Chiamalo col suo nomeIl personalismo elettorale non è la causa, ma l’effetto della fine dei partiti

Il nome del leader nella scheda elettorale è un problema che ci portiamo dagli anni Novanta. Prima o dopo tutti sono caduti in questo vezzo narcisistico

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Pare che lo scandalo di questa campagna elettorale siano i nomi dei leader nel simbolo dei rispettivi partiti e le loro candidature per un seggio europeo, anche se incompatibile con le cariche già ricoperte (parlamentare nazionale o ministro), per innescare quell’effetto di traino che i sondaggi generalmente, con poche eccezioni, confermano. La gente è più contenta di votare per il proprio beniamino, anche se sa che non andrà a Bruxelles. Così si candida Giorgia Meloni, si candida Elly Schlein, si candida Antonio Tajani, si candida Carlo Calenda. Su molti contrassegni elettorali campeggiano i nomi dei vivi e pure dei morti (Berlusconi).

È difficile definire scandalo una prassi ormai comune, oltre che ovviamente legittima (si tratta di casi di incompatibilità e non di ineleggibilità), di cui è stato antesignano Marco Pannella, il politico che con grande anticipo ha colto il rapporto tra la crisi dei partiti e la crisi della democrazia italiana e nel contempo ha purtroppo precorso la rottamazione leaderistica dei primi e la trasmutazione maggioritaria della seconda. 

Progetto voluttuosamente narcisistico in un caso e ambiziosamente ingegneristico nell’altro, che con la chimera del riformismo referendario ha illuso tanti (quorum ego), per non dire quasi tutti di un grande balzo in avanti nella modernità, ma che, ragionando col senno di poi, ha ulteriormente tribalizzato quel che rimaneva del confronto democratico, già da tempo degradato in Italia – a far data almeno dai governi di unità nazionale – dall’oblio o dal ripudio delle responsabilità di governo come moltiplicatore del consenso politico.

Era l’inizio degli anni Novanta e tutto sembrava sul punto di cambiare segno rinascendo dalle spoglie morte del passato; più prosaicamente, quel che ci aspettava era invece un lungo, anzi infinito processo di putrefazione di un sistema politico unfit per avere voltato le spalle alle condizioni soggettive e oggettive di ogni esperienza politica degna di questo nome e per avere trasformato le istituzioni in un suq di imbroglioni e di accattoni, di mangiafuoco e cartomanti, di buoni a nulla e capaci di tutto, legittimati da un consenso tanto imponente, quanto disperato e suicidario.

La personalizzazione parossistica della politica, che si specchia a ogni elezione nella capacità di tribuni e capipopolo di catalizzare un consenso volatile con l’alchimia di un “voto contro” adattabile a qualunque disgusto, è dunque un segno di un problema che sta a monte e che non si risolve con il bon ton elettorale e neppure con una autoregolamentazione, di cui mancano completamente gli incentivi sociali, visto che qualunque “metterci la faccia” è indubbiamente premiato dal comportamento di voto degli italiani e nessun leader di partito – se non pensa o non sa di essere più un problema che una risorsa – ha interesse a regalare, per uno scrupolo di stile, ai leader dei partiti avversari un vantaggio competitivo.

La democrazia ridotta a scontro tra leader diventa purtroppo, abbastanza inevitabilmente, un’opera dei pupi grottesca. I partiti che si chiamano come i rispettivi capi sono una conseguenza di questa deriva e sono spesso una necessità elettorale dettata dal (cattivo) funzionamento di una democrazia in cui i partiti sono, per lo più, degli staff o dei conglomerati di poteri feudali. Il nome del leader dice qualcosa, il nome del partito nulla: questo è il punto a cui siamo, via via scendendo, arrivati e da cui occorrerebbe ripartire e risalire, sempre che non si continui, toccato il fondo, a scavare. Che è l’ipotesi oggi più probabile, vista l’inerzia del gioco.

Di certo non si uscirà da questo incantesimo e da questa prigione con un rinfacciamento reciproco di “abusi” a cui nessuno è estraneo nella politica italiana, dove non c’è chi non abbia fatto ciò che rimprovera agli altri di fare o fatto quel che rimprovera agli altri di non fare. Perfino Prodi mise il proprio nome sulla lista per le elezioni europee, che lo traghettarono ai vertici della Commissione Ue. Perfino il PD, malgrado il dichiarato amore per il collettivismo partitico, subito dopo la fondazione intestò al proprio leader Veltroni le liste per le elezioni politiche del 2008.

Che i personalismi di destra, di sinistra, tecnocratici e antipolitici – senza escludere quelli quirinalizi, prodotti dop della cosiddetta Seconda Repubblica – abbiano avuto forme diverse, più o meno sguaiate e spocchiose, educate ed esagerate, insolenti e riluttanti, pericolose e provvidenziali, tutto sommato non cambia la sostanza e la gravità del problema. 

In Italia da trent’anni sono i leader che fondano e sfondano i partiti, non i partiti che creano e distruggono i leader, come vorrebbe la fisiologia evoluzionistica della democrazia e come quasi tutti gli altri stati democratici del mondo occidentale continuano a fare, sia pure con qualche inciampo, malgrado tutto.

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