The indispensable nationPerché l’isolazionismo non è la strategia utile agli Stati Uniti

In un sistema internazionale in cui l’ordine liberale è minacciato dal revisionismo di Cina e Russia, preoccupa la tendenza all’introversione di Washington. L’ex segretaria di Stato Condoleezza Rice mette in evidenza l’urgenza di riaffermare al più presto l’impegno americano nella difesa del mondo libero

Unsplash

Il discorso di Kamala Harris che ha chiuso la convention di Chicago è stato un inno alla libertà e all’America, che «con queste elezioni ha una preziosa, fugace opportunità di superare l’amarezza, il cinismo e le battaglie divisive del passato». La candidata Dem ha infatti detto agli americani che la Nazione non può permettersi di tornare indietro e abbandonarsi alle tendenze isolazioniste dei trumpiani che vogliono un’America divisa dal mondo. La stessa consapevolezza dei rischi di un isolamento americano è condivisa da Condoleezza Rice, ex Segretaria di Stato degli Stati Uniti. Il suo articolo su Foreign Affairs mostra come l’era attuale sia minacciata da un ritorno in voga del protezionismo e dell’isolazionismo che hanno caratterizzato l’epoca tra le due guerre mondiali e come ad allarmare sia soprattutto la tendenza all’introversione manifestata dagli Stati Uniti, il cui ruolo attivo nella difesa del «mondo libero» non convince più. 

Il panorama geopolitico attuale vede le grandi potenze esposte al pericolo di uno scontro militare diretto, con le revisioniste Cina e Russia che puntano a rovesciare il sistema liberale stabilito dopo la Seconda guerra mondiale per assicurare la stabilità politica ed economica sotto la guida degli Stati Uniti. Rice spiega che, con le sue rivendicazioni territoriali, la Cina sta sfidando gli alleati statunitensi, dal Giappone alle Filippine, così come l’India e il Vietnam, e soprattutto ha nel mirino Taiwan, dove le attività militari piuttosto aggressive degli ultimi anni hanno rischiato di rompere il relativo equilibrio che gli Stati Uniti cercano di preservare dal 1979.

Un’invasione cinese di Taiwan richiederebbe una risposta da parte degli Stati Uniti, la cui natura però non è certa. «Pechino – scrive Rice – potrebbe minacciare Taiwan in altri modi. Potrebbe bloccare l’isola, come le forze cinesi hanno simulato nelle esercitazioni. Oppure potrebbe prendere il controllo di piccole isole taiwanesi disabitate, tagliare cavi sottomarini o lanciare attacchi informatici su larga scala. Queste strategie potrebbero risultare più intelligenti di un assalto rischioso a Taiwan e renderebbero più complessa una risposta da parte degli Stati Uniti». 

Inoltre, nella corsa alla modernizzazione militare la Cina sta andando estremamente veloce, tanto che il Paese ora dispone della marina più grande al mondo e continua ad aumentare il suo arsenale nucleare. Con un’accurata ricostruzione storica Rice spiega che, inizialmente, lo sviluppo della Cina sembrava avere effetti positivi anche sulla crescita economica internazionale. Per decenni i vantaggi hanno superato gli svantaggi: il Paese era un mercato fiorente, un posto conveniente in cui investire e con una manodopera a basso costo.

Con l’adesione di Pechino all’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001, il volume degli scambi con gli Stati Uniti è aumentato di circa cinque volte rispetto al decennio precedente. «Sembrava inevitabile che la Cina sarebbe cambiata internamente, poiché la liberalizzazione economica e il controllo politico erano di fatto incompatibili». Xi Jinping ha infatti scelto la via del controllo politico, determinando un cambio di rotta degli Stati Uniti, con un «disaccoppiamento tecnologico e un labirinto di restrizioni che ostacola gli investimenti in uscita e in entrata». Tuttavia, la partecipazione della Cina nel sistema internazionale continua ad avere un ruolo importante per la stabilità globale, che impone a Washington e Pechino di «trovare una nuova base per una relazione praticabile». 

C’è poi la questione Russia. Se nel 2012 il presidente Barack Obama sosteneva che la Russia non fosse più una minaccia geopolitica, con l’annessione della Crimea nel 2014 e l’invasione dell’Ucraina nel 2022, Vladimir Putin ha mandato un chiaro segnale per far sapere a Washington che la realtà è diversa. Certo, Putin non si aspettava che l’invasione, che sarebbe dovuta durare tre giorni, sarebbe andata avanti a oltranza, e neanche che questo avrebbe determinato un allineamento tra Europa, Stati Uniti e buona parte del resto del mondo, portando a sanzioni e di fatto isolando il suo Stato. Così Putin ha annullato praticamente trent’anni di integrazione russa nell’economia internazionale. Nonostante i danni a lungo termine che questo provocherà, Rice scrive che «Putin non può perdere questa guerra ed è disposto a sacrificare qualsiasi cosa per scongiurare il disastro. Come dimostra l’esperienza della Germania nel periodo tra le due guerre, una potenza isolata, militarizzata e in declino è estremamente pericolosa». 

Lo scenario mondiale è ulteriormente complicato dalla crescente cooperazione tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord, uniti dall’obiettivo di distruggere la leadership statunitense nel sistema internazionale. Tuttavia, Rice fa notare che non tutti i loro interessi strategici sono compatibili. Pechino non vuole che Putin perda, ma «probabilmente non è neanche entusiasta del suo avventurismo a favore di un nuovo impero russo, soprattutto se questo mette la Cina nel mirino delle sanzioni». Allo stesso modo, l’allargamento del potere della Cina in Asia e oltre non è necessariamente una buona notizia per Mosca.

Le ambizioni di Pechino complicano infatti il rapporto della Russia con l’India, storico alleato militare, che ora si sta rivolgendo sempre più verso gli Stati Uniti. Inoltre, sia la Russia che la Cina temono l’Iran, che va verso lo sviluppo di un’arma nucleare in un Medio oriente ogni giorno più instabile. E soprattutto «nessuna delle tre potenze si fida davvero del leader della Corea del Nord Kim Jong Un». Ma nonostante le differenze, i possibili danni sono allarmanti e non è detto che le potenze revisioniste non riescano nel rovesciamento dello status quo. 

In un sistema internazionale in cui l’ordine liberale vacilla, ci si chiede quindi quale sia la posizione degli Stati Uniti. Condoleezza Rice scrive che gli Stati Uniti sono stati in gran parte assenti dai negoziati commerciali per quasi un decennio e che «è difficile ricordare l’ultima volta in cui un politico americano ha difeso con passione il libero scambio». La globalizzazione e l’integrazione economica, che dopo il crollo dell’Unione Sovietica sembravano essere un obiettivo comune per la stabilità e la crescita internazionale, oggi hanno perso slancio e non sono più viste come una forza positiva, complici anche i divieti di esportazione e i viaggi imposti durante la pandemia.

Gli accordi globali e le istituzioni internazionali vengono visti con maggiore ostilità e la politica estera è basata soprattutto sulla promozione dei propri interessi nazionali. «Tuttavia, si spera che l’umanità abbia imparato dalle disastrose conseguenze del protezionismo e dell’isolazionismo alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo». Secondo l’ex segretaria di Stato, quindi, l’obiettivo dovrebbe essere la difesa del sistema liberale, e soprattutto il ritorno a un ruolo cruciale degli Stati Uniti. 

Washington dovrebbe investire le proprie risorse per impedire a Cina, Russia e Iran di raggiungere i loro obiettivi. Dal punto di vista economico, dovrebbe continuare a isolare la Russia, anche con lo scopo di fermare il sostegno crescente di Pechino. Tuttavia, dovrebbe anche cercare di mantenere un legame con il popolo russo, specialmente con i giovani che Putin cerca ormai di indottrinare al servizio della Madre patria «in modi che ricordano la Gioventù Hitleriana». «Ai russi – afferma Rice – dovrebbe essere permesso, quando possibile, di studiare e lavorare all’estero. Si dovrebbero fare sforzi per penetrare la propaganda di Putin, specialmente nelle città in cui non è amato. E l’opposizione russa non può essere abbandonata». 

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non dovrebbero imporre sanzioni pesanti alla Cina, che sarebbero controproducenti per la stessa economia statunitense, ma limitarsi a cercare di rallentare il progresso militare e tecnologico di Pechino. Anche in questo caso, sarebbe utile mantenere un canale aperto con la popolazione cinese, accogliendo i giovani negli Stati Uniti per studiare per contrastare il regime che li scoraggia dall’interagire con gli americani. 

A proposito dell’Iran, Rice è più dura e dice che «Washington non dovrebbe mai più sbloccare i fondi iraniani, come ha fatto l’amministrazione Biden nell’accordo per liberare cinque prigionieri americani. Gli sforzi per trovare moderati tra i teocrati iraniani sono destinati al fallimento e servono solo a permettere ai mullah di sfuggire alle contraddizioni del loro regime impopolare, aggressivo e incompetente». 

Da parte degli Stati Uniti serve un grosso impegno nello sviluppo di migliori strategie che garantiscano un’efficace capacità di difesa e di adattamento alle minacce in evoluzione, soprattutto in considerazione delle debolezze che la guerra in Ucraina ha rivelato. Nello specifico, «gli Stati Uniti e le altre democrazie devono vincere la corsa agli armamenti tecnologici, poiché in futuro le tecnologie trasformative saranno la più importante fonte di potere nazionale».

Inoltre, Washington dovrebbe anche sviluppare delle politiche per gli Stati del Sud del mondo non ancora schierati, dimostrando un vero interesse verso i temi per loro importanti, ovvero sviluppo economico, sicurezza e cambiamento climatico, diventando così una vera alternativa alla Nuova via della seta, il programma globale di infrastrutture con cui la Cina «conquista cuori e menti, ma che in realtà non sta conquistando nulla». 

Per quanto gli Stati Uniti non siano più il paese dell’ottimismo sconfinato del post-seconda guerra mondiale e gli americani abbiano molta meno fiducia nelle proprie istituzioni, secondo Rice rimangono comunque l’unico Paese in grado di contrastare l’avanzamento delle forze populiste e isolazioniste e di «resistere alla tentazione di tornare al passato». 

Per generare il sostegno a una politica estera internazionalista, per l’ex segretaria di Stato è utile immaginare uno scenario senza un ruolo attivo degli Stati Uniti: «In un mondo del genere, un Putin e un Xi rafforzati, avendo sconfitto l’Ucraina, passerebbero alla loro prossima conquista. L’Iran celebrerebbe il ritiro degli Stati Uniti dal Medio Oriente e sosterrebbe il suo regime illegittimo tramite conquiste esterne attraverso i suoi proxy. Hamas e Hezbollah lancerebbero altre guerre, e le speranze che gli stati arabi del Golfo normalizzino le relazioni con Israele verrebbero infrante». Tutto questo si tradurrebbe in un indebolimento generale dell’economia internazionale e in una maggiore esposizione dell’America ai conflitti.

Gli Stati Uniti, quindi, devono trovare il modo di convincere la comunità internazionale, e forse prima ancora la Nazione stessa, che il mondo ha ancora bisogno di loro. Che la loro guida può ancora funzionare e che l’alleanza degli stati democratici può preservare l’ordine liberale e dare ancora forma al futuro. Anche perché l’unico modello alternativo sembra essere la fine della democrazia.

X