Futuro profeticoIl racconto fantasioso (ma non troppo) dell’invasione di Mosca in Transnistria

Iulian Ciocan, in “E al mattino arriveranno i russi” (Bottega Errante), descrive un’ucronia in cui nel 2020 il Cremlino ha deciso di muovere guerra alla Moldavia, guardando l’intera storia attraverso gli occhi di un professore di latino

Manifestazione filorussa nella capitale moldava Chisinau
AP Photo/Aurel Obreja

Era una splendida giornata estiva, un sabato tranquillo, l’ideale per rilassarsi dopo una settimana di lavoro. Ma il professore di latino aveva come il presentimento che qualcosa non andasse, come se nell’aria aleggiasse una specie di inquietudine opprimente. Nicanor Turturică levò gli occhi al cielo e osservò delle nuvole grigie che venivano da sudest, oscurando irrimediabilmente la serena volta celeste. Sembravano delle volute di fumo prodotte da un grande incendio. “Che diavolo sarà mai?”.

Nel vecchio parco, sopravvissuto per miracolo all’offensiva dell’abusivismo edilizio, si vedevano molte meno mamme e bambini del solito. Chissà perché? Nicanor Turturică passeggiò lungo un viale alberato, fece degli elementari esercizi ginnici e poi andò a sedersi su una panchina, all’ombra di un pioppo marcescente. “Muoversi è proprio una bella cosa…” pensò il professore di latino, respirando a pieni polmoni l’aria salubre del mattino. Rimase seduto ad ammirare una fila di arbusti tondeggianti e pensò a Raia. Non era più sicuro di voler passare la notte insieme a lei. La loro relazione non era certo nata da un sentimento profondo, ma solo dal sesso e dalla paura della solitudine. Cosa ne sarebbe stato di loro tra qualche anno, quando non avrebbero più avuto la forza di scopare? Nicanor Turturică sospirò a fondo.

Tornato nel cortile del casermone popolare, scorse un furgone gigantesco utilizzato per i traslochi. Uno dei suoi vicini, un vecchio funzionario con cui spesso discuteva del più e del meno, era lì che metteva fretta ai facchini. Da un lato, sedute in una macchina, moglie e figlia parevano agitate, non vedevano l’ora che il lavoro fosse terminato. Un gruppo di inquilini commentava in disparte, a bassa voce, la partenza del činovnik, del vecchio funzionario. Decisamente sorpreso, Turturică gli si avvicinò, elettrizzato: «Dove te ne vai, amico? Cambi casa?».

Il činovnik lo osservò quasi fosse un extraterrestre: «Non le ascolti le notizie alla radio, Nicanor? Quand’è stata l’ultima volta che hai acceso il televisore?».

«Mmh… Ieri mattina, credo… Ma che è successo?».

«Mi chiedi cos’è successo? Siamo fottuti, Nicanor! La Transnistria ieri ha invaso la Moldavia. I carri armati russi sono entrati ad Anenii Noi. E l’esercito moldavo non potrà certo fermarli. Ma non lo vedi anche tu il fumo che oscura una parte di cielo? Pare che l’artiglieria transnistriana abbia dato fuoco a delle cisterne di petrolio. Io fuggo, scappo in Romania! I militari della Transnistria saranno qua tra due giorni, e io, un impiegato del Ministero della Cultura, nonché promotore del “Giorno della lingua romena”, sarò tra i primi a essere condannato. Quella è gente molto crudele, Nicanor. Vicino al villaggio di Bulboaca hanno ucciso a sangue freddo tredici ostaggi moldavi che erano stati fatti prigionieri… Mi dispiace solo per l’appartamento. Non riuscirò a venderlo, ma la vita è più preziosa».

Nicanor Turturică ascoltava la confessione del funzionario con gli occhi sbarrati dallo stupore. Gli sembrava uno scherzo di cattivo gusto, un’assurdità, ma stava cominciando ad avvertire un nodo alla gola: «Non sarà forse un conflitto di breve durata? Nel corso degli anni non sono mai mancate delle scaramucce locali…».

L’interlocutore rimase a guardare il professore di latino con sprezzante compassione, poi disse convintamente: «No, Nicanor… Questa volta la situazione è grave, siamo in guerra. Ti consiglio di fare i bagagli il prima possibile, se non vuoi stare ad aspettare i liberatori come fanno quelli là…».

Il funzionario girò leggermente lo sguardo verso un gruppo di inquilini che discutevano tra loro a bassa voce.

All’improvviso si udì una risata isterica provenire dai piani alti del palazzone. Alzarono gli occhi e videro sul balcone un pensionato, noto a tutti per le sue sbronze bestiali e le chiazze di vomito lasciate sulle scale condominiali. Aveva le lacrime agli occhi, si stava sganasciando dalle risate. Nicanor Turturică pensò che fossero gli effetti dell’ennesima nottata alcolica. Ma il pensionato cominciò a strillare, accompagnando le urla con gesti enfatici e inveendo contro quel funzionario insignificante: «Nu čto, svoloč’? Smatyvaeš’ udočki? Tak tebe i nado! Katis’ v svoju Rumyniju!!!» (in russo: «Allora, bastardo? Te la squagli? Ben ti sta! Vattene nella tua Romania!!!» (dal russo).

«Hai visto quanto odio c’è in lui? E questo è solo l’inizio! Puoi immaginarti cosa accadrà a Chişinău quando i carri armati entreranno in città? Basta, Nicanor. Ho fretta, abbi cura di te…» disse il činovnik, osservando Nicanor con la solita compassione sprezzante.

Nicanor Turturică avvertì l’urgente bisogno di raggiungere casa il prima possibile. Aprì la porta, si tolse le scarpe da ginnastica e corse verso il computer. Tutti i siti annunciavano l’invasione militare della Moldavia da parte dell’esercito transnistriano. Una fotografia mostrava Smirnovič, il leader della Repubblica separatista, mentre ispezionava con attenzione il municipio di Vadul lui Vodă, abbandonato dalle autorità locali.

Avevano occupato Vadul lui Vodă! Nicanor Turturică accese il televisore. Il canale Moldova 1 mostrava immagini raccapriccianti, filmate sulla linea del fronte. Vide un mezzo blindato moldavo colpito da una granata e cadaveri carbonizzati che giacevano a terra. Poi apparve sullo schermo Nicolae Flenchea, il presidente della Repubblica moldava. Stava rivolgendo un discorso alla nazione. Condannava l’attacco dei separatisti della Transnistria, i quali avevano vilmente aggredito la Moldavia grazie al sostegno del Cremlino. L’esercito avrebbe fatto di tutto pur di fermare l’offensiva del nemico armato fino ai denti – proseguiva il capo dello Stato. Le autorità locali avevano chiesto aiuto all’Onu e alla Nato, sperando che l’umanità intera si mostrasse solidale con il popolo moldavo, così da costringere gli invasori a retrocedere. Per difendere il paese, vennero chiamati alle armi tutti i giovani idonei alla leva. Seppure il messaggio del capo di Stato suonasse deciso e categorico, Nicanor Turturică trovava preoccupante che al presidente tremasse la voce in gola.

E lui, con i suoi sessant’anni, era pronto a combattere? Al diavolo! Il professore di latino spense il televisore e restò a riflettere sconsolato per alcuni minuti. Cosa era meglio fare? Lasciare il paese come aveva fatto il funzionario insignificante? Rimase a giocare agli scacchi online per un paio di ore, pranzò e poi andò da Raia.

Tratto da “E al mattino arriveranno i russi” (Bottega Errante), di Iulian Ciocan, pp. 224, 18€

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