Dopo le EuropeeUn’alternativa liberal alla Meloni è possibile (ma non è quella sarda)

Manca un leader credibile e affidabile, ma dal 9 giugno si potrà costruire un soggetto politico liberale e progressista, europeo ed atlantico, dentro - o più opportunamente - di fianco al Partito democratico

Il successo acrobatico in Sardegna dell’alleanza Pd-Cinquestelle, pur con meno voti rispetto al centrodestra e con il consenso dei grillini ridotto di due terzi rispetto alle elezioni politiche di un anno e mezzo fa, assieme alla tragicomica performance di PiuEuropa e Azione, incredibilmente alleati con comunisti e anti Nato ma non con Renzi, ha riacceso la speranza delle opposizioni di poter battere a livello nazionale la destra di Giorgia Meloni, e ha riaperto il dibattito sulle alleanze nel campo progressista per costruire l’alternativa al governo. 

Sono tornati a vociare i cantori dell’alleanza strategica, subito presi a pesci in faccia da uno dei due alleati strategici, in attesa della prossima tornata elettorale locale che dimostrerà esattamente il contrario di quello che gli alleandi strategici pensano abbia dimostrato il voto sardo. 

Continuerà così, come una chiacchiera fine a sé stessa, fino al giorno delle elezioni europee di giugno. Con lo spoglio delle schede per l’Europarlamento di Bruxelles, comincerà un’altra partita, quella vera, quella potenzialmente in grado di cambiare le cose. Forse. Anzi, a una sola condizione. 

Scartando fin d’ora ipotesi inverosimili come una favolosa vittoria o, all’opposto, una clamorosa sconfitta del Pd, ci troveremo molto probabilmente di nuovo al pianterreno di una possibile abitazione alternativa alla Meloni, che ancora prima dei numeri e dei pesi dei vari soggetti alleabili dovrà occuparsi di ergere i pilastri su cui costruire il tetto di una casa stabile. 

Questi pilastri sono, a grandi linee, maggiori diritti individuali, sostegno al lavoro, più libertà di impresa, rete di sicurezza sociale, giustizia giusta, solido atlantismo, convinto europeismo e affidabile repubblicanesimo, cose che di per sé escluderebbero gli eversori costituzionali, i distributori di soldi a pioggia, i giustizialisti, gli antieuropei, i sodali di Putin, gli amici di Trump e i filo Hamas (individuarli è facile: sono quasi tutti nello stesso partito). 

Con ogni evidenza nessuno degli attuali leader dei partiti liberal progressisti può pretendere di guidare una coalizione: Elly Schlein è mal vista da metà dei suoi dirigenti politici, mentre fuori dalla cerchia fedele del Pd non ha nessun appeal. Renzi e Calenda figuriamoci, mentre l’avvocaticchio del populismo può contare sull’unico ma imperituro sostegno di Giuliano Ferrara (prima o poi, l’Elefantino ci svelerà che il suo amore per Conte e Arcuri, ribadito in prima pagina ieri, è stata una formidabile burla al 110 per cento e finalmente ci faremo gratuitamente un sacco di risate). 

Insomma, manca un leader credibile e affidabile a garanzia dei pilastri di cui sopra, capace di tenere insieme gli adolescenti e gli inadeguati che governano con imperizia i partiti, e in grado di rappresentare un’alternativa popolare a Meloni. 

Non è solo un problema nostro, i leader scarseggiano ovunque, tranne forse in Francia (Gabriel Attal) e in Inghilterra (Keir Starmer), per questo la mente italiana va sempre alla ricerca di figure alla Romano Prodi o alla Carlo Azeglio Ciampi o più recentemente alla Mario Draghi. In alcuni casi scatta anche la nostalgia per i tempi di Walter Veltroni o di Francesco Rutelli. Ma, in ogni caso, queste figure non sono disponibili o sono superate, e non ci sono nemmeno nuove proposte come una volta a Sanremo. 

Le leadership potranno sempre nascere e crescere col tempo, ma il progetto politico coerente va costruito subito dopo il voto di giugno. 

I risultati delle Europee, specie se i liberal-democratici conducessero l’area terzista all’inevitabile scontro frontale con la realtà, dovrebbero convincere gli adulti del Pd, da Giorgio Gori a Lorenzo Guerini, da Pina Picierno a Lia Quartapelle, da Irene Tinagli a Paolo Gentiloni, a sfidare con coraggio l’assemblearismo studentesco di Schlein al fine di rimettere il Partito democratico sui binari su cui era stato fondato oppure a occupare loro stessi con un nuovo partito politico lo spazio lasciato vacante dall’ex Terzo Polo. 

Resta il problema di chi possa guidare questo caravanserraglio popolato da litigiosi abitanti, ma ci sarà tempo per  occuparsene. Intanto, sarebbe necessario fare politica.  

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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