Qualche giorno fa è uscita un’indagine di The Fork. Si parlava di San Valentino e di ristoranti fine dining. Riportiamo le esatte parole: «Al di fuori di San Valentino è interessante notare che lungo tutto l’anno quella del partner è la compagnia più diffusa, ma se si esula dal giorno degli innamorati sta timidamente emergendo a livello globale una nuova tendenza: il solo dining. Sempre più persone scelgono di cenare da sole al ristorante, vivendo il cibo non solo come un’esperienza conviviale, ma anche come un gesto d’amore verso sé stesse. I clienti che optano per questa modalità rappresentano il 4,6 per cento del totale sulla piattaforma e prenotano in media oltre cinque volte l’anno». Sempre più persone scelgono di cenare da sole al ristorante: è buffo come in questa frase sia condensata una delle contraddizioni più grandi, se si pensa al mondo del cibo. Siamo in Italia, e questo ci ha sempre in qualche modo costretti a vivere il momento del pasto come un qualcosa legato alla convivialità, allo stare insieme. La narrazione stessa del cibo arriva da lì. Pensate alle tante interviste che leggete fatte agli chef: da cosa arriva quell’idea di cucina, perché quel piatto? Arriva dalla famiglia, dai ricordi delle domeniche a casa della nonna, dai pranzi di Natale, da quel sapore che fa venire in mente subito una tavola piena di persone, dove non c’è spazio per la solitudine, per quel piatto cucinato, ma che invece trova un senso magari nella ricetta preparata con attenzione e cura, da consumare insieme a chi si ama.
Eppure, le indagini demografiche ci raccontano un’altra storia: le persone amano dedicarsi dei momenti a tavola da soli, privi di ogni compagnia umana con cui condividere un momento di piacere. Lo definiscono un gesto d’amore, al pari di un massaggio fatto al suono di una musica rilassante. Ecco, prendiamo ad esempio proprio il massaggio. Uno, nella vita, lo avremo fatto sicuramente tutti: avete provato a regalarvi un massaggio in una cabina doppia con la persona che amate? Se la risposta è positiva, allora il parallelismo lo capite molto bene. Non c’è nulla al mondo di bello che sia migliore vissuto da soli. E il cibo non può fare eccezione. Vero che questa cosa del mangiare da soli ormai è stata sdoganata. Non c’è più nulla di strano nel sedersi a una tavola in compagnia solo di sé stessi e gustarsi il sapore della cucina di quel nuovo chef o regalarsi il menu degustazione nella lista dei desideri da tanto tempo. E questo vale soprattutto per l’universo femminile, che finalmente è riuscito a ritagliarsi un’indipendenza di genere anche da questo punto di vista. Ma c’è un ma. E lo vogliamo raccontare secondo il punto di vista di chi i pranzi e le cene li fa, quasi sempre, in perfetta solitudine. Il mondo del giornalismo gastronomico, infatti, è spesso questo: una vita vissuta nei migliori luoghi del mondo del cibo e del vino, ma una vita quasi sempre in solitudine.
Per il lavoro che facciamo, è facile ritrovarsi a mangiare nei migliori ristoranti del Bel Paese, ma quelle esperienze tendenzialmente sono state vissute in perfetta solitudine. Tre, quattro ore con il meglio del meglio che la creatività e la tecnica culinaria italiana possano offrire: eppure manca sempre l’ingrediente fondamentale, la condivisione della felicità. La maggior parte delle persone pensa che basti il nome giusto, il ristorante giusto per vivere un’esperienza memorabile, e magari è anche corretto. Ma se l’atto del cucinare nasce da un gesto d’amore o, se per lo meno è quello che ci hanno raccontato fino a ora, come può esserlo consumare un pasto in perfetta solitudine? Può la felicità essere semplicemente un atto d’amore verso sé stessi? Lo può essere, certamente, nell’idea di individualità su cui abbiamo costruito il nostro essere contemporaneo, e a volte ci sta anche vivere dei momenti di pura estasi egoistica. Ma le ricerche evidenziano dei trend e se la tendenza è quella di immergersi nella cucina in modo singolo e solitario, allora forse si è perso il senso vero dello stare a tavola, si è perso dentro le cucine e si è perso nelle penne di chi quelle cucine le racconta.
