ForzalavoroUn solo Primo Maggio non basta più

C’è chi vuole lavorare di meno e chi vuole lavorare di più e meglio. Quelli che lavorano mentre fanno il giro della Sicilia in bici e quelli che devono presentarsi in ufficio ogni giorno perché il capo li vuole vedere lì punto e basta. Esistono i lavori, al plurale. E servono soluzioni e politiche diverse, ora che abbiamo ormai anche raddoppiato i concertoni. Iscriviti alla newsletter!

L. ha 40 anni. Fino a qualche anno fa faceva il commercialista. Racconta che lavorava anche più di dodici ore al giorno. Così ha fatto un concorso pubblico, l’ha superato e oggi sta dietro la scrivania per otto ore. Ma ora si apre la possibilità di un contratto part-time al 60 per cento e ha fatto richiesta, perché vuole lavorare «ancora di meno». «Massimo tre giorni a settimana», dice.

M. ha 35 anni. Ha origini marocchine, è un’infermiera professionista, ma in Italia non ha mai fatto il lavoro per cui ha studiato. Ora ha deciso di trasferirsi in una città più grande e più comoda per il figlio che a breve comincia le scuole superiori. Si è dimessa dal vecchio lavoro di cameriera e nel frattempo fa mille lavori diversi «da freelance». Poi, nella nuova città, cercherà altro, «qualcosa di meglio». Ché «se il lavoro lo cerchi, lo trovi», dice.

C’è chi vuole lavorare di meno e chi vuole lavorare di più e meglio. Due storie ascoltate per caso a pochi giorni dalla Festa dei lavoratori del Primo Maggio. Due storie che, come ha scritto in una email un lettore di questa newsletter, forse ci dicono che «il lavoro non lo capiamo più».

Di piazza e di governo Guardiamo a quello che sta accadendo sul fronte sindacale-politico. Cgil-Uil e Cisl festeggeranno insieme il Primo Maggio da Monfalcone, nella company town di Fincantieri, ma non sono mai stati così divisi tra loro. Con la Cgil di Maurizio Landini che ha lanciato la sua campagna referendaria in quattro quesiti contro Jobs Act, contratti a termine e appalti. E la Cisl di Luigi Sbarra che la definisce «anacronistica». Considerato che nell’ultimo anno i posti fissi sono 600mila in più, mentre quelli a tempo determinato 200mila in meno.

Il tutto mentre il governo di Giorgia Meloni per il secondo anno di fila prova a rubare la scena del Primo Maggio ai sindacati con un altro “pacchetto lavoro” che contiene, tra le varie cose, un “Superbonus” del 120% di deduzione a chi assume a tempo indeterminato. Una misura (pure questa anacronistica) che rischia di essere solo un regalo a chi avrebbe comunque assunto in un momento in cui le aziende tendono a tenersi stretta una forza lavoro sempre più in via di estinzione. È un déjà-vu: lo scorso Primo Maggio Meloni varò un decreto per abolire i paletti sui contratti a termine del decreto dignità grillino, mentre i contratti a termine in realtà calavano a picco.

Una legge ci vuole Slogan politici a suon di nuove leggi e norme da abolire. Come se il lavoro, soprattutto quello «buono», si creasse per legge. O come se le politiche attive potessero funzionare all’improvviso creando o cancellando i navigator.

Soluzioni elettorali che rincorrono vecchie categorie, mentre le esigenze di lavoratori e imprese cambiano al di là di quello che si dirà o non si dirà nella sala stampa di Palazzo Chigi o dal palco di Monfalcone.

Ah, i convegni È lo stesso effetto che si ha quando si prende parte ai sempre più numerosi convegni che parlano di lavoro, di cui l’ultima specializzazione sono i convegni che parlano di “Intelligenza artificiale e lavoro”.

Dopo la pandemia è esplosa la discussione sul lavoro. Parliamo più di lavoro, finalmente. Ma ne parliamo come se fosse una categoria del quadrato semiotico e non una cosa reale, che prevede che ci svegliamo tutti i giorni e riceviamo – chi più chi meno – un bonifico a fine mese.

Great che? Quando abbiamo avuto tempo e modo di osservarlo da lontano, il lavoro, approfittando della lontananza dalle sedi fisiche causa lockdown, abbiamo cominciato a parlarne tanto. Con la conseguente moltiplicazione delle etichette: Smart Working, Great ResignationQuiet QuittingGreat Reshapingwellbeing, settimana corta, lavoro ibrido ecc. Una rincorsa a etichettare il lavoro. Di volta in volta, ci rendevamo conto che l’etichetta precedente non era più valida e ne vedevamo comparire un’altra.

Ora, gli ultimi «alieni» sono i lavoratori della Gen Z, esemplari ventenni sempre più rari per via del calo demografico, con cui bisogna «saper parlare». Ma il più delle volte, si finisce per criticarli. I ristoratori che non trovano personale dicono che non hanno voglia di sacrificarsi. Persino Jodie Foster si è lamentata perché arrivano tardi al lavoro. E l’etichetta nuova di zecca coniata negli Stati Uniti per loro è «resenteism», un’evoluzione del quiet quitting, che è una combinazione di «resentement» e «absenteism»: una presunta tendenza per cui si continua a lavorare senza troppa voglia in ruoli che si ritengono insoddisfacenti perché non si riesce a trovare qualcosa di meglio. Come se capitasse solo a quelli della Gen Z.

Lavori al plurale Come scrisse il New York Times, nonostante queste etichette si rivelino di volta in volta delle forzature, forse ci sono utili per dare senso a un mondo del lavoro che non capiamo più.

Perché non c’è più il lavoro, ma i lavori. E non solo per la moltiplicazione dei contratti. Ci sono quelli che vorrebbero lavorare sempre meno e quelli che vorrebbero invece lavorare di più. Quelli che si possono permettere gli scrupoli valoriali sull’azienda e dimettersi e quelli che invece considerano un miraggio anche solo un contrattino. Le donne che non vengono assunte perché incinte e quelle che hanno il nido aziendale. Quelli che lavorano mentre fanno il giro della Sicilia in bici e quelli che devono presentarsi in ufficio ogni giorno perché il capo li vuole vedere lì punto e basta. Quelli che fanno i milioni con video di pochi secondi su TikTok e quelli che stanno otto ore in fabbrica per 1.500 euro al mese. In Calabria, a pochi chilometri di distanza, si trovano la baraccopoli dei braccianti di Rosarno e l’azienda che si è inventata i “Quattro salti in padella”. Negli stessi stabilimenti convivono i lavori manuali tutt’altro che innovativi che fanno perdere la vita ancora a troppi lavoratori e macchine dotate di sensori di ultima generazione. Contratti blindati con tanto di macchine aziendali e false partite Iva a zero tutele.

Mercato plurale Inutile annunciare di aver «abolito il precariato». O che nel mercato del lavoro va tutto bene ora che è stato eliminato il reddito di cittadinanza. Perché è vero che i contratti a tempo indeterminato sono schizzati in alto come mai prima d’ora (e non per effetto di una legge!), ma è anche vero che i precari storici con contratti a termine da oltre cinque anni sono in aumento. E sono spesso laureati e part-time involontari. Ma pure tra i full time le cose non vanno meglio. Ci sono ancora pochissime posizioni alte e solo il 9% ha un salario sopra i 40mila euro lordi annui. E sì che il salario minimo serve, ma non basta indicare una cifra dall’alto e dividersi in tifoserie.

Nel limbo Nei convegni e nei comunicati stampa spopolano solo parole come purposeretentionattractionreskillingupskilling, mismatch. Poi però il mercato funziona diversamente.

Mentre si lamenta la carenza di competenze e manodopera da un lato, ci sono aziende che assumono e licenziano le stesse persone nel giro di pochi mesi perché non «avevano fatto bene i conti». E molte altre restano sottostaffate, vivendo di compressione dei costi, dell’iperlavoro e della buona volontà dei dipendenti. Come disse Alfonso Fuggetta: «Non dobbiamo essere quelli che si fanno il mazzo, dobbiamo essere dei professionisti in un’azienda organizzata».

In questo limbo, si sono fatte avanti tifoserie e generi letterari. L’imprenditore che offre duemila euro al mese ma non trova camerieri, l’ex manager che ha mollato il lavoro in ufficio per darsi alla campagna, le aziende che sperimentano le settimane corte, le grandi dimissioni, i pro e i contro il salario minimo, i pro e i contro lo smart working.

Persino di concerti del Primo Maggio ce ne sono ormai due: quello di Roma e quello di Taranto. Un lavoro solo non basta più, figuriamoci un solo concerto.

E buona festa dei lavoratori!

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