Cattivi maestriSteve Bannon detta i princìpi della sua inquietante rivoluzione populista

Intervistato da David Brooks, l’ex stratega di Donald Trump annuncia di voler radere al suolo il deep state: «Nei primi cento giorni, circa tremila attivisti di Make America Great Again sostituiranno i dipendenti delle amministrazioni precedenti. Il nostro apparato si sostituirà al loro»

AP/ LaPresse

«Non sono un giornalista, non lavoro per i media. Il mio podcast “War Room” è il quartier generale di una rivolta populista che sovverta il sistema dall’interno», dice l’ex stratega della Casa Bianca Steve Bannon, da oggi nel carcere di minima sicurezza di Danbury in seguito alla condanna per oltraggio al Congresso, al columnist del New York Times David Brooks che lo ha intervistato la scorsa settimana.

David Brooks aveva intervistato Bannon già nel 2019 quando, nel suo studio di Washington, l’ideologo ed ex capo stratega dell’allora presidente Trump progettava un piano rivoluzionario per il movimento Make America Great Again (Maga). Se in questi cinque anni l’estrema destra sembra essersi rafforzata, con un’Europa in preda a partiti populisti ed estremisti, anche negli Stati Uniti non rallenta la corsa. Anzi, a detta di Bannon, si sta spostando ancora più a destra del partito Repubblicano di Trump e la sinistra di Biden sembra non rendersene conto. Si sta sempre più concretizzando il suo progetto rivoluzionario utopico, anzi distopico. 

Nel suo podcast “War Room”, che definisce il «quartier generale della rivolta populista degli Awakened», i Risvegliati, ovvero i seguaci del movimento trumpiano, Bannon parla spesso della «rockstar Le Pen», della «rockstar Giorgia Meloni» o della «star Farage». Secondo l’ideologo, le «élite occidentali al potere» hanno perso fiducia in sé stesse e nell’idea di stato-nazione, allontanandosi sempre più dalle esperienze del popolo che dovrebbero rappresentare e lasciando spazio ai partiti populisti ora rock-star.

«La sinistra è in crisi, si concentra sullo sparo più che sul sibilo iniziale. Sentono il rumore di Trump ma non riescono a capire che il movimento Maga sta andando ancora più a destra», dice a Brooks. «Trump è un moderato per noi. Sulla questione ucraina, si è comportato da pacifista. Il settantacinque per cento dei nostri attivisti non vuole più versare un penny in territorio ucraino. Sulla questione dell’immigrazione al confine meridionale con il Messico, abbiamo visioni ben diverse. Devono andare tutti a casa», aggiunge Bannon.

David Brooks incalza poi l’ex stratega chiedendo quale sia il programma politico in caso di un Trump bis. «Prevediamo la parziale distruzione dello stato amministrativo, mentre vogliamo radere al suolo il deep state. Nei primi cento giorni, circa tremila attivisti di Maga sostituiranno i dipendenti delle amministrazioni precedenti. Il nostro apparato si sostituirà al loro». 

Chi siano questi «loro» non è ben chiaro, come sottolinea Brooks. Quello che è chiaro è il carattere militaresco dell’apparato trumpiano, in cui Bannon precisa di non avere alcun ruolo esecutivo ma di limitarsi piuttosto a «distribuire e direzionare» il potere tramite il canale “War Room”. In questa «guerra di narrazioni», come la definisce, «il principale centro di potere è nei media. Il partito repubblicano non è stato in grado di gestire questa potenza al meglio, sfruttando i benefici di un movimento dal basso dove tutti sono attivisti. Ed è qui che entriamo in gioco noi. Siamo abituati a lottare per strada».

Il linguaggio che Bannon usa per descrivere il movimento Maga è guerrigliero. Se «street-fighters» sono gli attivisti che ne fanno parte, una «guerriglia digitale» è quella che combattono. Al contrario di «repubblicani ragionevoli in blazer blu e pantaloni cachi», i militanti Maga non cercano confronti o compromessi. «Ogni giorno è lotta, le persone hanno un obiettivo, e quando hanno un obiettivo non le puoi fermare», aggiunge.

«La nostra è una società atomizzata, non c’è coesione a livello nazionale, ed è qui che il movimento Maga si infiltra». Se Brooks prova a suggerire un possibile confronto con l’Amministrazione Biden, la risposta di Bannon è immediata. «Non c’è possibilità di dialogo. Lottiamo per la nostra repubblica, non cerchiamo compromessi, ma la vittoria».

David Brooks conclude chiedendo a Bannon come si immagina le prossime settimane ora che andrà in prigione. «La storia è un processo. Il movimento Maga è grande, siamo tanti e garantiremo la rielezione di Trump e la rivoluzione, con la nascita di una nuova America dove siano i cittadini americani a venire prima».

Bannon ha trasmesso l’ultimo episodio di “War Room” proprio dal penitenziario di Danbury dove sconterà i prossimi cinque mesi. Nel salutare i suoi ascoltatori, ha definito il suo un sacrificio da «guerrigliero» che lotta per la libertà del suo popolo o, meglio, per la non libertà di chi quel popolo non vuole.

 

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