Nuova fibraL’ambiziosa sfida di Breton per cambiare il dna delle telecomunicazioni europee

Dopo il fallimento del Fair Share, il commissario Ue al Mercato Unico detta la linea: chiudere le reti in rame, abbandonare il mantra dei quattro operatori mobili su ogni mercato e nuovi investimenti privati perché servono duecento miliardi di euro per completare le reti a banda ultralarga

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A quattro mesi dalle elezioni europee che segneranno la fine del mandato della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen, il commissario Ue al Mercato unico Thierry Breton ha voluto dare il suo colpo di coda. E aprendo l’edizione 2024 del Mobile World Congress di Barcellona ha lanciato un programma ambiziosissimo: «Cambiare il Dna delle infrastrutture di connessione europee». Il che vuol dire: cambiare le regole, rivisitare il ruolo stesso della regolamentazione, pensare al mercato europeo come un vero mercato unico e non come una sommatoria di mercati unificati dal sottostare agli stessi regolamenti. 

Breton ha proposto di mettere una data finale alle vecchie reti in rame: andranno spente entro il 2030; le prossime aste per le frequenze, quelle per il 6G, dovrebbero essere gestite non più a livello dei singoli Paesi membri ma a livello europeo. E le aste stesse non dovranno più avere lo scopo primario di permettere agli Stati di fare cassa a danno delle telco ma quello, tutto nuovo, di premiare la migliore velocità – oltre che la qualità – nella realizzazione delle nuove reti stesse. Sintesi finale dei suoi venti minuti di discorso a Barcellona: «Le tlc non devono più essere una mucca da mungere».

L’immagine non è originale, va detto. Infatti è stata sempre usata dai manager delle telco europee, specie dopo le costosissime aste per le frequenze 5G che hanno prosciugato le loro casse mentre il mercato si avvitava in una guerra di prezzi nella telefonia mobile, ossia quella che fino a venti anni fa era il comparto industriale più ricco e dinamico del mondo e che fino a dieci anni fa era rimasto ancora ricco, ma superato dalle Big Tech. Oggi la situazione è ancora peggiorata. 

Le maggiori telco europee mostrano ricavi almeno stazionari, con qualche accenno di recupero, ma ciò accade grazie ai contributi che ai bilanci di Orange e Deutsche Telekom, di Telefonica e Vodafone, vengono dai mercati extra Ue, mentre sui vari mercati domestici i conti soffrono ancora. Spiega Marc Vos, Managing Director e Senior Partner di Bcg: «Come in un circolo vizioso, il quaranta per cento delle telco europee non guadagna il costo del capitale. Non riuscendo a trasferire questi costi sugli utenti, non ha poi le risorse per investire nello sviluppo di una nuova generazione di servizi che favorirebbero anche una più rapida migrazione dal rame alla fibra. La killer application sul mercato consumer per incrementare la domanda di banda, al momento non c’è. Il vero boom può arrivare solo da un ulteriore salto nella digitalizzazione di altri settori economici e dalle applicazioni basate sull’intelligenza artificiale».

La visione proposta da Breton farebbe muovere il mercato Ue delle tlc in una nuova direzione di sviluppo? Probabilmente sì. Certo, non è un vero e proprio piano. O almeno non lo è ancora. Ma i punti che ha toccato (revisione regolamentare, ottica paneuropea nel valutare fattori chiave come competitività e innovazione) vanno nella direzione giusta. Poi si vedrà come verranno eventualmente declinati. 

Ma è questo l’orientamento dell’intera Commissione? Davvero è un’analisi condivisa dalla presidente Ursula von der Leyen che si candida per un secondo mandato di cinque anni? Sarebbe interessante saperlo ma nessuno avrà voglia di rispondere, almeno fino alla fine dello spoglio dei voti. Il discorso di Breton a Barcellona arriva pochi giorni dopo il responso positivo della Commissione Ue alla proposta di fusione tra Orange Espana e Mas Movil per creare il primo operatore mobile iberico, superando Movistar di Telefonica. Il via libera era scontato ma molti analisti si chiedevano se Bruxelles avrebbe imposto ancora una volta dei rimedi per mantenere il numero di quattro operatori mobili, come avvenuto sette anni fa in Italia, quando fu dato via libera alla fusione tra Wind e Tre ma solo aprendo il mercato italiano a un nuovo quarto operatore: Iliad. 

Da anni le telco europee chiedono il via libera a un processo di consolidamento che riduca il numero degli operatori mobili, che oggi sono circa centoventi. Una richiesta a cui la commissaria alla Concorrenza e vicepresidente della Commissione Margrethe Vestager si è sempre opposta in nome della difesa dei consumatori e del loro diritto ad avere prezzi sempre più bassi. Cosa che si è puntualmente verificata, ma a scapito della forza finanziaria delle telco, da un decennio impegnate in ristrutturazioni a catena, con riduzioni di personale e razionalizzazioni nell’uso delle reti. Quasi tutti i big hanno venduto le loro torri o a joint venture, come Tim e Vodafone in Italia, o a nuovi entranti, come WindTre con Cellnex. Questo ha di certo contribuito a ridare loro efficienza, ma non ha risolto il problema della mancanza di margini. 

L’ok europeo a Orange Movistar è stato un passo in avanti, ma non del tutto. La Commissione ha imposto la cessione di 60mhz di frequenze a un nuovo operatore. La differenza è che stavolta, a differenza di Iliad, non si tratta di un nuovo entrante assoluto, ma di un operatore virtuale già presente sul mercato spagnolo, il romeno Digi. Insomma, un ammorbidimento c’è stato ma il principio dei quattro operatori è ancora valido. E proprio contro questo si è anche espresso Breton a Barcellona dichiarando che non ci sono «numeri magici» e che il numero di operatori va valutato volta per volta”. 

Thierry Breton era stato anche l’artefice del tentativo fallito lo scorso autunno di portare la Commissione Ue a decidere l’istituzione del cosiddetto Fair Share, un contributo da far pagare alle Big Tech per favorire gli investimenti nelle nuove reti in banda ultralarga, visto che ne sono i maggiori utilizzatori. Tentativo fallito perché era stato costruito in fretta e male e aveva diviso lo stesso fronte delle Telco che ne avrebbe beneficiato. Adesso torna alla carica con una iniziativa studiata meglio. 

L’obiettivo – sostiene – è di trovare un nuovo equilibrio tra il focus sui consumatori (leggi prezzi) e le esigenze di sviluppo di una economia digitale europea che deve misurarsi con le sfide della connessione, con reti sempre più performanti, dell’Intelligenza artificiale alla cibersicurezza. Breton ha parlato di duecento miliardi di euro come la cifra necessaria a completare la transizione Ue alla banda ultralarga. Che significa fibra ovunque, senza più rame, standard mobile tutto 5G. Due misure che non solo aumentano velocità ed efficienza, ma consentono sostanziosi risparmi nei costi di manutenzione, dove il peso del mantenimento delle vecchie tecnologie, dal rame al vecchio Umts e fino al 4G è gravoso. 

Ma significa anche abbattere i tempi di latenza: significa puntare all’istantaneità dell’effetto di premere un pulsante o dare un click di mouse a livello planetario. La latenza è oggi stimata in duecento millisecondi e non basta certo per applicazioni futuribili delicatissime quali la guida autonoma e la telechirurgia. E poiché questi soldi non potranno tutti venire sempre dai soli fondi Ue, l’unica via è spingere le imprese adinvestire. Creando un ecosistema nuovo, da cui l’idea del cambio di Dna. Un’Unione più attenta alla sua economia e alle sue imprese. In fondo è anche un tema portato avanti perfino dalle proteste agricole delle settimane scorse. Le prossime elezioni ci diranno se l’Unione Europea è pronta a passare dal mercato unico alla creazione di un sistema economico. Come per la politica estera. E come per la Difesa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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