Ars politicaSchlein deve emulare la risolutezza di Meloni per gestire meglio il suo campo largo

La presidente del Consiglio ha fatto approvare la manovra di bilancio con fermezza, ponendo limiti chiari agli alleati Salvini e Tajani. La segretaria del Pd invece insegue e rattoppa, lenisce e sfuma, dà ragione a tutti e torto a nessuno

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Sarà anche stata «brutale», come scrive Repubblica, però c’è da dire che in questa brutalità sta a volte la forza di una leadership. E dunque, sì, nella estenuante trattativa sulla manovra di bilancio – una manovra che non passerà alla storia, da governicchio, zero respiro e tanti specchietti per le allodole – Giorgia Meloni ha fornito una buona prova di leadership. 

Certo, aveva a che fare con Matteo Salvini e Antonio Tajani, non esattamente due giganti del pensiero in grado di fare valere le proprie visioni del mondo, e tuttavia al dunque la presidente del Consiglio ha detto chiaro e tondo: «Questo è il massimo che si può fare», arrivederci e grazie. Al che i due junior partner hanno raccolto le loro cartuccelle e sono andati a dormire: niente incremento del tetto della flat tax per le partita Iva, niente aumenti delle pensioni minime, niente di niente per leghisti e forzisti. Così si fa. 

Meloni d’altra parte ha due elementi che giocano a suo favore. Il primo è quel caratterino che pubblicamente non è lontano dalla definizione coniata da Elly Schlein – «bulla» e aggiungeremmo poco educata (alzarsi e andarsene mentre parla un certo senatore, tra l’altro ex presidente del Consiglio, non è un comportamento da statisti) – ma che nei momenti cruciali si rivela determinante; e soprattutto il secondo elemento, quello dato dal fatto che lei ha quasi il doppio dei voti di Salvini e Tajani messi insieme, sicché alla fine della fiera la presidente del Consiglio può sempre dire: o così o vi porto alle elezioni e vi distruggo. Fine dei giochi. 

Non è nemmeno tanto difficile, a pensarci bene. La Democrazia cristiana, che aveva un gusto persino estetico della mediazione, giocava a tirarla in lungo estenuando gli alleati e le controparti disponendo di una sapienza antica e talvolta malandrina dell’ars politica, e tuttavia anch’essa, esaurite le scorte del compromesso, alzava la voce e imponeva una soluzione. Così si fa. 

Esattamente ciò che manca dall’altra parte, a sinistra. Dove servirebbe una leadership alla Meloni, ovviamente più composta, riflessiva e preparata. Schlein, almeno finora, quella forza non l’ha dimostrata. Nelle situazioni complicate, nei momenti cruciali, il/la leader deve infatti essere in grado di dire: questo è, signori miei, punto e basta. Invece lei insegue e rattoppa, lenisce e sfuma, bacia e abbraccia, dà ragione a tutti o comunque non dà torto a nessuno, così che ognuno pensa di aver vinto, una volta Matteo Renzi credutosi accettato nella “coalizione”, una volta Giuseppe Conte sul veto a Renzi in Liguria. 

E in questo modo il campo largo si slabbra, perde consistenza, non si capisce cos’è, né chi decide. Servirebbe che la leader del partito più forte facesse pesare i suoi voti e la sua personalità, come Giorgia. Così si fa.

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