Melting potI diversi popoli della Scandinavia visti con gli occhi degli antichi romani

Nel suo libro “Storia del mondo antico in 25 esplorazioni” (Il Saggiatore) Marcello Valente offre uno sguardo del tutto inedito sulla classicità, una storia quasi parallela a quella più nota, ricca di mappe che descrivono spazi lontanissimi e di approfondimenti sui percorsi geografici dei primi esploratori

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Una ventina di anni dopo Plinio, e una quarantina dopo la spedizione dello sconosciuto agente di Giuliano, Tacito riferiva che di fronte alla foce della Vistola vi era un’isola, evidentemente la Scandinavia, abitata dai Suioni, molto abili nella navigazione, le cui navi differivano da quelle romane perché avevano la prua a entrambe le estremità. Questa descrizione induce a vedere nei Suioni gli antenati degli Svedesi, quindi gli Illevioni menzionati da Plinio, e nelle loro navi a doppia prua i drakkar, le imbarcazioni nordiche con cui i Vichinghi sferravano le loro incursioni a scopo di rapina in Europa durante il Medioevo.

Nella sua “Germania lo storico romano riferisce anche che oltre i Suioni si stendeva un mare quasi immobile (“mare pigrum), lo stesso che Plinio definiva “mare concretum”, verosimilmente il mar Glaciale Artico, descritto come immobile in quanto spesso ghiacciato, dove il tramonto durava fino all’alba, un particolare che rimanda evidentemente a latitudini settentrionali. Tacito riferisce anche che oltre il mare Svevo, come lo storico chiama il mar Baltico, vivevano gli Esti, probabilmente gli antenati degli odierni estoni, un popolo marinaro che si era sempre disinteressato dell’ambra prima che l’amore dei Romani per il lusso lo spingesse a raccoglierla e a venderla ai mercanti romani. Questi ultimi erano disposti a spendere anche ingenti somme pur di procurarsela, suscitando lo stupore degli Esti che invece non attribuivano alcun valore a tale merce.

Oltre gli Esti vi erano ancora i Fenni, dei quali Tacito dice di ignorare se fossero Germani o Sarmati, cioè se fossero una popolazione europea o asiatica, ma riferisce che avevano un aspetto ripugnante e conducevano una vita nomade cacciando armati di frecce di osso. A dispetto dell’assonanza del nome, i Fenni non erano gli antenati dei finlandesi bensì dei lapponi, abitanti delle regioni più settentrionali della Scandinavia, dove oggi Norvegia, Svezia e Finlandia confinano tra loro, dediti a una vita nomade fondata su pesca, caccia e allevamento della renna. Tacito conclude la sua rassegna dei popoli baltici e scandinavi affermando che al di là dei Fenni vi erano solamente popolazioni dal volto umano e dal corpo ferino come gli Ellusi e gli Ossioni, i cui nomi sembrano da tradurre rispettivamente come «uomini dell’alce» e «uomini dell’orso», forse animali totemici venerati dagli abitanti dell’estremo nord della penisola scandinava.

Come Tacito, anche Claudio Tolemeo riferisce che l’isola di Scandia sorgeva di fronte alla foce del fiume Vistola, in Polonia, rivelando come i commerci tra Scandinavia e impero romano passassero evidentemente per l’estuario della Vistola. Il geografo greco collocava oltre il promontorio dei Cimbri quattro isole dette Scandie, delle quali tre sono isole danesi: Seeland, dove oggi sorge Copenhagen, Langeland, la più piccola; Lolland, la più meridionale; la quarta, la più grande, la Scandia vera e propria, doveva corrispondere alla parte meridionale della Svezia.

Nel VI secolo d.C., lo storico goto Giordane e lo storico romano Procopio di Cesarea erano ancora convinti della natura insulare della Scandinavia. In particolare Procopio la identificava con la leggendaria Tule, descritta come un’isola grande dieci volte la Britannia, i cui abitanti conducevano una vita simile a quella degli altri uomini, salvo gli Scritifinni, un popolo che non conosceva l’agricoltura né consumava vino, ma vestiva pelli di animali e praticava la caccia in sterminate foreste. La descrizione di Tule fatta da Procopio sembra riferirsi proprio alla Scandinavia, i cui abitanti delle regioni meridionali erano dediti all’agricoltura, mentre solo quelli delle sue regioni settentrionali praticavano una vita nomade come gli Scritifinni. Nella sua “Storia dei popoli settentrionali, il vescovo svedese Olaf Manson, latinizzato in Olao Magno (XVI secolo), menziona ancora gli Scritifinni, che per la loro abilità nel muoversi sulla neve grazie alle racchette potrebbero essere verosimilmente gli antenati dei lapponi.

Un ulteriore indizio a favore dell’identificazione tra Tule e la Scandinavia in Procopio si ricava dalla notizia secondo cui a Tule verso il solstizio d’estate il sole rimaneva al di sopra dell’orizzonte per quaranta giorni, mentre intorno al solstizio d’inverno non si alzava sopra l’orizzonte per un uguale periodo. Una notte artica di quaranta giorni in Europa è visibile solamente nell’area che comprende le propaggini settentrionali di Norvegia, Svezia e Finlandia, che rimase sempre ignota ai Romani. Ancora alla fine dell’VIII secolo lo storico longobardo Paolo Diacono considerava infatti la Scandinavia un’isola, sebbene adottasse una prospettiva diversa da quella mediterranea di Greci e Romani e considerasse tale regione particolarmente salubre proprio perché rivolta a nord, diversamente dalle terre rivolte a sud, il cui clima giudicava più malsano. 

Da “Storia del mondo antico in 25 esplorazioni”, Marcello Valente, Il Saggiatore, 448 pagine,  26 euro