Fuori dalla bollaL’infernale normativa delle comunità energetiche e l’idea di un energy manager europeo

Il decreto attuativo è finalmente arrivato. E ora? Senza un “libretto d’istruzioni”, questi progetti rischiano di diventare d’élite. Secondo l’ingegnere energetico Giovanni Mori, candidato indipendente alle europee per Avs, bisogna rendere la normativa uniforme a livello Ue, creando una piattaforma unica e accessibile (e coordinata da una singola autorità)

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Due anni fa, in piena crisi energetica, in Italia il termine “comunità energetica rinnovabile” non era ancora entrato nel linguaggio comune. Era una soluzione di nicchia, in fase di sperimentazione ed esaltata solo in qualche contesto virtuoso. Tra questi figurava l’Emilia-Romagna, che con l’allora vicepresidente Elly Schlein – ora segretaria del Partito democratico – aveva approvato la legge regionale italiana più all’avanguardia in grado di dare un contorno legislativo alla democrazia energetica.

Prima di proseguire, un breve ripasso. Abbiamo una comunità energetica rinnovabile (Cer) quando i residenti (non per forza tutti) di un quartiere o di un Comune si mettono “in società” per installare un impianto rinnovabile (pannelli solari, nella maggior parte dei casi) in condivisione, solitamente posizionato in un unico punto. Il risultato? L’elettricità prodotta in modo pulito viene ripartita tra tutti gli aderenti, che possono beneficiare di incentivi statali e risparmi in bolletta. Quando questo fenomeno avviene in un’unica unità abitativa parliamo di “progetti di autoconsumo collettivo condominiale”, più ristretti ma che seguono la stessa logica delle Cer. In entrambi i casi si tratta, come si evince dal libro dell’ingegnere e giornalista ambientale Giuseppe Milano, di «esperimenti di generatività sociale e ambientale». 

In questi due anni, in Italia le Cer non sono decollate e sono rimaste delle soluzioni per pochi, impossibili da allargare anche in termini di potenza prodotta da ogni impianto. Il decreto milleproroghe 162/2019, che ha avviato la fase di “test”, imponeva infatti una potenza massima installata di duecento kilowatt a Cer. Il decreto legislativo 199/2021 aveva poi consentito un incremento fino a un megawatt, una cifra ancora non sufficiente per alimentare tante abitazioni.

Al di là della solita burocrazia che blocca i progetti nazionali sulle rinnovabili, nel nostro Paese le Cer sono di nicchia a causa di un vuoto normativo inammissibile, colmato da un decreto attuativo approvato con grande ritardo. Andando con ordine, lo scorso 24 gennaio è entrato in vigore il decreto Cer, poi a febbraio il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha approvato le regole operative e ad aprile sono stati aperti i portali per presentare le domande di ammissione agli incentivi. All’inizio del 2024, secondo Legambiente, erano centocinquantaquattro le forme di energia condivisa attive in Italia: senza ritardi burocratici e normativi, stima l’associazione ambientalista, sarebbero stati circa quattrocento in più. 

Ora, finalmente, le comunità energetiche hanno gli adeguati supporti legislativi per crescere, contribuendo alla decarbonizzazione del nostro sistema energetico (in linea con le altre esperienze continentali). Per uscire dalla bolla, però, è necessario fare un passo in più in termini di “alfabetizzazione green” della cittadinanza: «Una persona normale, anche con buona volontà, non ce la fa a orientarsi in quell’inferno della normativa sulle comunità energetiche rinnovabili. Non capisce come muoversi. Le aziende grandi, in teoria, non possono partecipare alle aste delle Cer, ma poi rientrano dalla finestra perché – chiedendo indietro dei soldi – danno ai cittadini una mano a realizzarle, come in una consulenza. La normativa è complessa, farraginosa, un sistema di leve e specchi che ti frega. Da solo non ce la fai», spiega a Linkiesta Giovanni Mori, ingegnere energetico, attivista e divulgatore, candidato alle elezioni europee con Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) nella circoscrizione nord-ovest. 

Creare una comunità energetica rinnovabile, infatti, è piuttosto complesso. Bisogna costituire un’entità legale (un’associazione, per esempio); individuare i cittadini aderenti, un’azienda energetica a cui affidarsi e un punto comune in cui produrre elettricità “verde”; redigere un regolamento in grado di definire le modalità di gestione della Cer; registrarsi sul portale del Gestore dei servizi energetici (Gse); attendere l’approvazione di tutti i documenti. Anche il coordinamento della Cer non è un gioco da ragazzi: è necessario capire come spartire gli incentivi; seguire la manutenzione dell’impianto rinnovabile; predisporre un piano economico-finanziario. L’Unione europea e i governi nazionali, in questa fase così delicata, non devono abbandonare i cittadini, ma dare loro gli strumenti per orientarsi nei meandri della burocrazia.

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La soluzione è semplificare il processo lungo tutta la filiera. A partire, spiega Giovanni Mori, dall’introduzione di «un’autorità nazionale italiana, o meglio ancora europea, che segua questo tema». Nello specifico, propone il candidato indipendente sotto Avs, bisognerebbe creare una «figura gestita a livello europeo con delle diramazioni nazionali, capace di fornire tutti gli strumenti necessari e che spieghi concretamente come fare una comunità energetica. Un’autorità del genere avrebbe lo stesso effetto del roaming europeo, della Usbc o di altre cose estremamente vicine alle persone». Un energy manager pubblico, quindi, potrebbe rendere più accessibili queste soluzioni per produrre energia a zero emissioni, permettendo alle persone di ogni età, livello d’istruzione e classe sociale di toccare con mano i benefici – anche economici – delle rinnovabili.

Spesso, infatti, nell’immaginario collettivo associamo gli impianti solari a distese sconfinate di pannelli di fianco alle autostrade, gestite dai grandi gruppi energetici. Le Cer dimostrano che esiste un’altra via: «Già ora in Francia e Germania ci sono gruppi di centinaia di cittadini che competono alle aste energetiche rinnovabili, altro che quaranta kilowatt sopra una palestra: lì parlano di megawatt perché sono consci dei benefici economici di quegli investimenti. Le Cer, da sole, non possono alimentare un Paese, ma potrebbero contribuire almeno per un quarto agli obiettivi di decarbonizzazione. L’impianto medio di una casa è di cinque o sei kilowatt, quindi vuol dire che una Cer potenzialmente può alimentare più di cento case, anche in città», continua Giovanni Mori. 

«I cittadini hanno bisogno di una piattaforma unica, semplice, che possa calcolare lo spazio a disposizione per installare gli impianti, i costi e i potenziali risparmi. Si tratta di simulatori molto semplici da diffondere su larga scala per incentivare le persone a mettersi in società per realizzare una comunità energetica», dice Mori. C’è poi un tema di regolamento, che «va semplificato perché pure i commercialisti si mettono le mani nei capelli. Secondo me andrebbe uniformato a livello europeo, aiutando le imprese e i cittadini dappertutto: a quel punto puoi sì fare un’autorità, un ente o una piattaforma unica, sapendo che contribuisce al mercato unico europeo. Se collegassimo meglio le reti europee, risparmieremmo annualmente quaranta miliardi di euro». 

Potrebbe essere questa, insomma, la strada per sprigionare tutti i benefici educativi di una comunità energetica o di un singolo progetto di autoconsumo collettivo, scongiurando il rischio di renderli elitari: «Con le Cer impariamo ad autoconsumare, a produrre energia “in casa” per usarla quando è a disposizione. Così educhi i cittadini a usare la lavatrice o a caricare l’auto elettrica quando si verifica un picco energetico. Le Cer sono il più grande strumento educativo che abbiamo sulla transizione ecologica ed energetica: fanno prendere confidenza alle persone e mostrano che “funziona davvero”, anche grazie ai risultati in bolletta», conclude Giovanni Mori.

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