Populisti nel palloneIn Europa il sovranismo se la prende anche con le maglie da calcio

In Inghilterra la nuova divisa della Nazionale ha fatto adirare tutto lo spettro politico perché la croce di San Giorgio aveva una gradazione di colori diversa dal solito, in Germania sembra che la Federcalcio non abbia più Adidas come fornitore ufficiale. E anche in Italia la maglia verde del 2019 era stata criticata da Giorgia Meloni

AP/Lapresse

Può una maglietta diventare un caso nazionale in grado di mettere per la prima volta d’accordo tutto l’arco politico? Nel Regno Unito sì, dato che la nuova divisa dell’Inghilterra presentata nei giorni scorsi da Nike ha ricevuto critiche da tutte la parti. Il motivo? La croce di San Giorgio, simbolo della bandiera inglese sul retro del colletto, aveva una gradazione di colori diversa dal tradizionale rosso.

Il primo a schierarsi è stato il leader laburista Keir Starmer, che ha chiesto all’azienda americana di ripristinare il simbolo originale. Il Primo Ministro conservatore Rishi Sunak gli si è subito accodato, con un messaggio in cui avvertiva Nike di «non scherzare» con le bandiere nazionali, che sono «fonte di orgoglio, identità» e sono «perfette così come sono». Alla polemica non potevano sottrarsi, a questo punto, nemmeno i leader della destra populista come Nigel Farage e Lee Anderson, che è arrivato a parlare di «woke nonsense» (probabilmente convinto che il nuovo colore fosse un omaggio all’arcobaleno della bandiera LGBTQ+, cosa che, ovviamente, non è).

Quel sottile legame tra calcio e nazionalismo
A ben vedere, non deve stupire che la maglia della nazionale possa diventare occasione di polemica politica, con toni populisti e nazionalisti. Che le selezioni che definiamo non a caso «nazionali» siano legate all’identità etnica dei popoli è un’idea radicata da oltre un secolo nello sport più seguito al mondo, e ancora oggi questo concetto non è stato superato. Lo dimostrano le polemiche che emergono – in Italia ma non solo – ogni qualvolta si valuta l’inserimento di un oriundo in nazionale.

Storicamente, non sono pochi i casi in cui le partite di calcio diventano la principale occasione di rivendicazione nazionalista, specialmente per stati che non godono ancora di ampio riconoscimento a livello diplomatico. Il caso più evidente, in Europa, è senza dubbio quello del Kosovo, riconosciuto solo da centouno membri dell’Onu su centonovantatré, ma dal 2018 pienamente riconosciuto come federazione calcistica e ammesso a partecipare alle qualificazioni a Europei e Mondiali. L’esistenza stessa della squadra comporta anche quella di uno stato indipendente, e non a caso i media spagnoli dovettero ricorrere a diversi bizzarri espedienti, nel 2021, per non ammettere esplicitamente di stare giocando contro il Kosovo.

Il caso britannico è ancora più significativo, se consideriamo che lo stato non corrisponde alla nazionale. Non esiste una squadra del Regno Unito, ma c’è una selezione per ognuna delle «nazioni» che lo compongono: Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. È ovvio però che i Three Lions, cioè l’Inghilterra, occupano un peso diverso nel Regno e nel suo dibattito pubblico rispetto agli altri componenti dello Stato. Lo conferma il fatto che, mentre la St. George’s Cross ha suscitato così tanto clamore, il nuovo design della St. Andrew’s Cross sulle maglie della Scozia non ha generato alcuna polemica politica.

Dall’Inghilterra alla Germania e all’Italia
Questa storia può essere un’interessante spia per valutare quanto in dibattito politico inglese si sia spostato su posizioni sempre più conservatrici e populiste. Ci sono state molte più polemiche per il colore di un simbolo su una maglia di calcio che per i crescenti problemi sociali del paese. E anche limitandosi al solo dibattito sportivo, il giornalista Rob Harris di Sky News ha fatto notare come la politica non sembri altrettanto indignata quando negli stadi si verificano episodi di discriminazioni razziste. Ma i politici inglesi non sono gli unici che, negli ultimi giorni, si sono lasciati travolgere da assurdi dibattiti sulle maglie della nazionale.

In Germania si è parlato molto della storica decisione della Federcalcio di non affidarsi più ad Adidas, come fatto negli ultimi settanta anni, ma di rivolgersi a Nike. Markus Söder, ministro-Presidente della Baviera per i conservatori della Csu, ha definito «sbagliata, triste e incomprensibile» questa decisione, che va contro la storia tedesca. Ancora più esplicito è stato però il ministro della Salute Karl Lauterbach, socialdemocratico, che si è lamentato del passaggio da un’azienda tedesca a una statunitense, dicendo che i fattori commerciali «distruggono la tradizione». Curiosamente, non si ricordano simili prese di posizione quando sono state Adidas o Puma a siglare contratti per realizzare i kit di nazionali straniere.

Anche l’Italia, infine, non è rimasta del tutto estranea a simili dibattiti populisti. Nell’ottobre del 2019, quando proprio Puma presentò la nuova terza maglia verde degli Azzurri, Giorgia Meloni, non ancora presidente del Consiglio, protestò su Twitter, domandandosi polemicamente quale fosse il senso «di far giocare la Nazionale italiana di calcio con una maglia verde e senza tricolore sul petto». Bruno Vespa commentò che «Non si svende la storia», mentre Il Giornale suggerì addirittura un omaggio a Greta Thunberg.

La destra populista nostrana è sembrata invece molto meno seccata dalla più recente decisione di Adidas di scrivere una frase dell’inno di Mameli («L’Italia chiamò») sul colletto della maglia azzurra, sebbene anche questo sia del tutto fuori dalla tradizionale divisa della Nazionale. In compenso, testate come Il Giornale, Libero e anche Il Primato Nazionale hanno tutte pubblicato articoli in un cui una non meglio precisata «sinistra» si sarebbe scagliata contro la novità, senza però fare nomi dei famigerati contestatori.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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