Matrioska di problemiPutin si vanta degli scambi con Pechino, ma le nuove sanzioni lo danneggiano

Le grandi banche cinesi hanno limitato i pagamenti a quelle russe a causa delle nuove restrizioni americane. Ora Mosca vorrebbe creare una nuova infrastruttura finanziaria con i Brics

Lapresse Putin Cina

Vladimir Putin si vanta: la crescita dell’interscambio con Pechino ha permesso a Mosca di compensare i danni per le sanzioni occidentali. Ma la realtà è che i dati di cui si è vantato, appunto durante la sua ultima visita in Cina, si riferiscono a prima di una nuova raffica di sanzioni americane che invece adesso sta colpendo duramente anche su quel fronte.

Secondo il presidente russo, mentre ancora qualche anno fa un fatturato di cento miliardi di dollari nel commercio bilaterale tra i due Paesi sarebbe stato considerato un grande successo, nel corso del 2023 si sono superati i duecento miliardi di dollari. «I dati cinesi mostrano duecento miliardi di dollari, per essere più precisi. E possiamo andare ancora oltre», si è vantato la settimana scorsa all’inaugurazione dell’Expo russo-cinese ad Harbin.

In precedenza, a Pechino, Putin aveva detto al leader cinese Xi Jinping quanto fosse stata «tempestiva» la loro decisione di gestire il commercio bilaterale nelle valute nazionali. «Oggi, il novanta per cento di tutti i pagamenti sono già effettuati in rubli e yuan», ha ricordato, sottolineando che questa misura ha contribuito a rafforzare le operazioni commerciali tra Russia e Cina.

Dal dicembre scorso, però, gli Stati Uniti hanno introdotto nuove restrizioni sulle banche estere che conducono transazioni significative o forniscono servizi a sostegno della macchina da guerra russa. Quasi ogni articolo, dall’elettronica alle parti di automobili, può ora essere considerato un prodotto a duplice uso. Conseguenza: le banche cinesi sono diventate molto più caute nel gestire le transazioni dalla Russia. E così le relazioni commerciali da cui dipende l’economia russa stanno iniziando a soffrire.

Alcuni conti li ha fatti The Moscow Times osservando che mentre la Russia esporta verso la Cina soprattutto materie prime, e in particolare petrolio,  ne riceve in cambio soprattutto elettronica, attrezzature e macchinari. Effettivamente, nel 2022 le importazioni russe dalla Cina sono aumentate, per via delle sanzioni occidentali e del riallineamento delle rotte commerciali e la politica del Cremlino è stata definita «Pivot to the East».

Quell’anno le importazioni russe di elettronica e macchinari cinesi sono dunque aumentate in media del quindici-venti per cento rispetto al 2021, e la tendenza si è intensificata ancora di più nel 2023, con le importazioni di questi beni in crescita di un altro venti-venticinque per cento su base annua. Allo stesso tempo, negli ultimi due anni è cresciuta significativamente anche la quota dei prodotti cinesi sul totale delle importazioni russe di macchinari ed elettronica, dal cinquantacinque-sessanta per cento nel 2022 al sessantacinque-settanta per cento nel 2023. Sempre in quell’anno, secondo fonti ufficiali statunitensi, la quota cinese sull’import russo di microelettronica è arrivato addirittura al novanta per cento. Il tutto appunto in yuan e rubli, per eludere le sanzioni occidentali.

Secondo i dati doganali cinesi, però, dall’inizio del 2024, le esportazioni del Paese verso la Russia sono diminuite per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina: quasi il sedici per cento in meno a marzo, rispetto ai dodici mesi precedenti. E il calo è avvenuto appunto dopo che le principali banche cinesi hanno iniziato a limitare i pagamenti da parte delle banche russe. Addirittura, citando una fonte anonima del mondo imprenditoriale russo, il 14 aprile Izvestia ha riferito che a fine marzo l’ottanta per cento dei pagamenti dalla Russia alla Cina è stato bloccato.

Il problema sono le grandi banche cinesi, che sono sotto gli occhi delle autorità di regolamentazione statunitensi. Le organizzazioni finanziarie più piccole, invece, continuano a collaborare con la Russia, ma non hanno la capacità di elaborare un volume sostanziale di transazioni. Inoltre, se prima c’erano problemi con le transazioni in dollari Usa, ora ci sono difficoltà anche con i pagamenti in yuan. «Uno sviluppo notevole considerando le vanterie di Putin secondo cui quasi tutte le transazioni tra Russia e Cina sono ora condotte nelle valute nazionali», osserva The Moscow Times.

Sempre Izvestia, citando alcuni imprenditori, riferisce che l’importazione di attrezzature è stata molto difficile in aprile ed è improbabile che migliori a maggio. Anche il giornale economico Vedomosti conferma queste difficoltà, riportando ad esempio la testimonianza di un imprenditore di Izhevsk, città dell’azienda produttrice di fucili Kalashnikov. Bisognoso di acquistare attrezzature per macchine utensili in Cina, ha riferito che a dicembre, una banca cinese con cui lavorava gli aveva comunicato che avrebbe sospeso i pagamenti per una lista specifica di beni la cui importazione in Russia è vietata dalle sanzioni occidentali. Dopo qualche settimana, un direttore di banca ha annunciato che avrebbero annullato completamente gli accordi con la Russia, indipendentemente dal prodotto o dalla valuta di pagamento. Un’altra fonte di Vedomosti ha osservato che in questo caso la liquidazione non dipende dal sistema di pagamento: le transazioni sono state interrotte non solo tramite Swift ma anche tramite Spfs russo e Cips cinese. Secondo l’imprenditore, «anche se il movimento dei pagamenti attraverso i sistemi nazionali non è visibile agli americani o agli europei, tutto ciò si riflette chiaramente nei rapporti che le controparti occidentali della banca possono richiedere».

Attualmente funziona senza problemi solo la filiale di Shanghai dell’istituto di credito statale russo Vtb, unica banca russa con la licenza finanziaria per condurre operazioni bancarie in Cina. Altre banche russe ancora non possono o non vogliono aprire filiali nel Paese. Con la visita di Stato di Putin a Pechino, ci si aspettava che il problema delle transazioni finanziarie sarebbe stato uno dei punti chiave della sua agenda durante i colloqui con Xi. Ma non è chiaro se la questione sia stata effettivamente risolta o addirittura sollevata. «Le questioni relative alle transazioni vengono discusse a livello dei partecipanti all’attività economica» si è limitato a dire il presidente russo dopo i colloqui, pur provando a dare una generica assicurazione che «le soluzioni sono possibili, ci sono. Naturalmente, dovrebbero essere sostenute a livello statale in un modo o nell’altro. Spero che ciò accada».

La speranza è sempre l’ultima a morire: Kirill Dmitriev, amministratore delegato del Fondo russo per gli investimenti diretti (Rdif), nella sua conferenza stampa cinese ha proposto di utilizzare la conferenza dei Brics, quest’anno presieduto proprio dalla Russia, per rafforzare la cooperazione russo-cinese. In particolare, ha suggerito la possibilità di creare un’infrastruttura finanziaria e di investimento congiunta tra i membri con un sistema di accordi reciproci e piattaforme di investimento congiunte. Ma non ha potuto specificare né quando questa iniziativa diventerà operativa; né come funzionerà esattamente con le transazioni nelle valute nazionali. Dunque, i pagamenti verso e le importazioni dalla Cina continueranno a essere difficili.

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