Al lavoro La decarbonizzazione della Sardegna secondo Alessandra Todde

L’approccio della presidente di centrosinistra si fonda su un equilibrio tra ambizione e pragmatismo: la finestra per il gas come «combustibile di transizione» è aperta (forse troppo), ma le rinnovabili – al di là di una moratoria discutibile – sono inquadrate correttamente anche grazie al target sulle comunità energetiche

LaPresse

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Alessandra Todde, candidata del centrosinistra, ha vinto le elezioni regionali in Sardegna. E ora? Ogni volta che la macchina della politica cambia qualche ingranaggio, inevitabilmente, si innesca una catena di conseguenze anche ambientali, climatiche ed energetiche, soprattutto se parliamo di territori come quello sardo. L’isola, costantemente esposta al rischio desertificazione, è in stato di pre-allarme a causa della siccità e sta già applicando alcune misure di razionamento idrico. A febbraio. 

Il contesto è quello di una Regione che, nonostante un enorme potenziale nelle rinnovabili, ha un sistema elettrico a dir poco obsoleto: il settantaquattro per cento della produzione di energia elettrica deriva da fonti fossili ad alto livello di emissioni, e il carbone gioca ancora un ruolo chiave. Il rosso scuro dell’Electricity Map, che calcola l’intensità di carbonio della produzione elettrica, è tristemente emblematico. Come se non bastasse, la Sardegna è ancora troppo dipendente dal trasporto su gomma e ha un’accessibilità ai trasporti inferiore del settantacinque per cento rispetto alla media delle regioni europee. 

L’intensità di carbonio del sistema elettrico sardo è molto alta (app.electricitymaps.com)

La nuova presidente della Regione Sardegna, sostenuta da Pd e Movimento 5 Stelle (di cui è stata vicepresidente dal 2021 al 2023), avrà quindi molto lavoro da fare, ma ha il vissuto e le competenze per aiutare l’isola a mettere una gamba fuori dalle sabbie mobili. Almeno per quanto riguarda la decarbonizzazione. 

Il suo programma elettorale è diviso in dieci «assi», ciascuno dei quali si articola in diversi «pilastri». I temi verdi compaiono per la prima volta a pagina centosette, sotto la voce «Ambiente e paesaggio» (asse numero sei), dedicata principalmente a una gestione più saggia del suolo, del patrimonio forestale e dei rifiuti. Il settimo asse ruota attorno alla mobilità sostenibile e ai trasporti – si menzionano le Zone 30, la Città dei quindici minuti, le piazze aperte –, mentre l’ottavo si focalizza sulla transizione energetica. Trovando un equilibrio tra ambizione e pragmatismo, questo capitolo mette subito le cose in chiaro: la Sardegna deve lavorare per il phase-out (eliminazione graduale) dal carbone – entro il 2028, secondo Terna – e raggiungere l’obiettivo della neutralità carbonica entro il 2040.

Per farlo, l’ex viceministra allo Sviluppo economico (governo Draghi) vuole anche costituire una Società Energetica della Sardegna, nella speranza di rendere meno ostiche – in termini economici e burocratici – le iniziative di autoconsumo collettivo di energia pulita. Parliamo ovviamente delle comunità energetiche rinnovabili (Cer), finalmente sbloccate da un decreto ministeriale approvato con un ingiustificabile ritardo. Il target del programma parla di almeno cento nuove Cer nel giro di cinque anni. Vengono poi menzionate le Cer nelle aree industriali, le Cer comunali e tutti i vari percorsi per rendere davvero democratico l’accesso a questi progetti, che permettono di ripartire tra i cittadini l’energia solare accumulata – ad esempio – in un unico punto di un quartiere. 

Restando sulle rinnovabili, il programma menziona «semplificazioni autorizzative e burocratiche» per la costruzione di nuovi impianti, «concessione di mutui a tasso zero per imprese e aziende», «detrazione fiscale al cinquanta per cento» anche per i singoli individui, «potenziamento del sistema degli accumuli idroelettrici», «potenziamento delle reti di distribuzione», «definizione di criteri per l’agrivoltaico», mini-centrali idroelettriche e impianti fotovoltaici galleggianti su laghi artificiali. Todde, inoltre, vuole proporre una moratoria sulle rinnovabili per avere il tempo di realizzare una mappatura delle aree idonee: «Spero che non venga approvata. In ogni caso, però, deve essere intesa come “ci serve tempo per conciliare quello che ci siamo detti”. Di certo non è pensata per bloccare le rinnovabili», spiega Matteo Leonardi, direttore e co-fondatore del think tank climatico Ecco. Secondo Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, la moratoria sarebbe incostituzionale: la fonte è una sentenza della Corte costituzionale in riferimento a una legge abruzzese. 

Ma il punto più spinoso è quello sulla diversificazione energetica. La Sardegna, così come qualsiasi altra Regione o Paese, non può spegnere da un giorno all’altro tutti gli impianti fossili, ma deve agire gradualmente e urgentemente per poterne fare a meno il prima possibile. Questa transizione, secondo Todde, si baserà anche sull’utilizzo del gas metano, a lungo assente sull’isola. Sostituire una fonte energetica sporca (carbone) con un’altra fonte energetica meno inquinante ma comunque sporca (metano) può giustamente far storcere il naso agli ambientalisti. Secondo molti esperti – soprattutto per la Sardegna, isolata geograficamente e con un sistema elettrico datato – è però la soluzione meno dolorosa e più efficiente. A patto che sia, appunto, il ponte verso le zero emissioni.

Secondo Leonardi, «il programma del centrosinistra identifica il gas come combustibile di transizione, ma sarà poi Todde la prima ad accorgersi che in Sardegna il gas avrà un ruolo marginale, tanto da considerare se valga la pena qualsiasi investimento». Il phase-out dal carbone entro il 2028, prosegue l’esperto, «potrà essere compensato dalla chiarezza di una dotazione energetica sicura per la Sardegna attraverso il Tyrrhenian Link, ossia il rafforzamento del cavo sottomarino per collegare con potenza elettrica la Sardegna. Nel momento in cui hai questo collegamento, risulta più facile spegnere una centrale a carbone». 

Terna.it

Il programma di Alessandra Todde dice chiaramente che la priorità è l’abbandono del carbone, e che «l’emancipazione dalle fonti fossili va sostenuta temporaneamente dall’utilizzo del metano». Quest’ultimo, recita il testo, andrà impiegato soprattutto nei settori più difficili da decarbonizzare (hard to abate), come l’acciaio, il cemento, il vetro e la carta. «In tale visione strategica – si legge – le scelte infrastrutturali dovranno essere pianificate per garantire il passaggio dal metano fossile al biometano, per poi passare ai combustibili sintetici a base idrogeno rinnovabile entro il 2040». Tra gli obiettivi di Todde – appoggiata anche da Alleanza Verdi-Sinistra – c’è anche la realizzazione di tre depositi costieri di metano a Porto Torres, Cagliari, Portovesme. Insomma, la finestra per il gas è aperta (forse troppo): la chiave sarà non abusarne e rispettare i patti. 

Per quanto riguarda il biometano, Leonardi di Ecco ha manifestato qualche dubbio: «Non so quanto biometano sia possibile ottenere in Sardegna, ma in ogni caso non parliamo di cifre significative a livello di approvvigionamento energetico». È meglio, per esempio, concentrarsi sul piano sardo per realizzare delle «centrali ibride e transitorie che prima vanno a gas – ma bisogna vedere come si fa a portare il gas lì – e poi a idrogeno. Al netto di ciò, mi sembra che Alessandra Todde abbia le idee chiare. Ovviamente molto dipenderà dal coordinamento con la politica nazionale, ma il punto di partenza è buono», conclude.

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