal 1° gennaio al 30 giugno 2025 ora che il PiS è stato democraticamente relegato all’opposizione pur mantenendo nel Palazzo di Ulica Krakowskie Przedmiescie il presidente della Repubblica Andrzej Duda – complice degli ex ministri Mariusz Kaminski e Maciej Wazik – fino all’agosto 2025.

Di fronte a questa imprevista situazione istituzionale, circola a Bruxelles, a Parigi e a Roma l’ipotesi che Emmanuel Macron su suggerimento di Jacques Attali possa proporre al Consiglio europeo di mettere fine alla situazione grottesca creata con il Trattato di Lisbona con la coabitazione fra il Presidente del Consiglio europeo e il Presidente della Commissione – provocando in questi quattro anni imbarazzanti equivoci internazionali – che potrebbe essere risolta con una “unione personale” delle due presidenze come proposero Giuliano Amato e Pierre Lequiller alla Convenzione sull’avvenire dell’Europa nel 2002 e come sarebbe indirettamente consentito dallo stesso Trattato di Lisbona (art. 15.6.d TUE).

Negli ultimi mesi, Ursula von der Leyen ha intensificato i suoi sforzi su questioni con posizioni che non sempre hanno suscitato un consenso unanime o anche largamente maggioritario fra i governi e nel Parlamento europeo:

  • come in materia migratoria dove prevale da gennaio il suo approccio securitario e il suo refrain «siamo noi che decidiamo chi entra», 
  • o negli strettissimi rapporti con l’Ucraina e il presidente Zelensky che hanno portato a una accelerazione delle procedure di adesione di quel paese all’Unione europea, 
  • o infine con la piattaforma STEP (Strategic Technologies for Europe Platform) immaginata dalla stessa Ursula von der Leyen a settembre 2023 come un cospicuo Fondo di Sovranità per investimenti industriali dotato di cento miliardi di nuovo debito pubblico europeo proposto da Thierry Breton e Paolo Gentiloni ma ora ridotto a un esiguo contributo di dieci miliardi incapace di innescare una vera politica industriale europea in grado di affermare un rinnovato e competitivo modello produttivo europeo nel lungo periodo.

Abbiamo dovuto prendere atto a dicembre dello stallo nel Consiglio europeo sulla revisione del Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 (QFP) di cui facevano parte i cinquanta miliardi per l’Ucraina e il più che modesto STEP.

Vedremo se si troverà un accordo al Vertice straordinario del 1° febbraio, che dovrà poi essere adottato all’unanimità in un regolamento ad hoc dal Consiglio previa approvazione del Parlamento europeo o se lo stesso Parlamento europeo – con un atto istituzionalmente insurrezionale – respingerà al mittente la revisione del QFP che ignora le necessità finanziarie europee legate a precise priorità politiche ed economiche e al rafforzamento della capacità fiscale europea nelle entrate e nelle spese (richiamata più volte da Mario Draghi) per l’offerta di beni pubblici europei.

Nel frattempo, il dibattito europeo si è animato perché Emmanuel Macron a Davos ha preso una posizione netta a favore di un debito  pubblico europeo fondato su Eurobond per aprire la strada a investimenti europei a lungo termine, certo nella difesa ma anche nell’industria civile e nella transizione socialmente giusta mentre la prima ministra estone Kaja Kallas – rilanciando la richiesta dei paesi baltici di una linea di difesa comune al confine esterno con la Russia e la Bielorussia – ha sorprendentemente dichiarato la disponibilità del suo governo “frugale” per un nuovo debito pubblico europeo limitandolo alla spesa pubblica militare e il tema dell’esercito europeo è entrato con forza nella campagna per le elezioni europee con la proposta complementare di un futuro  commissario europeo alla difesa diverso dall’Alto Rappresentante.

Questo dibattito è evidentemente legato al tema più ampio della riforma europea perché – contrariamente a quel che pensano i “confederali” (da ultimo, de minimis non curat praetor, Giulio Tremonti) che straparlano di un esercito europeo in una Europa delle patrie nazionali – una vera difesa europea, comune o unica, non può essere disgiunta dalla creazione di un governo europeo di natura federale accettando il fatto che il controllo della politica estera e della sicurezza appartenga più e principalmente alla “Camera alta” e cioè al Consiglio con decisioni a maggioranza qualificata, come negli Stati Uniti appartiene al Senato, che alla “Camera Bassa” e cioè al Parlamento europeo.

Ursula von der Leyen, alla disperata ricerca di una ragion d’essere della sua conferma e di una roadmap per la prossima legislatura, ci ha già preannunciato il suo programma del futuro “governo” europeo:

  • il rapido allargamento dell’Unione europea ai paesi candidati ed in primis all’Ucraina che vorrebbe addirittura entrare prima degli altri con negoziati che passano soprattutto dalle mani della Commissione europea, 
  • l’approfondimento insieme all’allargamento (hand to hand) da inserire in una “comunicazione” al Consiglio e al Parlamento europeo che potrebbe innaturalmente coincidere con i quaranta anni del “progetto Spinelli” il 14 febbraio 2024 affinché il secondo (deepening) non ostacoli il primo (enlarging) – purtroppo con buona pace di coloro che insistono sull’idea che, mentre i candidati all’adesione proseguono sulla via delle riforme interne, noi dobbiamo fare le nostre riforme interne – sposando così la scelta immobilista di inserire le riforme europee nei trattati di adesione secondo la linea prevalente fra i governi che non hanno nessuna intenzione di convocare una convenzione né a marzo né a giugno 2024 e che vogliono iscrivere invece questa modesta invenzione nella agenda strategica 2024-2029 auto-adottata dopo le elezioni europee
  • e infine la difesa europea – dirottando le risorse europee dalle spese ambientali, digitali e sociali agli investimenti militari – da proporre in una seconda “comunicazione” che Ursula von der Leyen vorrebbe far coincidere con l’anniversario dell’aggressione della Russia di Vladimir Putin alla indipendenza e all’inviolabilità dell’Ucraina il 24 febbraio 2024.

Non v’è traccia nel pensiero di Ursula von der Leyen della dimensione geopolitica dell’Unione europea che pure era apparsa come una meteora nel suo programma strategico 2019-2024 insieme alle transizioni ambientale e digitale, né del ruolo politico e diplomatico che potrebbe e dovrebbe svolgere l’Europa sui due fronti russo-ucraino e medio-orientale per quel che sta avvenendo sui campi di guerra e in vista di quel che potrebbe avvenire quando si insedierà il 20 gennaio 2025 alla Casa Bianca il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti d’America, né della visione – consentiteci di dirlo – dell’Europa sociale di Jacques Delors che dovrebbe essere al centro dell’incontro di Val Duchesse del prossimo 20 marzo.

Noi siamo cocciutamente convinti che la prossima legislatura dovrà essere costituente nel senso del ruolo di leadership del Parlamento eletto e che la riapertura del cantiere europeo – chiuso nel 2009 dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ulteriormente indebolito dai governi dopo il primo “no” nel referendum irlandese del 12 giugno 2008 – dovrà condurre a costituire una nuova Comunità federale (o una Repubblica europea) a valle del processo costituente aperta a quei paesi e a quei popoli che ne accetteranno valori, competenze e regole democratiche ma pronta ad associare in forme diverse di cooperazione quei paesi e quei popoli europei che decideranno di non volerne farne parte (l’Europa di due cerchi concentrici).

Dalle elezioni europee emergerà una minoranza federalista di forze politiche e di parlamentari  che condivideranno già in campagna elettorale la nostra cocciutaggine e che saranno pronti a proporre una insurrezione istituzionale per opporsi all’immobilismo dei governi così come emergerà una minoranza di nazionalisti rumorosi e che fra l’una e l’altra ci sarà un’area più vasta – che Altiero Spinelli chiamava “la palude” – e cioè un terreno di azione politica su cui lavorare per convincere la maggioranza del Parlamento europeo «ad uscire ancora una volta e presto in mare aperto predisponendo i migliori mezzi per catturare il pesce e per proteggerlo dai pescecani» (dall’ultimo discorso al Parlamento  europeo di Altiero Spinelli, il 16 gennaio 1986) o dove prevarrà chi accetterà che l’Unione europea resti prigioniera dello status quo.

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