Altra GiustiziaLa delegittimazione delle pene tradizionali e la necessità di trovare nuovi modelli

Giovanni Fiandaca in “Punizione” (Mulino) racconta la complessità del punire a livello sociogiuridico e l’esigenza di costruire soluzioni più adatte alla realtà contemporanea

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Nel tempo complicato e contraddittorio che attraversiamo, anche il fenomeno punitivo è investito da fattori di crisi che lo rendono meno ovvio di quanto a prima vista possa apparire. Mentre da un lato hanno subìto una progressiva delegittimazione tipi tradizionali di pena, cresce dall’altro l’esigenza di restituire senso ed efficacia alla punizione introducendo modelli punitivi più adatti alla realtà contemporanea. Sicché, rispetto al punire coesistono aspetti anacronistici o desueti e dimensioni nuove che richiedono di essere valorizzate. Ma, a mio avviso, è in ogni caso consigliabile un approccio problematizzante: nell’escogitare rinnovate modalità sanzionatorie sarebbe bene guardarsi da visioni o suggestioni idealistiche ignare della realtà empirica, da affrettate certezze e facili entusiasmi. Ciò con riferimento alla pena sia come istituzione sociale di fatto operante secondo modalità non formalizzate giuridicamente, sia alla pena come istituzione giuridica di competenza dei tribunali.

Un primo paradosso, che di solito sfugge ai profani è questo: diamo per scontate le prassi punitive, anche se non sempre siamo in condizione di comprendere con facilità se certe reazioni abbiano davvero un significato punitivo. E questa incertezza può affiorare rispetto alla dimensione sia giuridica, sia extragiuridica della punizione. Valga un esempio tratto da “I sommersi e i salvati” dello scrittore Primo Levi, libro nel quale sono notoriamente raccontati i tormenti e i patimenti cui venivano sottoposti gli ebrei ristretti nei lager:

«Tutti i Kapos – scrive Levi – picchiavano: questo faceva parte ovvia delle loro mansioni, era il loro linguaggio, più o meno accettato; era del resto l’unico linguaggio che in quella perpetua babele potesse essere veramente inteso da tutti. Nelle sue varie sfumature, veniva inteso come incitamento al lavoro, come ammonizione o punizione, e nella gerarchia delle sofferenze stava agli ultimi posti».

Questo passo, a ben vedere, è molto interessante perché esemplifica bene diverse cose. Primo: l’atto del punire tende ad atteggiarsi a strumento comunicativo anche quando si manifesta in forma corporale, come nel caso del picchiamento. Secondo: riguardato come modalità di linguaggio, come mezzo che comunica messaggi, l’atto che provoca sofferenza non sempre – appunto – veicola una inequivoca valenza punitiva, ma può esprimere significati ulteriori; sicché, per stabilire se la dimensione sanzionatoria sia prevalente, occorre un’attività interpretativa – riferita alle intenzioni delle persone agenti e al contesto complessivo dell’azione – di una certa complessità.

Ma vi è un secondo paradosso, che val la pena evidenziare sin da ora. Per un verso, l’evoluzione socioculturale, manifestatasi in particolare a partire dal secondo Novecento, è apparsa connotata da tendenze progressivamente orientate in senso antiautoritario e antirepressivo, e perciò anche inclini a contestare la razionalità e l’utilità degli atteggiamenti punitivisti ad esempio in campo educativo. Ma una reazione critica nei confronti dell’approccio repressivo e dei suoi consolidati fondamenti giustificativi, accompagnata da un sentimento di sopravvenuta sfiducia rispetto all’effettiva efficacia preventiva degli strumenti punitivi tradizionali, è andata negli ultimi decenni prendendo piede persino nel settore dei delitti e delle pene: da qui l’attuale ricerca da parte di giuristi e legislatori di tipi di risposte al reato diverse dalle pene in senso stretto.

Per altro verso, tuttavia, gli orientamenti punitivisti sembrano invece essere tornati in auge sull’onda delle forti ventate di populismo politico – sfociate anche in forme di cosiddetto «populismo penale» – che si sono levate, in anni più recenti, non solo nel nostro paese: ciò sino al punto da indurre il sociologo Didier Fassin a dedicare un saggio, divenuto ormai abbastanza noto, al punire etichettato come «passione contemporanea». La contraddizione, il paradosso sembrano allora derivare da questa conflittuale e confusa compresenza, cui in atto si assiste, di atteggiamenti opposti rispetto alla punizione. Con l’aggravante che gli orientamenti favorevoli, lungi dal basarsi su argomentazioni razionali, traggono prevalentemente impulso da spinte emotive e da sentimenti individuali e collettivi di frustrazione, rabbia e risentimento che si diffondono specie nei momenti di crisi socioeconomica e che vengono appunto alimentati e sfruttati dai movimenti populisti a fini di consenso politico-elettorale: un circolo perverso, questo, che incentiva una demagogia punitiva più volte stigmatizzata anche da papa Francesco.

Apparirà già chiaro, a questo punto, che il punire è un fenomeno sociogiuridico così complesso e polivalente da richiedere, per una sua comprensione non superficiale, un approccio a carattere multidisciplinare.

Tratto da “Punizione” (Mulino), di Giovanni Fiandaca, pp. 184, 14€

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