Diritto d’autoreL’Europa si avvicina a una vera liberalizzazione del mercato del Copyright

Una sentenza della Corte di giustizia europea ha messo fine al monopolio in Italia di Siae, ormai rimasta un unicum in Europa. Ma un mercato senza regole potrebbe distruggere il sistema solidaristico finora attivo che serve a tutelare gli artisti meno influenti

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La prima associazione per la gestione collettiva del diritto d’autore mai esistita affonda le sue radici alla vigilia della Rivoluzione francese, quando il poliedrico drammaturgo francese Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, indignato dal comportamento della Comédie française che sfruttava belluinamente i propri autori, creò insieme ad un gruppo di scrittori la Société des auteurs et compositeurs dramatiques, al fine di proteggere quella che era già diventata la sua commedia più famosa: Il Barbiere di Siviglia. Le società di questo tipo oggi rivestono un’importanza fondamentale poiché si dedicano a tutte le attività amministrative necessarie per assicurare che ogni artista riceva un compenso ogni volta che le sue opere, protette dal copyright, vengono utilizzate da terzi: dai concerti negli stadi, ai party in piscina sono tutte royalties che qualcuno deve prendersi la briga di raccogliere. 

Oggi in Europa le organizzazioni di gestione collettiva (Ogc) gestiscono introiti da capogiro: nel 2022 il mercato europeo del copyright valeva 6,6 miliardi, trainato dagli incassi di band e cantanti, settore in piena crescita (+28.3 per cento) nel post-pandemia. Tuttavia, dai tempi di Beaumarchais la sfida nella protezione dei diritti d’autore si è complicata sempre di più anche per via della rivoluzione digitale e dell’avvento di internet. Quest’ultimo ha amplificato il fenomeno della pirateria online ma ha anche portato a una riconsiderazione del tradizionale concetto di copyright, introducendo nuove forme di licenze come i creative commons e l’interessante concetto di copyleft, un sistema di licenze attraverso cui l’autore indica ai fruitori dell’opera che essa può essere utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, pur nel rispetto di alcune condizioni essenziali. Oggi il problema riemerge più forte che mai nella pratica delle società di intelligenza artificiale di utilizzare articoli di giornale per addestrare i propri algoritmi di intelligenza artificiale, senza sempre ottenere il consenso dei legittimi autori – il New York Times ha querelato Microsoft e OpenAI per questo motivo a inizio 2024. 

L’Europa, tuttavia, ha risposto alle sfide portate dalle nuove tecnologie con delle direttive volte a colmare i vuoti legislativi e per omologare le norme dei diversi stati. Nel 2015 la Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, nota anche come Direttiva sul Copyright, ha risposto all’esigenza di riformare la disciplina comunitaria sul diritto d’autore – fino ad allora ferma al 2001 – alla luce delle nuove tecnologie e della crescita delle piattaforme online, estendendo la protezione dei contenuti creativi al nuovo ambiente digitale. Mentre, un anno prima, la direttiva Barnier, aveva istituito un quadro omogeneo di regole per garantire la trasparenza e l’efficienza nella governance e nell’amministrazione delle società di autori in tutta Europa. Una ulteriore premura di quest’ultima direttiva era quella di liberalizzare il mercato del copyright tradizionalmente monopolizzato delle società di gestione condivisa del diritto d’autore. Fino ad allora infatti queste società avevano il controllo esclusivo sulla gestione dei diritti d’autore in determinati settori o territori, determinando le tariffe, raccogliendo le royalties e agendo come intermediari tra gli autori e gli utilizzatori delle opere protette. Il problema è che non tutti i paesi hanno recepito la direttiva nello stesso modo.

In Italia, la gestione dei diritti d’autore è tradizionalmente affidata alla Società italiana degli autori ed editori (Siae), ma nel 2016, incoraggiata dalla direttiva europea che avrebbe dovuto riaprire il mercato, è emersa una concorrente. Soundreef, fondata da un italiano ma con sede a Londra, si è espansa in pochi anni nel settore della raccolta dei diritti per musica dal vivo, playlist dei negozi e altro ancora. In quel periodo anche nel resto d’Europa emergevano sul modello anglosassone le prime Entità di gestione indipendente (Egi), ossia enti indipendenti aventi finalità di lucro che si differenziavano dalle società tradizionali come la Siae che invece sono realtà su base associativa e ispirate da principi solidaristici. In alcuni paesi europei, come la Germania e la Spagna, queste società diventavano sempre più popolari perché in grado di offrire ai titolari dei diritti un maggiore controllo sulla gestione dei propri diritti, e in generale più flessibilità e innovazione rispetto alle tradizionali associazioni e cooperative senza scopo di lucro. Nonostante l’Italia abbia recepito la direttiva Barnier con il Decreto legislativo 15 marzo 2017, n. 35, questo ha sostanzialmente lasciato immutata la norma precedente che riservava le attività di intermediazione (ovvero di riscossione dei diritti) solamente a favore della Siae e delle associazioni senza scopo di lucro.

Per questo motivo Soundreef ha fondato Liberi editori e autori (in sigla Lea), una Ogc senza scopo di lucro per operare nel vecchio contesto normativo, diventando una realtà consolidata e sottraendo alle Siae artisti del calibro di Gigi D’Alessio e Fedez. Nonostante ciò le contese legali con la Siae non si sono mai fermate. Anzi, sono aumentate quando è entrato in gioco un altro attore, Jamendo, una società privata lussemburghese, che è stata portata davanti ai tribunali italiani per non aver comunicato le sue attività all’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom).

A inizio 2023 la questione è stata sollevata alla Corte di giustizia dell’Unione europea per un chiarimento sull’interpretazione della direttiva Barnier. Dopo circa un anno i giudici hanno finalmente riconosciuto con la sentenza Jamendo di fine marzo 2024 che la legge italiana sulla gestione dei diritti d’autore costituisce una restrizione alla libera prestazione dei servizi. «Tale restrizione, sebbene possa essere giustificata dalla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, non è proporzionata, poiché impedisce in modo generale e assoluto a qualsiasi entità di gestione indipendente stabilita in un altro Stato membro di svolgere la propria attività sul mercato italiano», ha fatto sapere la Corte in una nota

Secondo molti, grazie alla sentenza, in Italia l’intermediazione dei diritti d’autore diventerebbe finalmente libera, ma per altri non è così semplice. Come scrive Paolo Marzano, professore di tutela della proprietà intellettuale, su Domani, «la Corte non ha autorizzato un mercato senza regole, ma ha esplicitamente demandato agli stati il compito di regolare il settore, proprio per non avere un sistema squilibrato a solo vantaggio delle Egi (le società private, ndr.) e a danno degli Ogc (le associazioni no profit, ndr.)». E continua: «Senza regole adeguate e tutele, l’avvento delle Egi può portare queste società aventi finalità di lucro a cannibalizzare il mercato, distruggendo il sistema solidaristico e mutualistico oggi assicurato dagli Ogc», il tutto a discapito dei medi e piccoli artisti, che in questa situazione rimangono la categoria debole che dovrebbe essere tutelata. In effetti, il giudice europeo suggerisce che una via meno impattante sulla libera prestazione di servizi potrebbe essere quella di soggiogare l’attività degli Egi a obblighi normativi specifici, giustificati dalla protezione del diritto d’autore, seguendo l’esempio della Francia, un paese da sempre molto attento alla difesa degli autori. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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