Parole, parole, paroleMentre tutta Europa si mobilita per aiutare l’Ucraina, l’Italia rimane immobile

Da dicembre il governo Meloni non invia aiuti militari a Kyjiv e ha addirittura annunciato il ritiro del suo sistema di difesa SAMP/T dalla Slovacchia, lo stesso che servirebbe all’esercito ucraino per difendersi dai missili balistici russi

LaPresse

C’è un solo paese in Europa che sembra non aver ancora capito quanto l’Ucraina abbia bisogno di armi, munizioni e sistemi aerei di difesa per non soccombere ai bombardamenti quotidiani lanciati dalla Russia su palazzi civili e infrastrutture energetiche. È lo stesso paese che negli ultimi due anni ha approvato otto pacchetti di aiuti militari senza aumentare di un euro il proprio bilancio per acquistare nuove armi e soprattutto senza spiegare ai suoi cittadini di aver fornito a Kyjiv carri armati, lanciarazzi e cannoni datati che aveva nell’arsenale da più di trent’anni. È l’unico tra i grandi Stati Ue a non aver ancora sottoscritto contratti per produrre in fretta nuovi armamenti, nonostante pochi mesi fa, durante il secondo anniversario dell’invasione russa, abbia firmato un accordo decennale con l’Ucraina per garantirne la sicurezza. Quel paese è purtroppo l’Italia e il suo governo deve ancora decidere in quale decennio iniziare ad aiutare davvero l’esercito ucraino. Prima che sia troppo tardi.

Di tempo però non ce n’è più perché il Cremlino continua a colpire i civili ucraini senza pietà. Alle nove di mattina del 17 aprile tre missili russi hanno devastato un hotel nel centro storico di Chernihiv, città a solo centocinquanta chilometri dalla capitale. Quei diciassette morti e sessanta feriti si sarebbero potuti evitare se l’Ucraina avesse avuto un sistema aereo difensivo adeguato per contrastare i missili balistici russi, ha spiegato su Telegram il presidente Volodymir Zelenksy che chiede solo sette sistemi di difesa aerea. Non uno in meno. Tutto qui, ma i paesi Nato ne hanno almeno cento (così sostiene l’Alto Rappresentante Ue Josep Borrell) e in Russia sanno contare benissimo.

L’Italia finora ne ha dato solo uno, il SAMP/T, ma in compartecipazione con la Francia che a differenza nostra ha anche fornito a Kyjiv un gran numero di missili terra-aria Aster 30, senza i quali usare quel sistema anti aereo sarebbe come giocare a biliardo con una corda al posto del bastone. Non solo: Parigi ha consegnato a Kyjiv seicento bombe guidate Hammer, centinaia di veicoli blindati VAB e missili da crociera Scalp per non lasciare Kyjiv senza rifornimento. L’esercito ucraino ha lanciato un appello a Francia e Italia per un altro SAMP/T rimasto inascoltato. Non solo il nostro governo non ha risposto, ma addirittura ha annunciato il ritiro di uno dei suoi cinque esemplari, quello che si trova in Slovacchia e che era stato portato oltre confine per sostituire il Patriot dispiegato dagli Stati Uniti in Ucraina nel 2022, subito dopo l’invasione russa. Una scelta incomprensibile che manda un segnale politico ambiguo agli alleati occidentali.

La Germania invece ha dimostrato di essere più generosa di noi, donando due sistemi Patriot e preparandosi a venderne un terzo. Anche Stati decisamente più piccoli per popolazione ed economia come Danimarca e Paesi Bassi hanno fatto la loro parte inviando sessantuno caccia F-16 in Ucraina (quarantadue Amsterdam, diciannove Copenaghen). Per non parlare degli Stati baltici: Estonia e Lituania hanno contribuito ciascuna con l’1,8 per cento del loro prodotto interno lordo agli aiuti all’Ucraina. La Lettonia “solo” l’1,5 per cento del suo Pil. Anche la Cechia nel suo piccolo ha mobilitato l’acquisto di ottocentomila proiettili acquistati da stati extra Ue per un valore di circa tre miliardi di euro. E l’Italia? Ferma. Immobile.

Il governo non ha partecipato neanche all’iniziativa della Cechia, che prevede solo lo stanziamento di fondi. «Se gli alleati si trovano a dover scegliere tra il raggiungimento degli obiettivi di capacità della Nato e la fornitura di maggiori aiuti all’Ucraina, il mio messaggio è chiaro: inviare più aiuti all’Ucraina», ha detto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Un messaggio che però non è stato ancora recepito dall’Italia. 

«Che cosa sta aspettando il Governo a fornire questo sistema SAMP/T all’Ucraina? Ogni giorno che passa, ogni chiacchiera in più che sentiamo dai Ministri e dalla Prima Ministra è un giorno perso per salvare vite e civili. Chiediamo che il Governo spieghi perché, a fronte del fatto che gli altri Paesi del G7 e gli altri Governi europei stanno facendo uno sforzo ulteriore, il nostro Paese si stia dando alla macchia su una questione così cruciale per la sicurezza del nostro continente», hanno denunciato con una interpellanza parlamentare i deputati Lia Quartapelle (Partito democratico) e Benedetto Della Vedova (PiùEuropa).

A parole il governo italiano finora è stato magistrale: promesse, annunci, impegni solenni e abbracci da photo opportunity. E a Bruxelles Meloni ha firmato con i leader del Consiglio europeo una nota congiunta in cui sottolinea «la necessità di fornire urgentemente una difesa aerea all’Ucraina e di accelerare e intensificare la fornitura di tutta l’assistenza militare necessaria, comprese le munizioni per l’artiglieria e i missili». Sulla stessa scia Antonio Tajani che presiede il G7 dei ministri degli Esteri a Capri e annuncia: «Abbiamo parlato anche dell’uso dei beni sequestrati ai russi in Europa, c’è una base giuridica per usare gli interessi a favore dell’Ucraina».

Parole, parole, parole. Bellissime parole. Poi però ci sono i fatti. E il fatto più importante è che i sistemi di difesa sono ancora nei nostri depositi a fare la polvere. Di tempo non ne è rimasto molto. Lo ha ricordato il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba al G7: «Dobbiamo far sì che le consegne avvengano il più rapidamente possibile. Non possiamo ritardarle fino a dopodomani. Devono avvenire domani». O sarà troppo tardi. 

 

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