Emergente professionistaL’inesauribile evoluzione artistica di Ghemon

Dalla musica alla stand-up comedy, dalle rime alle battute, da Sanremo ai palchi di provincia. Nella vita dell’artista campano è cambiato tutto per non cambiare niente, perché alla fine quello che conta è esprimersi rispettando il proprio ritmo interiore

Ph. Matteo Mora

Gianluca Picariello, in arte Ghemon, è sempre stato allergico alle etichette. Non esistono, infatti, tanti rapper ad aver pubblicato album dal titolo “La rivincita dei buoni” (2007): una provocazione che dice molto sulla sua capacità di accantonare i preconcetti per dare spazio alla creatività in tutte le sue accezioni. Nonostante il forte legame con la cultura hip-hop, il 42enne di Avellino è gradualmente riuscito a integrare alla sua musica una componente melodica – caratteristica che gli ha anche permesso di partecipare a due festival di Sanremo – per fornire carburante a un’evoluzione artistica inesauribile. 

Il nuovo capitolo di questo processo è anche il più inaspettato, perché – ormai da circa un anno – Ghemon ha letteralmente cambiato lavoro, passando dalla musica alla stand-up comedy. Con lo spettacolo “Una cosetta così”, fondato su una comicità fortemente legata alle sue esperienze personali, l’artista sta calcando i palchi di grandi e piccoli centri, ricominciando da capo. Dopo un paio di mesi di pausa, a febbraio sono ripartite le date del tour, che proseguirà nella seconda metà della primavera e in estate: il 16 maggio sarà ad Asti e il 30 maggio a Milano, poi San Giorgio di Nogaro (Udine), Bologna, Rende (Cosenza), Galzignano Terme (Padova) e infine, il 3 luglio, Roma nella cornice del Villa Ada Festival (biglietti qui). 

Per Ghemon ogni spettacolo è una scoperta continua, di sé stesso e del suo pubblico: «Gioco sullo stesso campo ma è un altro sport, anche in termini di uso del corpo sul palco. Conosco quello spazio, riesco a sfruttarlo, ma devo trovare un altro sound perché quando parli la musica non c’è: il ritmo interiore dipende moltissimo dalla reazione delle persone, quindi bisogna reagire e interagire in base a chi hai davanti», racconta a Linkiesta Etc. 

Ph. Maurizio Greco

Difficile trovare una singola ragione dietro questa svolta. È senza dubbio una reazione al panorama musicale mainstream, spesso orientato verso una piatta standardizzazione, ma è anche frutto della voglia di coltivare una passione che non è nata all’improvviso: «Faccio il creativo, quindi devo imbarcarmi in qualcosa di stimolante. E, per me, non è più stimolante stare lì a fare in provetta la dose giusta di quello che l’industria discografica ti impone di vendere. Ecco perché ho cambiato ritmo».

Il ritmo è il tema cardine del nuovo numero di Linkiesta Etc, in edicola a partire da oggi. Come interpreti questo concetto?
«È un fil rouge che lega a più livelli un sacco di concetti della mia carriera. Ho iniziato con il rap, dove devi per forza imparare a utilizzare il ritmo. C’è poi stata una continuità rispetto alla seconda fase della mia carriera, quando ho cominciato a infilarci la melodia: stavo affrontando questa sfida in un Paese con una grande tradizione melodica ma senza una grande tradizione ritmica. Ho provato a piegare la lingua e la melodia alla ritmica delle musiche che mi piacciono. La musica italiana ci è arrivata dopo, ma il rap ha sdoganato molto l’utilizzo di certe cellule ritmiche: oggi tante canzoni pop, dal punto di vista della scrittura, hanno degli stilemi che derivano dal rap. E hanno portato il ritmo all’interno della canzone italiana».

Immagino sia un elemento presente anche nelle tue passioni quotidiane.
«Sono appassionato di pallacanestro, un’altra cosa della mia vita in cui il ritmo c’è al cento per cento. Poi, negli anni, ho coltivato anche una passione per la corsa, in cui il ritmo deve esserci per forza. Anche la stand-up comedy ha una forte componente legata al ritmo, ed è molto simile al rap per quello che mi riguarda. In generale, per fare una cosa nuova nella vita devi per forza “entrare in ritmo”, come si dice nello sport: devi fare, fare, fare e ripetere un meccanismo che poi ti porta a essere più sciolto e ad acquisire un determinato ritmo sul palco. Il ritmo è tutto, per me».

Quali sono, in termini di ritmo, le differenze e le similitudini tra un concerto e uno spettacolo di stand-up comedy?
«Per quanto riguarda le similitudini, ti direi la conoscenza del palco, il provare a essere a mio agio in un contesto che ho conosciuto in parallelo con la musica. Si gioca sullo stesso campo da gioco, ma è un altro sport. Per me è stato come ricominciare da capo, completamente. Conosco quello spazio, riesco a sfruttarlo, ma devo trovare un altro ritmo perché quando parli la musica non c’è: il ritmo interiore dipende moltissimo dalla reazione delle persone, devi trovare il modo di reagire e interagire in basi a chi hai davanti. Se vai troppo veloce e li stai perdendo, non va bene; se vai troppo lento o esiti, li perdi un’altra volta; se fai una battuta – e questo è un parallelo con le punchline del rap – ma non la presenti in un determinato modo, le persone non ridono. Il mio tour è una costante ricerca del ritmo, serata per serata: non è mai la stessa cosa, sento di imparare un altro mestiere e ne vado fiero. Ho fatto la cosa giusta per me e per ampliare le possibilità che ho per esprimermi». 

Ph. Matteo Mora

Hai pubblicato il tuo primo album nel 2007, ma fai musica da molto più tempo. Nel giro di pochi mesi hai letteralmente cambiato lavoro, ripartendo quasi da zero. Stai incontrando delle difficoltà?
«Puoi trovarti a una serata in cui al pubblico non fotte un cazzo di te. Ai concerti è più raro, la gente fa la fila per vederti. Nella comicità, invece, esistono le serate a cui partecipano gli abbonati di un teatro o persone che risultano fuori target rispetto a te, alla tua età, ai tuoi interessi. Ma devi imparare a dialogare anche con loro, spiegando chi sei tramite materiale molto personale. “Ma che gliene frega a questi che parlo della mia fidanzata vegana?”, è un dubbio che a volte mi sfiora. Ma lo show lo porti a casa, sempre in maniera diversa, anche tramite espedienti che coinvolgono persone a cui non importa nulla: è una vittoria più importante di un sold out, un fatto di sostanza in un mondo di proclami. Benedico la scelta che abbiamo fatto di passare in tanti paesi e province, trovando un contatto diverso con il pubblico, guardando le persone in faccia e imparando cose nuove. Nell’epoca dei social i cantanti vivono un grande distacco con la gente. Spesso vivono in una grande bolla». 

Nei tuoi spettacoli unisci teatro, musica e stand-up comedy. In genere, durante le lezioni di teatro insegnano a “parlare senza usare la voce”, puntando tutto sull’uso delle mani e le espressioni facciali. Dopo tanti anni di musica rap, in cui la voce è spesso l’elemento principale, come hai allenato gli aspetti che prima consideravi secondari?
«Sto scoprendo il mio corpo sul palco. Ad esempio, ho una routine dello spettacolo dove utilizzo lo sgabello e il mio corpo come se fosse un letto. Ci sono arrivato non perché ho fatto scuola di teatro, ma dall’osservazione di tanti anni di stand-up. Non c’è solo la reazione con la faccia, devi metterci il corpo. A volte lo capisco direttamente sul palco, scopro altre parti di me e sicuramente c’è qualcosa di teatrale: lo faccio in maniera consapevole ma poco “educata”. A questo proposito, vorrei fare una sorta di appello».

Di cosa si tratta?
«Le scatolette non vanno mai bene. Prima il rap appariva come un genere unico, associato a uno stile ben preciso: mani sul cazzo, collanoni e tutti gli stereotipi che conosciamo. E invece no: nella mia carriera, ricevendo anche degli insulti, ho tentato di allargare il concetto. Quando ho aggiunto la melodia è successa la stessa cosa: i termini “soul” e “R&B” suonavano come bestemmie agli uffici stampa e ai discografici. Oggi non voglio essere quello che fa più ridere nella stanza, ma voglio raccontare i dettagli della mia quotidianità; particolari simili a quelli vissuti da tutte le persone, il punto in comune che ho col pubblico. Voglio far uscire le persone dai reel di Instagram o i video di TikTok, dove c’è semplicemente la battuta sottotitolata: quella è solo una parte della stand-up, perché è la conclusione di un ragionamento. La risata è la parte finale, ma la stand-up comedy è una disciplina frammentata in cui non esistono solo i battutisti». 

Quale ruolo senti di ricoprire nel mondo della stand-up comedy?
«Lundini è uno stand-up comedian secondo te? È un comico, c’è un grande pensiero dietro ciò che fa e non è per forza un monologhista, ma viene messo nell’infornata della stand-up comedy perché fa parte di una generazione che, nei fatti, sta facendo quello. Il mio ragionamento, però, consiste nell’allargare la percezione del pubblico, che può guardare cose più varie senza preconcetti». 

La tua carriera da comico nasce anche come reazione al panorama musicale attuale?
«Durante il Covid ho fatto due album in un anno, più due Sanremo nel giro di tre anni. Nel frattempo, sono terminati contratti discografici e relazioni manageriali. Sono state avventure giunte a una conclusione naturale, ma a quel punto mi sono chiesto cosa fare della mia vita. La risposta è stata immediata: io faccio il creativo e devo imbarcarmi in qualcosa di stimolante. E, per me, non è più stimolante stare lì a fare in provetta la dose giusta di quello che l’industria discografica ti impone di vendere. Quindi era arrivato il momento di provare altre strade».

La musica, però, non se n’è andata.
«No, anzi. Le ho dedicato ancora più tempo, e non solo perché la porto sul palco durante gli spettacoli: negli ultimi due anni e mezzo passo sei-sette ore della mia giornata a studiare musica, ma non lo metto nelle stories di Instagram perché voglio mostrare i risultati. In questo processo, avere incontrato Carmine Del Grosso, con cui ho scritto lo spettacolo, è stato importante: mi ha prestato il fianco e fatto da sponda quando avevo dubbi. È un amico di talento e una bella sponda nell’ambiente della stand-up, dove è importante – quando inizi – avere un forte punto di riferimento. In generale, però, non mi ispiro a nessuno perché siamo in un’epoca in cui ti sgamano subito se fai cose troppo simili ad altri, ma stimo molte persone nell’ambiente. Con loro voglio dialogare, anche per imparare. Ho un grande rispetto per la scena che negli anni si è consolidata».

Durante gli spettacoli chiedi al pubblico di non pubblicare i video con l’audio sui social. Sembra funzionare: ci sono pochissimi contenuti di “Una cosetta così” online. Oggi coltivare il valore della sorpresa è sempre più complesso. Come si fa nel 2024 a rendere la sorpresa un asset redditizio, soprattutto nel panorama culturale?
«Preferiamo già sapere cosa succede, a tutti quanti i livelli. Ma quando dall’altro lato c’è qualcuno che ci mette impegno, si crea una forma di fiducia. Dobbiamo almeno provarla, quell’emozione lì. Siamo in un’epoca in cui la gente chiede la pubblicazione delle scalette prima di venire a vedere il concerto. Ma che ne ve frega? Io chiedo di non rivelare il materiale sui social anche perché ho il diritto di proteggere ciò che sto facendo. Se una clip finisce online ed è scorporata dal contesto, con una sola battuta, in questo momento della mia vita in cui sono un emergente professionista voglio che il materiale rimanga in una zona protetta. Preferisco farlo uscire tutto assieme. Verrai sempre giudicato per la battuta e per la canzone: non voglio sfuggire al giudizio, ma nella prima parte della mia nuova carriera voglio anche difendere questo piccolo spazio». 

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