Mundus furiosusL’Europa non può affrontare le grandi sfide globali se non è unita

Il presidente della commissione Esteri della Camera, Giulio Tremonti, spiega come l’Ue si frenata da burocrazia, regole e divisioni interne. «La formula “allargamento” è ingiusta e imprecisa, quella corretta è “unione”», dice

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«Stiamo attraversando un mundus furiosus, la guerra sta cambiando tutto», dice subito Giulio Tremonti, presidente della commissione Esteri della Camera, accogliendoci nel suo studio romano a Palazzo Rospigliosi. “Mundus furiosus” è il titolo di un libro che lo stesso Tremonti ha pubblicato con Mondadori, prima della sua ultima fatica “Globalizzazione – Le piaghe e la cura possibile” (Solferino). Una ragione di più, dal suo punto di vista, per sostenere che l’Europa, così com’è, non funziona. Troppe regole, troppe leggi, troppa burocrazia. Tremonti esibisce un foglio che è una dimostrazione scientifica della deriva tecnocratica: dal 30 dicembre 1952 al 6 febbraio 2024 l’Unione europea ha pubblicato 48.966 Gazzette Ufficiali, con pagine crescenti peggio di un ogm, dalle duecentododici pagine pubblicate nel 1953 alle 38.045 del solo 2022. Un totale di 1.292.601 pagine colme di regole e normazioni che se le mettiamo in fila raggiungono i trecentottantaquattro chilometri.

«Bisogna recuperare – dice Tremonti – i valori di fondo dell’Europa, innanzitutto mettendo a punto una cura che freni il dominio assoluto del mercato. Siamo davanti a passaggi epocali. Quello che viviamo al principio di questo millennio, per certi versi, non è diverso da quello che è stato vissuto in Europa nell’altro millennio. Nel Cinquecento la scoperta dell’America, modificando l’asse geopolitico dell’Europa, ha fatto nascere sulla costa dell’Atlantico gli Stati-nazione e ha fatto nascere nuove religioni, più adatte allo sfruttamento dei nuovi assetti territoriali. Contemporaneamente viene inventata la stampa che conduce a una nuova dimensione dell’essere e del sapere, fino ad allora racchiuso e custodito nei monasteri, come nel “Nome della Rosa”. E, terzo fatto rivoluzionario, il mondo mussulmano conquista Costantinopoli e cresce lo spettro del terrore da est, diffuso a tutti i livelli. A livello alto ne parlano Erasmo e Lutero, a livello popolare e banalizzato si diffonde l’esclamazione Mamma li turchi. Cosa sta succedendo oggi? La scoperta prima economica e poi politica dell’Asia, il passaggio dell’informazione sulla Rete, che rappresenta una nuova e allargata dimensione del sapere, e poi la Russia, il pericolo che viene da oriente».

E il terrorismo islamico?
Anche. Non viene considerato a sufficienza il nesso tra quello che è accaduto l’11 settembre e quello che accade in Ucraina. Tutto un mondo si è mosso in difesa delle tradizioni rispetto alla “empietà” del mondo occidentale. I grattacieli abbattuti a New York non per nulla erano il simbolo della globalizzazione dei commerci.

La logica dell’invasione in Ucraina non era difensiva, anzi…
È iniziata con una logica aggressiva e con l’illusione di prendere tutto in pochi giorni. Dopo, nella propaganda di Mosca, è diventata una difesa contro gli attentati alla tradizione russa. Di fatto esiste una continuità tra quello che succede in Ucraina e quello che succede con i gruppi islamici che combattono in Medio Oriente. Più dei carri armati temono gli happy hour. Per tornare ai due passaggi epocali nei due millenni, la differenza è che la rivoluzione del Cinquecento si è sviluppata lungo oltre un secolo, quella di oggi in pochi anni, gli anni troppo frettolosi della globalizzazione. Il termine “globalizzazione” fu coniato dell’Economist nel 1962, ma si è diffuso a partire dalla metà degli anni Novanta, dopo la fine dell’Unione Sovietica, con l’istituzione del World Trade Organization nel ’94  e con l’entrata della Cina nel Wto, nel 2001. In pochissimi anni hanno iniziato a ridursi gli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali su scala planetaria. Nel 1989 il Corriere della Sera mi chiese un commento sul bicentenario della Rivoluzione francese. Nell’articolo notavo che si stava spezzando la catena politica fondamentale: Stato, territorio, ricchezza. Cioè prima gli Stati, controllando il territorio, avevano il monopolio della politica, battevano moneta, riscuotevano le imposte, amministravano la giustizia. Ma cosa stava succedendo? La ricchezza aveva iniziato a uscire dai confini degli Stati: investimenti world wide, concentrazioni finanziarie a Londra, il mercatismo, eccetera. Il Corriere titolò il mio articolo: “Una rivoluzione che svuoterà i parlamenti”. Devo dire, non banale per quei tempi. E ora siamo finiti in un mondo dove la dimensione del debito ha superato la dimensione del Pil.

Per citare il suo libro, qual è la cura possibile?
L’Europa ha una sola alternativa: unirsi. La formula “allargamento” è ingiusta e imprecisa. La formula corretta è “unione” dal Baltico al Mar Nero, che vuol dire innanzitutto unione delle culture, tra parte ovest, quella della democrazia perfetta, fluida, e parte est, dove le tradizioni sono una parte strutturale e costitutiva. O ci uniamo, senza commettere troppi errori, o siamo battuti.

Quali errori?
Nell’ultima fase europea ci sono state cose positive in cui l’unione ha prevalso, come per l’euro o per i vaccini, ma ci sono stati anche una quantità di errori. L’Europa è l’unico continente che ha eliminato di colpo i dazi, mentre le altre nazioni li hanno mantenuti. È un continente che impone regole su regole alle sue imprese, che devono competere con altre imprese che non hanno regole. Poi ci sono stati errori di governance e di burocrazia delirante, quella per cui un fagiolo europeo non è un fagiolo se non misura due centimetri. Però adesso, anche a causa della guerra, abbiamo un’occasione. Posso volgarizzare?

Volgarizzi pure.
Se entriamo in un luogo democratico, come bar o una birreria, e diciamo: in Europa ci vuole una difesa comune e una politica estera comune, un tempo ci avrebbero cacciato, oggi ci pagano da bere. È il ritorno a principi democratici, nel senso che sono principi compresi dai popoli.

Il mondo però cambia anche fuori dall’Europa. Oltre ai Paesi arabi, ci sono i Brics, la Shangai Cooperation Organisation, e soprattutto la Cina…
La Cina è un monoblocco di enorme forza, che, dietro gli attriti, ha un grosso rapporto con l’America. Le economie si intrecciano, Xi [Jinping] e [Joe] Biden si sono stretti la mano, e non vedo la Cina come un fattore reale di crisi. Però i cinesi sono frenati dalla mancanza di libertà e dal poco appeal della struttura politica, oltre che da un grande invecchiamento della popolazione nelle vastissime zone rurali dell’interno. Come mi disse un alto dirigente cinese dopo un discorso che tenni a Pechino, alla Scuola del Partito Comunista Cinese: vorremmo diventare un po’ ricchi prima di diventare vecchi.

Per concludere, torniamo alla guerra in Israele e al terrorismo di Hamas, che nuoce anche alla popolazione palestinese…
Quando Biden è andato in Israele ha detto: non commettete i nostri errori. Le racconto un episodio. Nel 1999 portai [Silvio] Berlusconi a Londra da Margaret Thatcher, Berlusconi si era seduto su un bracciolo della poltrona della Thatcher e lei se lo guardava rapita. A un certo punto Berlusconi chiese: ma perché quando avete vinto la prima guerra del Kuwait non avete fatto fuori Saddam? E lei rispose: perché George era un gentleman!… In realtà la scelta di George Bush fu allora di non distruggere lo Stato. Al contrario degli errori commessi successivamente, al tempo delle rivoluzioni arabe, in Libia, Siria, Iraq. Tu puoi battere uno Stato, ma non puoi battere un popolo. L’errore dell’occidente che esportava la democrazia come una commodity, è stato la distruzione degli Stati.

Ma non è il caso di Israele…
Io capisco perfettamente la posizione di Israele, ma ora dobbiamo tenere presente che una cosa è uno Stato e una cosa è una Striscia, che un conto è una casa e un conto è una tenda… ci sono quasi un milione e mezzo di persone sfollate, pensiamo che domani questo non sarà un problema?

E come se ne esce? Hamas prima ha attaccato, poi continua a trattenere gli ostaggi rapiti, che per Israele hanno la precedenza su ogni altra considerazione…
Come se ne esce è troppo presto per dirlo, purtroppo siamo ancora in un mundus furiosus. Shakespeare, Amleto: time is out of joint. Il tempo è fuori dai cardini.

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