Il destino della biodiversità globale passa da Roma, dove martedì 25 febbraio sono cominciati i tempi supplementari del sedicesimo negoziato che riunisce i Paesi firmatari della Convention on biological diversity (Cbd). Si tratta di un vertice tanto tecnico quanto decisivo, incaricato di sciogliere i nodi della Cop16 di Cali, in Colombia, i cui lavori sono stati sospesi nella notte tra l’1 e il 2 novembre 2024.
Susana Muhamad, ministra dell’Ambiente (dimissionaria) colombiana e presidente della Cop16 sulla biodiversità, ha scelto di continuare le trattative nel quartier generale della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura, a pochi passi dal Circo Massimo. L’atmosfera è strana, sospesa. Nell’atrio principale c’è una piccola mostra temporanea sul ruolo dei Carabinieri nella protezione della biodiversità. Gli accreditati sono poco più di un migliaio e gli scatti sui portali delle agenzie fotografiche sono difficili da trovare. Non si tratta di una Cop convenzionale, ma di un negoziato lampo, denso, che punta in soli tre giorni – ma difficilmente si arriverà a un accordo entro i limiti prestabiliti – a mettere un cerotto alle ferite aperte più di tre mesi fa dall’altra parte dell’oceano.
A Cali, infatti, la Cop16 è stata congelata anche a causa del mancato raggiungimento della cifra (duecento miliardi l’anno entro il 2030) da stanziare nel Global biodiversity framework fund, nato a Montréal durante la Cop15 del 2022. Lo scopo del vertice romano è mettere nero su bianco le risorse necessarie per dare concretezza al Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montréal (Kmgbf), che nel 2022 ha stabilito la road map per proteggere – entro il 2030 – il trenta per cento delle aree terrestri e marine del nostro pianeta. «La convenzione di Kunming-Montréal sta alla biodiversità come l’accordo di Parigi sta al cambiamento climatico», si legge sul sito della Convention on biological diversity. Importanti anche i temi del monitoraggio della biodiversità e della riforma del meccanismo delle Cop.
Anche a Roma, come in Azerbaijan durante la Cop29 sul clima, è quasi tutta una questione di soldi. Bisogna capire quanti ne servono, quale sarà il ruolo delle aziende private, chi saranno i principali donatori e quale sarà il meccanismo finanziario più omogeneo e democratico. Dalla natura, stima il World economic forum, dipende quasi la metà del Pil globale: è questo il dato su cui insistere maggiormente per sdoganare il tema e proporlo a un sistema politico che ignora numeri inequivocabili. E strettamente correlati alla crisi del clima.
Ogni giorno scompaiono a livello globale circa cinquanta specie viventi: un tasso da cento a mille volte più elevato rispetto a quello naturale. Stando a un’analisi condotta in sedici Paesi, dall’Indonesia al Sudamerica, il venticinque per cento delle seicentoventicinque specie di primati conosciute oggi è a rischio estinzione a causa degli eventi meteo estremi, del commercio illegale, della distruzione degli habitat e della caccia non regolamentata.
L’Italia, secondo il National biodiversity future center (Nbfc), è il Paese europeo con la maggior concentrazione di specie e di habitat, ma alla Cop16.2 non è in programma la partecipazione di nessun ministro, viceministro o sottosegretario dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Il governo, di fatto, ha intenzione di saltare un appuntamento internazionale a meno di tre chilometri da Palazzo Chigi. «La delegazione italiana si compone di una qualificata rappresentanza della direzione generale per la Tutela della Biodiversità e del Mare del Mase, di Ispra e Aics, impegnati in tutte le attività del negoziato di Roma», sottolinea un comunicato del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica. Manca, però, una rappresentanza politica di alto livello.
Il protagonista della giornata inaugurale della Cop16.2 è stato il Cali Fund «per la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle informazioni di sequenza digitale (Dsi – Digital sequence information) sulle risorse genetiche». In pratica, gli enti (anche privati, come le aziende farmaceutiche) che guadagnano grazie alle informazioni digitali ottenute dalle sequenze genetiche di piante o animali, sono tenuti a destinare una parte dei loro ricavi al Cali Fund.
Questo fondo – definito un «game changer» a livello finanziario – servirà a sostenere attività di conservazione della biodiversità. Per Elizabeth Mrema, deputy executive director del programma delle Nazioni unite per l’Ambiente (Unep), «è l’unica iniziativa che spingerà il settore privato a unirsi in questo sforzo». Un aspetto positivo è che il cinquanta per cento delle risorse del Cali Fund sarà destinato alle comunità indigene. Il meccanismo di partecipazione al Cali Fund è però su base volontaria. E, per ora, nessuna azienda si è fatta avanti.
Secondo An Lambrechts, a capo della delegazione di Greenpeace alla Cop16, «chi trae profitto dalle informazioni genetiche della natura deve assumersi impegni concreti nei confronti del Cali Fund. Le azioni intraprese questa settimana determineranno l’efficacia delle misure di protezione della natura per il prossimo decennio e oltre. Il Cali Fund è un primo passo, ma dimostra che il mondo ha iniziato a superare l’era in cui le grandi aziende realizzavano enormi profitti sulle spalle della natura e delle persone».
Più critica, invece, la posizione dei movimenti contadini rappresentati dall’International planning committee for food sovereignty (Ipc): «Con il Cali Fund, sostanzialmente, si abolisce il principio del consenso libero e informato della Convention on biological diversity (Cbd), secondo cui l’accesso alle risorse genetiche è subordinato a una sorta di via libera da parte delle comunità locali o delle popolazioni indigene. Ora che le Dsi si trovano liberamente accessibili su internet, è stato implementato un fondo volontario dove chi fa uso commerciale di queste risorse genetiche potrà versare una quota».
Secondo l’Ipc, la soluzione giusta «sarebbe la creazione di una tracciabilità tra le risorse fisiche e le risorse digitali. I contadini vogliono che i loro diritti sovrani sulle risorse genetiche siano sempre rispettati, e che nessuno possa prelevarle gratuitamente – in forma digitale o materiale – e brevettarle, rendendole inutilizzabili dalle popolazioni che quel prodotto in realtà l’hanno realizzato originariamente».