Al di là dell’umanoTra creatività e tecnologia

L’intelligenza artificiale è un nemico da combattere o un vantaggio con cui migliorare la nostra vita? Il dubbio persiste e assale, soprattutto quando si tratta di pensiero e arte

C’è stato un tempo in cui per imparare sfogliavamo i libri, un tempo in cui per guardare le foto scattate in vacanza dovevamo far prima sviluppare il rullino, un tempo in cui agli appuntamenti bisognava arrivare puntuali, perché non esistevano altri modi per avvertire l’altro del nostro ritardo, se non quello di mettere i gettoni in una cabina telefonica. E non si tratta di momenti presi a casa tra i ricordi di ere geologiche fa, sono dettagli ancora ben impressi anche nella memoria dei quarantenni di oggi. Eppure ora siamo abituati a vivere in un’epoca di tecnologia velocizzata all’ennesima potenza. Prima sono stati i social e oggi l’intelligenza artificiale, roba che, fino a qualche anno fa, pensavamo potesse esistere solo nei film americani di fantascienza e che, invece, ora è qui ad aiutarci a governare la vita, anche nelle più piccole incombenze. Tutti ci siamo trovati a verificare le effettive capacità di ChatGPT e chi fa lavori intellettuali e di pensiero, per la prima volta, ha percepito le stesse sensazioni sperimentate quando nelle fabbriche sono entrati i macchinari a sostituire il lavoro dell’uomo. C’è chi dice che l’AI è ancora molto lontana dal poter diventare un surrogato della mente umana, c’è chi ne teme le conseguenze e chi invece cerca di sfruttarla come un vantaggio tecnologico.

Qualunque sia la risposta, vero è che ancora bisogna migliorarne la resa e, a testimoniarlo è stata, qualche giorno fa, una debacle imbarazzante di Google alla presentazione della sua nuova funzione di AI Overview. Durante la dimostrazione delle varie query di ricerca degli utenti, l’intelligenza artificiale ha suggerito di completare la pizza con la colla o di mangiare sassi se si ha carenza di vitamine e minerali: informazioni che gli utenti della rete hanno ridicolizzato, con buona pace di Google e dei suoi manager. Se questo però è un errore grossolano, dovuto a una tecnologia che ancora ha bisogno di essere migliorata, non possiamo negare quanto l’intelligenza artificiale possa invece essere uno strumento meraviglioso, anche quando si tratta di attività artigianali e professioni creative. Questo perché ci troviamo di fronte a un momento dove possiamo sperimentare la nostra capacità di adattamento ai cambiamenti e interpretare quindi una crisi, in questo caso anche cognitiva, nel senso più stretto del termine, come lo intendevano gli antichi Greci, che intendevano la crisi come un momento in cui capire la nuova realtà e operare un’evoluzione dei metodi.

Non ci troviamo di fronte alla prima volta di un cambiamento così epocale: la storia dell’essere umano è intrisa di piccole e grandi rivoluzioni. Rivoluzioni che abbiamo sempre, in qualche modo, saputo affrontare per rendere migliori le nostre vite. Il dibattito sulle intelligenze artificiali solleva tante domande, non solo a livello scientifico, ma anche filosofico, perché coinvolge la nostra psiche umana. E uno dei punti centrali di discussione riguarda proprio la creatività, in tutte le sue sfumature. Da un lato ci sono gli aspetti tecnici e pratici da considerare. Dall’altro lato, ci sono gli aspetti scientifico-filosofici che ci fanno riflettere: cos’è davvero la creatività? Da dove viene? È una cosa innata nell’uomo? E quali sono i suoi ingredienti segreti?

Possiamo ridurla a una serie di processi neurologici e biologici? O c’è qualcosa di più, qualcosa che si trova in quel sottile confine tra la mente come un insieme di funzioni cerebrali e la mente come un vasto campo che interagisce con altre dimensioni della realtà? La questione dell’influenza dell’IA sulla creatività umana spesso è misurata come in un bivio, tra chi vede la tecnologia come una minaccia e chi invece la considera una salvatrice. Ma non può essere solo questo: bisogna riuscire ad analizzare le cose in un sistema più ampio e aperto. È da questa prospettiva che nascono invece riflessioni più profonde sul legame tra il modello sociale, lo sviluppo economico e la percezione dell’individualità come protagonista esclusiva e distintiva.

L’intelligenza artificiale ha rivoluzionato tanto nella nostra vita quotidiana: dagli assistenti virtuali alla guida autonoma e al riconoscimento facciale. È diventata una presenza sempre più costante nella nostra routine, ma c’è ancora una cosa che rimane esclusivamente umana: la creatività. Negli ultimi anni, l’IA ha fatto passi da gigante anche nel campo della musica, dell’arte e della scrittura, sollevando domande sulla vera natura della creatività generata dagli algoritmi. Ed ecco quindi che la domanda nasce spontanea: possiamo considerare davvero arte ciò che viene prodotto dall’intelligenza artificiale? E fino a che punto l’IA può sostituire completamente la creatività autentica dell’uomo? In realtà l’intelligenza artificiale può generare risultati creativi, ma non può replicare l’esperienza umana che contribuisce alla creazione artistica. La mente umana ha la capacità di immaginare, concepire ed esprimere emozioni in modo unico, un’abilità al di là delle attuali e future possibilità dell’IA. Questo perché la creatività richiede intuizione, immaginazione ed emozione umana ed è proprio il lavoro degli artisti a mettere in evidenza questi aspetti integrando le proprie esperienze e prospettive nell’opera d’arte. L’IA può produrre risultati simili ma manca della profondità emotiva e dell’autenticità che derivano dall’esperienza umana. La creatività resta un aspetto fondamentale dell’umanità irripetibile dalle macchine. A differenza della tecnologia, noi umani non siamo vincolati dalla quantità di dati disponibili e possiamo dar vita a qualcosa di completamente originale basandoci su un vasto bagaglio di esperienze ed emozioni. E le macchine sono nate per darci una mano, non per levarci l’umanità. A che cosa può servire per una persona che si occupa di pizza? A studiare nuove alternative, anche bizzarre, o a creare connessioni finora imprevedibili. A uscire dagli schemi, a comunicare la propria attività in modo differente.

Questo articolo fa parte di “A Spicchi”, il progetto di  Petra Molino Quaglia. Qui il link per l’iscrizione alla newsletter mensile, da condividere con gli appassionati della pizza.

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