Da asporto Direttamente nel carrello

Non solo in pizzeria, non solo da asporto: l’alimento più amato dagli italiani oggi viaggia anche nei banchi dei surgelati al supermercato e lo fa con una spinta nella produzione e nella sperimentazione, tale da essere pronta a un passaggio di livello successivo. Ma con un ma

Quando pensiamo alla pizza, pensiamo a un alimento da consumare comodamente seduti in un locale, con il forno a legna acceso e il pizzaiolo intento a eseguire movimenti precisi con una pala in mano. Non sempre però il consumo della pizza è legato all’esperienza in pizzeria o alla consegna direttamente a casa, durante quelle sere in cui non abbiamo voglia di cucinare e cerchiamo il salva-cena perfetto. Alzi la mano chi non si è mai trovato a passare davanti al banco dei surgelati al supermercato e ha acquistato una pizza confezionata in cartone e pronta per terminare la cottura nel forno casalingo? Se questa è una pratica comunemente diffusa all’estero, in Italia forse lo ammettiamo con una certa riluttanza o vergogna, ma, diciamolo pure, gli italiani si dividono in quelli che mangiano pizza surgelata e in quelli che mentono. 

Probabilmente il nostro snobismo nei confronti della categoria è dato dal fatto che tali prodotti non hanno mai corrisposto, nel sapere comune, a un alimento sano e digeribile: troppi conservanti, una lista di ingredienti esageratamente lunga. O forse, il fatto stesso di essere italiani ci ha portato a considerare la pizza surgelata un prodotto non conforme alla nostra tradizione verace, e si sa come diventiamo quando si parla di tradizione in cucina. E forse il problema è proprio questo: quello di non avere neppure le conoscenze per capire se un prodotto surgelato sia buono o no. Abbiamo perso la capacità di cucinare a casa e questo ci ha fatto diventare incapaci di dare giudizi obiettivi e capaci. 

Eppure ora le cose stanno cambiando. La pizza surgelata ha subito una trasformazione sorprendente negli ultimi tempi. Da essere considerata mediocre e poco salutare, oggi è diventata un’opzione, alla moda e conveniente. Grazie alle nuove tecnologie culinarie e ai gusti mutevoli dei consumatori, il futuro della pizza surgelata sembra correre in una direzione fortunata. Una delle trasformazioni più significative in questo tipo di industria riguarda sicuramente la qualità degli ingredienti. I consumatori sono sempre più attenti alla salute e cercano opzioni che siano allo stesso tempo gustose e salutari e questo ha spinto le aziende a utilizzare prodotti in grado di rispecchiare queste esigenze. Allo stesso modo, con l’aumento delle restrizioni alimentari e delle preferenze dietetiche, si sta ampliando anche quel tipo di offerta, proprio per soddisfare un pubblico sempre più vasto e diversificato. Non è un caso che ora sia possibile trovare pizze senza glutine, senza latticini e vegane, con impasti anche alternativi anche base di cavolfiore o ceci. Anche i progressi tecnologici giocano un ruolo fondamentale, con metodi di cottura che riproducono il gusto e la consistenza delle pizze servite nei ristoranti, stando però attenti anche alla sostenibilità, ormai valore imprescindibile sia per le aziende che per i consumatori, attraverso l’adozione di materiali d’imballaggio eco-friendly e pratiche produttive sostenibili per ridurre l’impatto ambientale. 

Proprio in quest’ottica è partito anche, lo scorso anno, il progetto de “L’Antica Pizzeria Da Michele”, indirizzo storico a Napoli e in Italia, che insieme all’azienda friulana Roncadin ha siglato un accordo per la produzione di pizze destinate al banco surgelati della GDO. La novità sta proprio nel mettere nel carrello della spesa un prodotto che di per sé dovrebbe essere per i consumatori sinonimo di qualità, vista la reputazione della famiglia Condurro. Dall’altra parte abbiamo un’azienda che ha fatto delle pizze surgelate il suo core business, tanto da aver potenziato da poco anche la sua presenza negli Stati Uniti, dove esporta e produce da più dieci anni. In questo caso la promessa è quella di portare a casa del consumatore una pizza quasi identica all’originale, con «una lista degli ingredienti cortissima (per l’impasto sono solo cinque), lo stesso pomodoro e mozzarella utilizzati in pizzeria e un procedimento che prevede 24 ore di lievitazione, farcitura a mano e cottura in forno a legna su pietra lavica dell’Etna». Un progetto, questo, con uno studio protratto per tre anni (anche sul lato della sostenibilità ambientale), che rappresenta un lavoro di sperimentazione importante, proprio per l’attenzione che in Italia viene messa su un prodotto ad alto tasso di tradizionale popolarità. 

Tutto questo però non ci può portare a una cecità e incapacità di valutazione, soprattutto quando si parla di lievitati. La formazione è importante, sia per chi crea le pizze sia per chi le acquista. Ecco perché il surgelato non può essere considerato il male assoluto, ma va preso con le pinze. Perché dovremmo essere in grado di capire quali sono i prodotti che vale la pena consumare e riuscire a scegliere con cognizione di causa. E in questo l’artigianalità e il saper fare dovrebbero sempre e comunque avere la meglio. 

Questo articolo fa parte di “A Spicchi”, il progetto di Petra e Molino Quaglia. Qui il link per l’iscrizione alla newsletter mensile, da condividere con gli appassionati della pizza.

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