Accade quotidianamente, almeno negli ultimi anni, in cui la comunicazione ha progressivamente acquisito un ruolo sempre maggiore, che, in tutti i luoghi del “dibattito pubblico”, si levi una critica alla politica e alle classi dirigenti, accusate di non capire, non ascoltare, non prevedere, soprattutto sui temi ambientali. Le ultime Cop, tanto per citare un esempio, sono state precedute, accompagnate e seguite da commenti di tal fatta. La Ccus (Carbon Capture, Utilization, and Storage) sembra essere l’eccezione che, forse, conferma la regola: grande attenzione della politica, progetti in essere che godono di un certo consenso nelle comunità economiche, istituti che ci lavorano sopra da anni a fronte di scarsa attenzione dell’opinione pubblica e rare polemiche “social”. Vale la pena di scoprire perché.
L’impegno politico in Europa e Stati Uniti
Cominciamo col dire che in ambito politico, nel senso più alto del termine, ci sono certamente forte consenso e attenzione alle tecniche Ccs. Prendiamo l’ultimo G7: lo scorso 7 maggio un comunicato comune ricordava l’impegno dei sette Paesi più industrializzati del mondo: “G7 countries reaffirm Net-zero Ambition, Acceleration of carbon Management”. Non semplicemente un titolo per un comunicato stampa: si riafferma l’impegno per otto misure votate nella Cop 28, e si cita espressamente l’impegno per accelerare la cattura di CO2, la sua rimozione, uso e stoccaggio con tecnologie innovative e finanziate pubblicamente. Insomma, un impegno chiaro e trasparente dei decisori politici.
Ed è davvero così? Cominciamo a vederlo dagli Stati Uniti. Dove Biden (con il consenso bipartisan del Congresso, che di questi tempi non è poco…) ha già rifinanziato una misura generale di innovazione (stimolo per tutti i settori industriali) che prevede per il Dipartimento Nazionale dell’Energia, dell’Energia Fossile e del Carbon Management vari miliardi di dollari, di cui ben dieci solo per gli investimenti in cattura e stoccaggio della CO2.
E in Europa? In Europa esiste una Direttiva del 2009 che ha dato il quadro generale di regolazione, poi aggiornato con sempre più attenzione, a seguito di una Comunicazione adottata nel 2021 e una proposta di quadro rinnovata a novembre 2022 fino alla recente adozione della Comunicazione più aggiornata dello scorso 6 febbraio 2024. Ovviamente dal 2009, momento di avanguardia, a oggi, siamo entrati dentro il grande impegno generale del “Green Deal” con oltre dodici Cop alle spalle dove l’Europa ha giocato un ruolo di punta e di mediazione politica e culturale. In questo settore poi l’Ue ha non solo raggiunto la considerevole cifra di ben 26 progetti industriali finanziati a febbraio 2024 con oltre tre miliardi di euro, ma inserito progetti specifici e innovativi nel suo programma scientifico Horizon (Cluster 4 e 5) e indicato agli stati membri come procedere con finanziamenti considerabili “aiuti di stato ammissibili” per via del valore innegabile di innovazione nell’Agenda Verde dell’Unione.
Azioni positive dietro a cui c’è anche un background di pensiero comune che deriva dalla creazione di un Forum, con assemblea annuale, a cui partecipano dal 2021 le istituzioni europee e quelle nazionali dei ventisette Paesi Ue, paesi terzi, Organizzazioni non governative, dirigenti d’azienda e leader economici e accademici.
Ora, intanto, diamo per scontato che ne valga la pena. Come ha spiegato recentemente il prof. Romano di sistemi energia/ambiente del Politecnico di Milano se anche in termini relativi il ruolo della Ccs nella decarbonizzazione fosse “solamente” dell’otto per cento, in termini assoluti questo corrisponderebbe a una capacità di cattura e stoccaggio di circa sei miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. L’obiettivo Ue è arrivare ad aumentare la cattura fino a una crescita annuale progressiva di un miliardo di tonnellate tra 2030 e 2050. Ipotizzando che per allora saranno tra quaranta e sessanta miliardi le tonnellate di CO2 prodotte nel mondo (oggi siamo quasi a trentasette). Questo per avere una dimensione dell’impegno e della sua rilevanza.
La scarsa attenzione di media e pubblico
Se è così, perché se ne parla poco? Oltretutto la strategia Ccs ha certamente bisogno di strutture che necessitano visioni almeno nazionali e investimenti a livello statale, quindi non passa certo inosservata, anche se dal 2011 le ricerche di Eurobarometro l’hanno bellamente ignorata. La risposta del dossier è molto semplice: pur con forti differenze tra i paesi del Nord Europa, quelli dell’Europa centro-meridionale (Francia, Italia, Spagna), e quelli dell’Est Europa, sembra che ai media interessi poco spiegare che grandi e attente industrie fanno sforzi di innovazione tecnologica per catturare le emissioni di CO2; e così i cittadini lo considerano una sorta di “atto dovuto”, inerente alle attività industriali già in essere.
Insomma, si sommano la poca capacità di “vendere” il nuovo strumento tecnologico da parte delle aziende, il poco interesse dei media che non riescono a trovare “colpevoli ambientali” da esporre, e infine il poco interesse dai cittadini che non troverebbero “capri espiatori” e nemmeno il consueto Stato nazionale da biasimare. Incredibile, vero? Anche se rispecchia alcune delle leggi fondamentali dell’informazione: qui non c’è un uomo che morde il cane!
Ovvio che questa analisi non può bastare. Soprattutto in prospettiva futura. E soprattutto quando si tratta di ragionare su settori industriali che vengono classificati “hard to abate”, ovvero difficili da portare a emissioni ridotte. Quindi, sul versante della comunicazione si dovrà investire di più in futuro: si pensi alla crescita di presenza sul territorio di impianti che possono avere una dimensione importante per la comunità locale (in senso positivo e negativo) oppure al ruolo reputazionale che l’impegno per la cattura di anidride carbonica potrebbe svolgere per le aziende.
È una strategia complessiva da mettere in campo e che riguarda la filiera completa. E di certo una strategia virtuosa ha bisogno anche di una narrazione virtuosa. Su questo i giapponesi con la loro estrema e puntigliosa attenzione ai particolari fanno da guida. Addirittura, il Tomakomai Ccs Demonstration Project è giunto a confezionare informazioni in formato di fumetti, per contribuire a spiegare come la Ccs produce effetti di mitigazione del clima. Non sappiamo il successo dell’esperimento fumettistico, ma certamente non si può dire che non le abbiano tentate tutte per costruire maggiore trasparenza e consenso e svelare il “misteronon mistero” della Ccs.