Vittoria nettaIsraele e Palestina potranno riappacificarsi solo se Hamas uscirà sconfitta sul piano militare e politico

È essenziale che Gerusalemme percepisca un appoggio incondizionato dal mondo libero per sentirsi protetto e incentivarlo a riportare la pace al centro della sua politica. Bisogna lavorare con gli Stati arabi per favorire la crescita di una nuova Anp tecnocratica e non revanscista

LaPresse

Sono più di ottanta i focolai di guerra nel mondo, una situazione che disegna uno scenario da terza guerra mondiale polverizzata sinora con alta intensità solo in zone limitate. La coalizione sotto attacco è l’insieme dei paesi che si possono definire di cultura occidentale, divisi al loro interno e con quinte colonne che nel secolo XX si sarebbero chiamate utili idioti, dall’altro lato un insieme di Paesi, i più disparati, uniti dalla struttura di potere totalitaria e indifferente per questo all’opinione pubblica interna e dalla volontà di assestare un colpo definitivo all’egemonia economica, militare e culturale degli Stati Uniti e dei suoi alleati, tra cui la nostra vecchia Europa.

Il centro dello scontro si è spostato dalla Ucraina, dove ormai è evidente la volontà di arrivare a una situazione coreana con un compromesso provvisorio di spartizione destinato a durare, con quali risultati interni all’Ucraina tutti da verificare, al Medio Oriente. È li che lo scontro diventa esiziale, dove il mondo libero ha più da perdere e dove la eventuale vittoria delle teocrazie, appoggiate da Russia e Cina diventa mortale per l’Occidente.

Israele appare isolato grazie a una comunicazione cinica di Hamas, che noncurante delle vittime civili, anzi approfittando largamente di queste, propone al mondo una visione totalmente falsa, che però è efficacissima. I media internazionali ci riempiono ogni giorno di notizie drammatiche il più delle volte senza alcun tipo di verifica e spesso artefatte, immagini che hanno lo scopo di creare empatia per chi appare l’oppresso e scatenare un’ondata di odio e denigrazione nei confronti di un Paese che da anni subisce attentati violenti sino all’ultimo pogrom del 7 ottobre. Manca la consapevolezza che in Medio Oriente si gioca il destino della nostra sopravvivenza come sistema democratico e di riferimento per i popoli.

Siamo consapevoli degli errori passati e presenti del fronte occidentale e siamo ben consapevoli di errori fatali di Benjamin Netanyahu, così come sappiamo quanto può pesare il nostro cinismo nei rapporti con il terzo mondo, errori che ci dovrebbero costringere a una revisione completa del nostro capitalismo di rapina. Di fronte a questo scenario, lacerati all’interno, con una combinazione di visioni terzomondiste nel senso più negativo del termine e all’opposto di volontà di tornare a fare affari, abbiamo perso la consapevolezza della posta in gioco e soprattutto non abbiamo nessuna strategia di soluzione, ne militare, ne politica, ne ideologica.

Tutto quello che riusciamo a dire, quasi a balbettare, è la formula «due popoli, due Stati» che diventa uno slogan dietro il quale si cela il nulla della strategia occidentale. La soluzione due popoli due Stati è stata la formula che ha consentito gli accordi di Oslo e di Camp David, quello che si è verificato dopo ci spiega perché la situazione è estremamente più complessa.

Una serie infinita di attentati in Israele con decine e decine di morti, il fallimento della proposta Barak, che concedeva ad Arafat praticamente tutto, ha provocato nell’opinione pubblica israeliana un mutamento epocale, la sinistra israeliana, che aveva costruito lo Stato e che aveva puntato tutto sull’accordo di pace, ha pagato un prezzo altissimo finendo per sparire dalla vita politica e per lasciare spazio sempre più alla destra e financo alla destra religiosa, che ha costruito la sua fortuna sulla sicurezza e non sulla pace. Sul fronte palestinese la galassia ormai maggioritaria di Hamas, Jihad considera la pace solo come una momentanea tregua per rafforzarsi sino alla “soluzione finale”, l’Autorità Nazionale Palestinese non ha alcuna strategia, invisa com’è alla popolazione per la corruzione e la ricchezza accumulata.

Questa veloce analisi ci conferma che il problema non è la terra, forse non lo è mai stata, ma il predominio politico, culturale, religioso in una area vitale per gli interessi occidentali, in soldoni la cancellazione dello Stato di Israele, visto come un pezzo di Occidente «appiccicato» sull’Islam (testuali parole). Se si prende consapevolezza di questo allora due popoli due stati diventa una semplificazione e un modo per non affrontare la realtà. Abbiamo infatti di fronte due realtà che per motivi diversi non condividono questa soluzione, quale allora la strategia da porre in campo per trovare una soluzione pacifica?

È necessario creare le condizioni per formare nuove leadership, in Israele lo choc del 7 ottobre sta portando l’opinione pubblica a un ripensamento di posizioni politiche, è fondamentale che si lavori perché questo ripensamento non porti a scivolare ancora più a destra, le improvvide iniziative di università, intellettuali e ora anche funzionari occidentali che criminalizzano Israele, insieme alle manifestazioni che chiedono l’annientamento dello Stato Israeliano non fanno che accentuare la sensazione di isolamento e paura, è invece essenziale che Israele percepisca l’appoggio incondizionato del mondo libero, deve sentirsi protetto solo cosi l’opzione pace può riprendere il centro della propria politica.

Israele deve poter tornare a essere il Paese dei suoi fondatori, dei Kibbutz, un Paese che sa si difendersi, ma sa anche avere una visione di pace. Molto più complesso il fronte palestinese, le pulsioni in quel mondo portano a una volontà di distruzione. Una possibile leadership laica e pragmatica non esiste e non troverebbe al momento appoggio nei paesi Arabi profondamente legati alla concezione islamica che non conosce il laicismo.

Dire che Hamas non rappresenta i palestinesi è l’ennesima fola, la realtà con cui fare i conti è che Hamas e i palestinesi sono una unica cosa, L’Anp ha la gravissima responsabilità di aver trascinato la leadership laica in un totale disprezzo per l’alto tasso di corruzione e di incapacità. È necessario che l’occidente agisca sugli Stati Arabi lavorando con quelle generazioni di governanti disposti a modernizzare i loro paesi e che insieme a loro favorisca la crescita di una nuova Anp, tecnocratica, non revanscista, si tratta di un processo lungo che può partire dalle generazioni di Arabi che vivono e lavorano e studiano in Occidente, per assurdo Israele potrebbe essere un esempio: un Paese costruito su una identità religiosa ma che ha saputo coniugarla con la democrazia e la libertà.

Nell’immediato Israele non può perdere o pareggiare la guerra, perché questa sarebbe la vittoria di Hamas con buona pace dello slogan due popoli due stati, è necessario quindi che la voglia di chiudere subito non significhi una soluzione pasticciata che porterebbe a nuovi incendi nel futuro radicalizzando le posizioni.

Purtroppo una ulteriore complicazione è data dall’atteggiamento dell’Onu e delle sue Agenzie che ormai in mano a una maggioranza di Paesi che sono in contraddizione con la sua stessa Carta fondativa ha totalmente perso la sua funzione di organismo di risoluzione pacifica, diventando una macchina propagandistica priva di credibilità (pensiero questo condiviso da molti, ma mai chiaramente espresso). La situazione ha bisogno quindi di un lavoro lungo, culturale, politico, militare, il punto di approdo più essere veloce o lento o addirittura portare a una catastrofe, dipende solo dalla consapevolezza di quanto è in gioco. Il sogno di Peres di due Stati con una zona di libero scambio ora può sembrare un’utopia, ma si può realizzare solo se Hamas uscirà sconfitta sul piano militare e politico, non è più tempo di mezze misure. 

Alessandro Palumbo è presidente del Centro Studi Morris Lorenzo Ghezzi

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