La speranza in un miscuglio Grani evolutivi e siccità, il caso della Sicilia

L’isola sta subendo una pesante crisi idrica, con effetti devastanti su coltivazioni e allevamenti. La capacità di risposta e l’adattabilità alle condizioni climatiche delle popolazioni di sementi evolutive possono dare una risposta naturale a questo problema

Foto di Laura Filios

«Un agricoltore non avrebbe raccolto un campo del genere. Noi invece sì, perché per noi non rappresenta più un valore economico, ma diventa un patrimonio genetico: queste spighe hanno vissuto un’esperienza estrema quale quella della siccità e hanno registrato questo evento. Ciò significa che l’anno prossimo dovremmo avere un seme naturalmente più pronto a rispondere a un altro eventuale fenomeno siccitoso».

Giuseppe Li Rosi è siciliano. È presidente di Simenza, associazione che ha come scopo la valorizzazione della biodiversità agraria dell’isola, e, in passato, è stato anche commissario straordinario della stazione sperimentale di granicoltura di Caltagirone. Queste parole le pronuncia con i piedi in uno dei suoi campi, mentre mostra una spiga di grano morta prima ancora di essersi completamente formata.

Foto di Laura Filios

La Sicilia sta attraversando una delle peggiori siccità degli ultimi cinquant’anni. Da giugno 2023 a maggio 2024 è scesa meno della metà della pioggia prevista in un anno, mentre in alcune aree è caduto meno del trenta per cento di quanto atteso. Una delle zone più colpite è la Sicilia centrorientale, che comprende la provincia di Enna, proprio dove si trova una parte dei suoi campi.

Quest’anno alcuni agricoltori sono arrivati a perdere fino al novanta per cento del raccolto. Anche la situazione di Li Rosi non è per niente florida. Anzi, in quegli appezzamenti dove non è arrivata neppure una goccia d’acqua è drammatica. Ma in quelli toccati dalle rare piogge che hanno sfiorato l’isola si è riscontrato un fenomeno “positivo”: la resa per ettaro ha retto il colpo. Il motivo va ricercato nella varietà di grano su cui ha deciso di scommettere Giuseppe.

Per essere precisi, bisogna parlare di varietà al plurale, perché tra quelle che lui ha seminato ci sono due popolazioni evolutive, una di grano tenero, Furat, e una di grano duro, Evoldur, ovvero dei miscugli di più varietà di grano. A fargli scoprire le potenzialità delle popolazioni evolutive, ormai quattordici anni fa, sono stati Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando, tra i massimi esperti di miglioramento genetico partecipativo. Una pratica che punta ad aumentare la biodiversità in campo, attraverso il coinvolgimento diretto dei contadini affinché ritornino a essere custodi dei propri semi.

«In Sicilia è sempre esistito quello che noi chiamiamo ‘ntrizzu, l’intreccio di diverse varietà per incrementare la produzione o, quanto meno, assicurare una produzione costante. Lo abbiamo sempre fatto. Con l’intuizione del professor Ceccarelli, il potere di questa pratica è stato implementato. Oggi il nostro Furat, ribattezzato Popolazione Furat tenero Li Rosi, è composto almeno da 150 varietà. Ogni anno ne muoiono alcune e ne nascono di nuove».

Una delle caratteristiche principali di queste popolazioni evolutive è l’adattabilità alle condizioni del suolo e del clima del luogo in cui vengono seminate. Per questo, oggi come oggi, vengono considerate una possibile risposta naturale al cambiamento climatico, nonostante siano in proporzione meno produttive di un cereale convenzionale.

Mietitura, foto di Laura Filios

«Ci accorgemmo subito che il Furat aveva una capacità di produzione magnifica. Un anno è riuscito a fare quarantadue quintali per ettaro in biologico (di solito la resa media di un cereale convenzionale è di sessanta quintali per ettaro, ndr). La storia inizia da lì, proprio con il frumento di uno degli agricoltori di Simenza, che si chiama Giuseppe come me. Fu quello il primo raccolto che ha ritirato Chiara, che con quell’acquisto salvò le vacche di Giuseppe. Lui ne stava per vendere cinquanta perché aveva bisogno di soldi per pagare i debiti, invece vendette settecento quintali di frumento e i conti tornarono precisi».

Li Rosi si riferisce a Chiara Quaglia, amministratore delegato di Petra Molino Quaglia, azienda di Vighizzolo D’Este, in provincia di Padova, specializzata nella produzione di farine da quattro generazioni. E che da sette anni collabora con Simenza, da cui ritira i raccolti di grano evolutivo da cui nasce Petra Evolutiva, una farina biologica macinata a pietra.

Da questa collaborazione è partito anche “Adotta un raccolto”, un progetto che punta a creare un collegamento diretto tra contadino, molitore, artigiano e consumatore finale. E che si sta espandendo non solo in altri parti della Sicilia ma anche d’Italia, aumentando il numero di ettari coltivati in biologico con grani evolutivi o locali.

Gli adottanti nei campi, foto di Laura Filios

Anche se quest’anno il raccolto non è andato bene, Giuseppe il bicchiere lo vede comunque mezzo pieno. «Dovete considerare il seme come se fosse un codice: quando viene digitato su un territorio, lo attiva – spiega agli adottanti che sono venuti a visitare i “loro” campi in occasione dell’annuale Festa del Grano, che si è tenuta il 10 giugno scorso. «Questo è il ciclo della vita. È tutto scritto qua dentro», dice tenendo tra le dita un piccolo chicco. «È una legge universale che non sbaglia mai. Se capita qualche mutazione o mutagenesi, questa non viene fatta manualmente in laboratorio ma avviene in campo attraverso una crisi, affinché ci sia un’evoluzione verso qualcosa di superiore, di più alto, che solitamente per l’essere umano dovrebbe essere il bene».

Li Rosi, come tanti suoi amici e colleghi, sta vivendo un’esperienza «schiacciante». Perdere la metà del raccolto se non quasi tutto, o mandare gli animali al macello perché non si ha più di che sfamarli, per chi vive del lavoro della terra è un dramma. Ma per lui è da queste situazioni difficili che bisogna trarre forza ed esperienza per cambiare, proprio come le popolazioni di grano che ha seminato nei suoi campi. La parola che meglio descrive questo atteggiamento propositivo è antifragilità. «Questi eventi anziché abbatterci, ci devono far evolvere!». E l’ultima parola non è usata a caso.

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