Desistenza europeaLa grande avanzata sovranista è rinviata anche questa volta

Con le elezioni in Francia e dopo la conferma della maggioranza popolari-socialisti-liberali alle elezioni europee di giugno, è già la seconda volta in cui l’annunciato trionfo sovranista dev’essere rinviato a data da destinarsi. Senza contare la disfatta dei conservatori in Gran Bretagna. Tutte pessime notizie per Giorgia Meloni, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

(La Presse)

Può darsi che abbia ragione Marine Le Pen quando assicura ai militanti che la loro vittoria «è solo rimandata». Certo è rimandata di un bel po’, perché alle presidenziali mancano tre anni e intanto il suo Rassemblement National, vincitore indiscusso al primo turno con il 33 per cento, esce dal ballottaggio addirittura terzo, dietro il Nuovo fronte popolare e persino dopo gli odiati macroniani, che una settimana fa si erano fermati rispettivamente al 28 e al 21 per cento. La differenza tra l’esito delle due votazioni, a così breve distanza, è il frutto delle desistenze incrociate tra sinistra e centristi, che sono cosa ben diversa da un accordo di coalizione. Quello, semmai, andrà trovato in parlamento, e non è affatto scontato. Non per nulla il primo a intervenire ieri sera per commentare i risultati è stato Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, il partito più forte, e più radicale, nella composita coalizione frontista. E il suo, in pratica, è stato un comizio contro Emmanuel Macron. Quanto al presidente della Repubblica, dopo essere stato criticato da mezzo mondo per la sua scelta di sciogliere il parlamento e indire elezioni anticipate a così breve scadenza, dopo la vittoria dell’estrema destra alle elezioni europee, raccoglie ora molti complimenti per la riuscita della manovra.

A suo tempo, però, si disse che l’obiettivo era «logorare» il Rassemblement National, costringerlo a misurarsi subito con la responsabilità di governo (in una difficile coabitazione con Macron) chiudendogli la prospettiva di una campagna elettorale per le presidenziali del 2027 lunga tre anni, da fare tutta comodamente all’opposizione. Il successo oltre le previsioni della prima parte della manovra minaccia dunque di comprometterne l’esito, con il rischio che alla fine siano centristi e sinistra ad arrivare logorati al 2027.

Ma intanto siamo ancora nel 2024, e dopo la conferma della maggioranza popolari-socialisti-liberali alle elezioni europee di giugno, sia pure ammaccata, è già la seconda volta in cui l’annunciato trionfo sovranista dev’essere rinviato a data da destinarsi, senza contare la meno sorprendente ma non meno significativa disfatta dei conservatori in Gran Bretagna due giorni fa.

Tutte pessime notizie per Giorgia Meloni, che proprio con l’ex premier britannico Rishi Sunak aveva costruito un rapporto assai amichevole (prendendone a modello l’odioso piano di deportazione dei migranti in Ruanda, già dichiarato «morto e sepolto» dal successore), e adesso si vede abbandonare persino dagli spagnoli di Vox, che hanno lasciato il suo gruppo al parlamento europeo per unirsi a quello promosso da Viktor Orbán, verso cui sembrano diretti anche Matteo Salvini e gli altri sovranisti di Identità e democrazia, a cominciare da Le Pen, con il probabile risultato di portare i nuovi Patrioti di Orbán a quota 82 seggi, terzo gruppo a Strasburgo, declassando a quarto i Conservatori e Riformisti di Meloni.

Il tentativo di giocare su due tavoli sembra dunque destinato a concludersi con una doppia sconfitta, tanto per la Meloni europeista, atlantista e pragmatica raccontata dalla stampa italiana, quanto per quella vera.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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