Dopo la disfattaForse è meglio allungare ancora il cupio dissolvi dei riformisti italiani

Italia Viva, Azione, PiùEuropa e i liberali non sono in grado di costruire niente. I buoni del Pd, figuriamoci. È un azzardo, ma un big bang che rinnovi questa classe dirigente potrebbe non essere male

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A riflettere sui guai del defunto Terzo Polo sono pochi gli osservatori e i commentatori che tentano di esercitarsi. Forse perché obiettivamente è anche difficile, salvo i soliti accenni psicanalitici. Preziosi quindi i recenti interventi di Alessandro De Nicola su Repubblica e di Christian Rocca su Linkiesta, entrambi peraltro poco confortanti per i tifosi della materia, perché le conclusioni sostanziali rimandano, in modo più (Rocca) o meno (De Nicola) esplicito, a dopo il 9 giugno. Quella data – a ben vedere le loro conclusioni – sarà insomma solo un derby tra Giorgia Meloni e Matteo Salvini, e tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. Quanto di meno europeistico possa servire all’Italia.

Sull’orlo di una crisi, non di nervi ma di impotenza, c’è comunque un dieci per cento di italiani che rischia di non essere rappresentato in quel Parlamento europeo che pure sarebbe chiamato da vaste ragioni geopolitiche a dimostrare la propria esistenza nell’anno delle cento elezioni.

Italiani usciti nel settembre 2022 in tutta fretta da case di centrodestra e (soprattutto) di centrosinistra, decisi a non tornarci più, per cercare l’alternativa di un po’ di aria nuova, pulita, lontani dalla tracotanza molto ammirata di Roberto Vannacci e dagli equilibrismi molto furbi di Dario Franceschini, pur sapendo che il rosatellum li avrebbe condannati a minoranza potenzialmente esule, ma speranzosi che il proporzionale puro delle Europee avrebbe almeno restituito posti sicuri in quell’assemblea.

Come è invece andata lo sappiamo bene, dalle speranze liberaldemocratiche del gennaio 2023, fino alla scoperta primaverile dei propri reciproci egocentrismi ai vertici delle componenti, sia nel Terzo Polo che financo in PiùEuropa.

E poi lo scorrere inesorabile del tempo, segnato da illusorie docce scozzesi. In meno di una settimana, complice l’ambiguo esito delle elezioni sarde, siamo passati dal «forse mi faccio da parte» di Matteo Renzi in nome degli Stati Uniti d’Europa, all’inizio trionfale londinese di una sua campagna elettorale a tutto campo in cinque circoscrizioni. E, per quanto riguarda Carlo Calenda dal «quasi quasi si può lavorare con i Cinquestelle» al definitivo anatema contro Conte, «populista, incapace, trasformista e proputiniano». Ci eravamo un po’ preoccupati, in effetti.

Capogiri a parte, in attesa che il voto in Abruzzo consenta nuovi giri di valzer (attesissimi quelli in casa PiùEuropa), come dar torto al pessimismo garbato di De Nicola e a quello senza se e senza ma di Rocca?

Purtroppo, però, dall’esito del 9 giugno non si può prescindere, rinviando tutto tranquillamente, e pensiamo non solo all’esito italiano ma anche a quello europeo, perché la ripetizione della vecchia maggioranza europea non v’è certezza assoluta. E un esito paralizzante non sarebbe che un trampolino di lancio per la risposta di amorosi sensi oltre Oceano, con Donald Trump vincente, l’europeismo in crisi e gli europeisti a contare i voti che li separano dal quattro per cento come dei Paolo Truzzu qualsiasi.

A dirla tutta, i commenti che stiamo rileggendo insieme a voi, presuppongono soprattutto la scomparsa delle leadership attuali. Basta il 3,9 per cento per cancellarle, d’altra parte, e sarebbe un vero peccato, perché il talento perduto di Matteo Renzi e di Carlo Calenda impoverirebbe la politica nazionale. Scomparirebbero e ci lascerebbero invece statisti come Angelo Bonelli o Maurizio Lupi che, con molti meno voti di loro (e persino dei Libdem di Andrea Marcucci), continuerebbero a spadroneggiare sui Tg serali.

Rocca salta l’ostacolo e si appella ai Dem. Possibile che lì dentro non vi siano teste pensanti utili a riempire il vuoto di un’ampia area centrale lasciata a disposizione dai contendenti attuali?

La premessa è però che manca un leader credibile per questa operazione e i nomi citati – Giorgio Gori, Lorenzo Guerini, Pina Picierno e Lia Quartapelle, più Irene Tinagli e soprattutto Paolo Gentiloni – non sono insediati al Nazareno. Lì c’è Schlein e la testa pensante è sempre Franceschini (fantastico il tweet delle 19.50, quando l’esito sardo non c’era ma si intravedeva). Ma c’è ormai poco da sperare da Stefano Bonaccini, che si è seduto senza rialzarsi sulla poltrona di Presidente. Dopo aver lasciato credere che era solo senso di responsabilità, eccolo giulivo a festeggiare il successo della creatura di Giuseppe Conte a Cagliari. Eccesso di zelo.

Per credere che dentro il Partito democratico vi siano energie riformiste autentiche (non quelle che regnante Renzi gli facevano corona senza riserve) bisogna insomma passare attraverso una catarsi.

Augurarsi insomma la cura-shock di una sconfitta che spazzi via le classi dirigenti di almeno i tre partiti del centro e il più grosso della sinistra?

Un bell’azzardo, compensabile con la crisi definitiva del salvinismo (?), ma aggravato dal probabile buon esito del “populista incapace”, vera iattura della democrazia italiana. In più, regalando a Forza Italia le briciole rimaste sul piatto del fallimento terzopolista.

Insomma, tra capricci, personalismi, esibizionismi vari anziché la via semplice di creare un partito per il futuro – il liberaldemocratico che manca perché anche la parola fa paura – saremmo qui a sperare che il cupio dissolvi dei riformisti arrivi fino in fondo. Un po’ come l’intervento chirurgico disperato da ultima spiaggia. Il paziente potrebbe morire, ma anche salvarsi.

Ripetiamo: un bell’azzardo, perché fuori dai confini della cittadella politica italiana, ci sono due guerre, autocrati guerrafondai, nazionalismi contro multilateralismo, pazienze cinesi e impazienze trumpiste sulla fine veloce dell’Ucraina. Il brivido della roulette russa (quello della pistola).

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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