Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Qualche giorno fa è stato pubblicato il Food waste index report 2024 del Programma delle Nazioni unite per l’ambiente (Unep). Questi, in breve, i dati salienti: nel 2022, a livello globale, abbiamo generato 1,05 miliardi di tonnellate di rifiuti alimentari, una cifra pari a centotrentadue chilogrammi a persona e che corrisponde a circa un quinto del cibo a disposizione dei consumatori; il sessanta per cento degli alimenti viene sprecato in famiglia, il ventotto dai servizi di ristorazione e il dodici per cento dalla vendita al dettaglio. Mentre spulciavo il documento alla ricerca di notizie confortanti (povero illuso), arriva una notifica sullo smartphone: le discariche, come conferma un nuovo studio pubblicato sulla rivista Science, emettono enormi quantità di metano (CH4), aggravando così il riscaldamento globale di origine antropica. È l’ennesima dimostrazione di quanto la crisi climatica sia fatta di circoli viziosi: più cibo sprechiamo, più questo si “trasforma” in rifiuti che – assieme ad altri scarti come vestiti, legno, carta, cartone, imballaggi, elettrodomestici e tanto altro – rilasciano un gas che sta contribuendo a mandare il clima in tilt.
Come spiega l’Italian climate network, il metano – in un periodo di vent’anni – «ha una capacità complessiva di intrappolare calore pari a ottantaquattro volte» rispetto a quella dell’anidride carbonica (CO2). Quest’ultima ha un tempo di vita medio in atmosfera che può superare i cent’anni, a differenza dei dodici anni del metano. Secondo l’Unep, ridurre del quarantacinque per cento le emissioni antropiche di questo gas eviterebbe – entro il 2045 – un aumento di 0,3°C di riscaldamento globale: se vogliamo avere anche solo una possibilità di rispettare le soglie dell’accordo di Parigi, non possiamo ignorare il metano. Tra il 2011 e il 2020, in Italia le emissioni di CH4 provenienti dalla mala gestione dei rifiuti sono calate solo del 5,4 per cento, a differenza del -48,7 per cento dei processi industriali e del -24,5 per cento dei sistemi energetici (le emissioni agricole sono invece rimaste invariate).

Il tema delle fughe di metano dalle discariche è noto da tempo, ma è stato presentato in maniera spesso superficiale. Riley Duren, co-autrice dello studio, fondatrice di Carbon Mapper ed ex scienziata della Nasa, ha affermato: «Come società, per tanto tempo siamo rimasti all’oscuro delle emissioni effettive delle discariche». Il motivo è più semplice di quanto si pensi: misurare i gas rilasciati dalle discariche è difficile e pericoloso, perché per farlo si deve (anche) camminare su cumuli di spazzatura che rischiano di crollare ed emanano esalazioni tossiche. Secondo l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente, le discariche sono la terza fonte di emissioni antropiche di metano di tutti gli Usa. In Italia, stando a un’elaborazione di Openpolis dei dati Eurostat, la cattiva gestione dei rifiuti sarebbe la responsabile del trentanove per cento delle emissioni di questo gas (fa peggio solo l’agricoltura con il quarantacinque per cento). Si tratta però di stime basate su modelli computerizzati e non su analisi dirette.
Gli autori della ricerca in questione hanno fatto un passo avanti: per colmare la carenza di dati precisi, hanno sorvolato circa il venti per cento delle discariche a cielo aperto degli Usa utilizzando una tecnologia chiamata spettrometro per immagini. Le analisi sono durate dal 2018 al 2022. In più della metà dei siti osservati via aria, stando ai risultati, sono stati rilevati degli hotspot di emissioni, o comunque dei picchi di produzione di metano che a volte duravano per mesi. Il motivo? Gli avanzi alimentari e altri tipi di rifiuti, quando si decompongono in situazioni di umidità e carenza di ossigeno, possono emettere grandi quantità di metano. Si tratta di situazioni tipiche delle discariche mal gestite e non supportate da politiche ambientali e tecnologie adeguate.
La chiave per invertire la tendenza è sempre alla radice: produrre meno e consumare consapevolmente per dare origine a meno scarti. Ma anche il compostaggio, ossia il processo che trasforma i rifiuti solidi in fertilizzanti, è una delle vie maestre per ridurre le emissioni antropiche di metano. Inoltre, alcune discariche hanno pozzi e tubi capaci di immagazzinare il CH4 generato dai rifiuti in stato di decomposizione; il gas viene poi bruciato o riutilizzato per produrre calore o elettricità. Ma anche questi sistemi, spiegano gli esperti, possono avere delle perdite, soprattutto in assenza di un’adeguata manutenzione.
Il tema è stato sollevato di recente anche dal Guardian, che a febbraio ha pubblicato un’inchiesta resa possibile dai dati satellitari forniti da Kayrros, società specializzata in intelligence ambientale. Dal 2019 al luglio 2023 – come dimostra la mappa qui sopra – sono state registrate 1.256 fughe di metano dalle discariche, provenienti soprattutto da India, Pakistan e Bangladesh, ma anche da Paesi teoricamente più avanzati come Argentina o Spagna; solo a Madrid sono state segnalate almeno diciassette grandi perdite di metano. Considerando che, stando alle stime delle Nazioni unite, entro il 2050 il settanta per cento della popolazione globale sarà concentrato nei centri urbani, questo problema rischia solo di peggiorare.
Per fortuna esistono discariche all’avanguardia come quella a sud di Cracovia, in Polonia, dotata di «un sistema di estrazione attiva del gas in cui il metano viene estratto dalla discarica sotto pressione. In questi tubi c’è una pressione negativa o un vuoto che porta il gas in un impianto bioelettrico dove viene prodotta elettricità», racconta a Euronews il direttore dell’impianto, Adam Królikowski. In generale, molte discariche stanno installando dispositivi di aspirazione in grado di immagazzinare il metano prima che venga rilasciato in atmosfera, ma ci sono ancora troppi contesti – soprattutto nei Paesi in via di sviluppo – non a norma: circa il quaranta per cento dei rifiuti mondiali, stima il Guardian, finisce nei meandri di siti non correttamente gestiti.
Le emissioni di metano sono rimaste più o meno costanti fino al 2007, per poi aumentare vertiginosamente. La colpa è anche di un fattore non direttamente antropico: le zone umide assorbono CO2 dall’atmosfera con la crescita delle piante, per poi emettere CH4 quando queste muoiono e si decompongono. Ecco perché è necessario intervenire urgentemente sui fattori antropici, ossia – in primis – zootecnia e gestione dei rifiuti: i circoli viziosi della crisi climatica si limitano anche agendo con senso d’urgenza