Il vento del nienteGli adulti della Lega prendono le distanze e aspettano che Salvini vada a sbattere

Dopo il pessimo risultato in Sardegna, il vicepremier è criticato dai suoi colleghi di partito che contestano la linea politica di estrema destra. E tornano, come sempre, le voci sulle manovre di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga

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Ha detto giorni fa Umberto Bossi: «Ha fatto diventare la Lega un partito di estrema destra, proprio mentre al governo c’è Giorgia Meloni che ha il simbolo della Fiamma. Ma tra la copia e l’originale, chi vuoi che voti la gente?». Ha detto ieri Roberto Castelli: «Noi della vecchia Lega con le stesse percentuali avevamo un progetto forte, il federalismo, lui non ha nulla, ha la stessa identità politica di Meloni, è un doppione senza prospettiva».

L’Innominato è chiaramente Matteo Salvini, il becchino di quella storica Lega Nord che pure Luca Zaia ha detto di preferire a questa di adesso. Attenzione: non sono i ruggiti dei vecchi leoni, i risentimenti di politici ai giardinetti, il Come Eravamo di leader di una stagione finita da tempo. Bossi come al solito parla di politica. E anche Castelli, l’ingegnere che fu Guardasigilli. Quest’ultimo prevede la Lega al sette per cento alle Europee (cinque anni fa prese il trentaquattro): ma a questo punto, dopo l’orripilante 3,4 in Sardegna, non è nemmeno scontato. Probabile che venga scavalcato dalla pallida Forza Italia tajanea, per dire come sta messa.

Il vicepremier rischia, e lo sa. Incede con pesantezza tra gli ostacoli come uno che abbia bevuto troppo. Vive alla giornata, si ingarbuglia da solo, litiga con tutti e nessuno gli dà più conto. Non è solo un problema di percentuali, ha ragione Castelli, ma di linea politica. Che semplicemente non c’è. Non è infatti una strategia credibile virare verso l’estrema destra sperando di intercettare i delusi da Giorgia Meloni: un’idea che ti aspetti da un Gianni Alemanno, non da un vicepremier. Travestirsi da fascisti è un’idea di marketing politico da quattro soldi perché oltretutto stride con l’anima popolana del leghismo che non è mai stata una costola della sinistra ma non è nemmeno, nel suo insieme, annoverabile tra le destre radicali europee.

Infatti tutti quelli che conoscono quel mondo dicono che i militanti siano furibondi. Se Gad Lerner e Gianni Riotta rifacessero “Profondo Nord” e “Milano, Italia” trent’anni dopo, forse si scoprirebbe che da quelle parti c’è voglia di tornare da dove si è partiti, alla Lega sindacato del Nord, quella di polenta e vino rosso anche se oggi con lo smartphone sul tavolo, che ascolta le lamentele dei padroncini e degli allevatori e la gente comune di Padova, Vicenza, Verona, tre città simbolo perse: che c’entrano i nazisti tedeschi? «La Lega deve tornare a essere la Lega», ha detto l’assessore allo Sviluppo economico del Veneto Roberto Marcato, molto vicino a Zaia, il leghista che vince sempre al quale Meloni vuole tagliare la strada con la tagliola del terzo mandato, che poi per lui sarebbe il quarto, il casus belli che ha innescato il tradimento di quei salviniani in Sardegna che hanno barrato il simbolo della Lega e magari il riquadro di Renato Soru.

Il terrore che corre lungo la schiena di Salvini lo porta a escogitare scorciatoie penose come quella di arruolare un tipo come Roberto Vannacci, una meteora già caduta dal firmamento di carta della politica-spettacolo. S’immagina il Ponte di Messina come i bambini al luna park, una cosa che probabilmente non si farà mai, rispolvera tramite Roberto Calderoli, l’ultimo dei mohicani rimasti con lui, un simulacro di federalismo che nessuno sa spiegare, questa autonomia differenziata che è peggio dell’araba fenice; e non parliamo della politica estera, ché Salvini è l’unico a non essere stato colpito dalla morte di Navalny, tanto da aver mandato in piazza a prendersi i fischi il povero Romeo.

E all’orizzonte non c’è solo Luca Zaia ma anche Massimiliano Fedriga, uno abile, più giovane. Gente che può alzare un venticello del Nord e recuperare un’identità terragna e nerboruta: sono entrambi molto più forti di Salvini, il becchino di una storia trentennale la cui parabola – ha sentenziato Castelli – è finita, e non ci saranno altri Papeete, non gli sarà consentito, semmai con il fantasma della caduta, e rovinosa. E se Castelli ha ragione, è questa la novità.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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