La parte giustaLa fragilità del macronismo e la scelta di campo dei riformisti italiani

La lezione francese di queste settimane è che in un contesto politico sempre più polarizzato, i valori democratici e l'unità contro gli estremismi sono cruciali. Ma governare è un’altra cosa, cosa che né Schlein né la ditta sembrano capire

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Tra le varie lezioni che vengono dal voto francese ce n’è una macroscopica, cioè che il centro equidistante e solitario non regge più. Il macronismo fondatosi appunto sull’idea di un primo polo distinto dalla destra e dalla sinistra, e prendendo semmai le cose migliori dell’una e dell’altra, è stata una grande novità nell’ultimo decennio ma è oggi superato dai fatti, impossibilitato a vincere a causa della radicalizzazione politica a livello europeo testimoniata dalla forza di una estrema destra di massa e una speculare ritrovata gauche battagliera.

In questa morsa, il presidente della Repubblica e capo di Ensemble, complice anche il doppio turno, è stato costretto a scegliere, e in coerenza con i valori democratici e antifascisti della République ha guardato a sinistra dando vita a un clamoroso gioco unitario per arrestare l’ascesa di Marine Le Pen e del delfino Jordan Bardella. Che altro poteva fare?

In queste snervanti ore che separano la Francia dal suo destino politico, Macron è l’uomo politicamente decisivo del 7 luglio. Ha compiuto un gesto che comunque vada ha rafforzato la democrazia (l’altissima affluenza al primo turno dice questo), forse riuscirà a impedire che Bardella vada a Matignon, antipasto dell’ingresso di Marine all’Eliseo tra tre anni o forse prima, ingresso che in caso di “pareggio” non è scontato.

Non poteva che finire così. I valori contano ancora: ecco un’altra lezione francese che Macron ha incarnato. Il lepenismo è destra estrema senza olio di ricino, ma i disvalori sono quelli. Così e solo così si spiega perché monsieur le Président, un democratico, si sia alleato con la sinistra, sperando in un governo senza i parafascisti e senza gli estremisti di Jean-Luc Mélenchon («Desistenza non significa coalizione, mai con France Insoumise», ha detto ieri), magari con socialisti, verdi, gollisti buoni e giochi parlamentari (e comunque in Francia un governo non ha bisogno della fiducia), un esecutivo di gente seria sotto la regia dell’Eliseo. Sarebbe debole? Certo, ma in Francia lo Stato e la pubblica amministrazione funzionano, e in ogni caso ci sarebbe un Presidente cui la Costituzione affida ampi poteri.

È un obiettivo difficilissimo. Ma bisogna cercare di passare per questa cruna dell’ago. Il presidente francese ha chiarito quello che gli esponenti del Pd alla Nicola Zingaretti (ma non alla Pina Picierno) non capiscono: desistenza non vuole dire coalizione di governo. Grazie, è meglio una coalizione che si presenta, vince e poi governa.

In Francia la desistenza serve a bloccare l’avversario e poi si vede. Non sarà esteticamente bellissimo, ma si chiama politica. Quindi l’idea di un Fronte popolare italiano non è la strada migliore. Come ha detto Filippo Sensi, «il Fronte Popolare non è un altro modo per dire il campo largo (qualsiasi cosa significhi), ma esattamente l’opposto. Sono due opzioni alternative, per scopo, costruzione, profilo». Il profilo del campo largo deve essere di governo, come ha detto Paolo Gentiloni al Corriere della Sera. Più chiaramente, la desistenza è un’arma di difesa, governare è un’altra cosa: invece Elly Schlein, Zingaretti, Andrea Orlando pensano che sia la stessa, cioè si governa con Rifondazione comunista e compagnia.

Ecco dunque che siamo giunti a parlare della vicenda italiana, del bivio dinanzi al quale di trovano i macroniani di casa nostra, cioè la carcassa dell’ex Terzo polo al quale non è riuscito ciò che riuscì a Macron: prendere il meglio dalla tradizionale destra e dalla tradizionale sinistra per far lievitare un quel grande partito riformista di governo. L’esperimento è stato generoso, ma è fallito. Questo hanno capito gli italiani e poi i francesi. Lo riconoscono Luigi Marattin ed Enrico Costa che propongono di ricominciare con un progetto nuovo. Ma per guardare a sinistra o per insistere nell’autosufficienza?

Lo spiega bene Matteo Renzi quando dice che o si fa una Margherita 2.0 che guarda a sinistra o si fa il Terzo Polo autonomo. Ma non è una alternativa reale perché come abbiamo visto un Terzo Polo equidistante tra gli altri due è fallito. Italia viva e Azione sono dunque chiamati a una scelta di fondo, mettendo in conto mal di pancia e dissensi (vedi Mariastella Gelmini e Mara Carfagna dentro Azione). Quella scelta che sin qui si sono rifiutati di fare con i risultati che sappiamo.

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