Sinergie climatiche La proposta di unire le tre Cop per ridare smalto alla diplomazia verde

L’idea arriva da Alain-Richard Donwahi, presidente della Convenzione delle Nazioni unite per la lotta alla desertificazione, che abbiamo intervistato al suo rientro dai negoziati (agrodolci) di Riyad

LaPresse

Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (ci si iscrive qui) – Una Conferenza delle Parti (Cop) unificata in grado di abbracciare i tre temi fondanti della diplomazia “verde”: cambiamento climatico, biodiversità e desertificazione. L’idea di Alain-Richard Donwahi, presidente della Convenzione delle Nazioni unite per la lotta alla desertificazione (Unccd), appare allineata ai tempi che corrono. 

Il 2024 è stato infatti uno degli anni più complessi di sempre per le Cop, ossia gli eventi in cui i rappresentanti dei Paesi firmatari delle convenzioni Onu si incontrano, negoziano, litigano, si abbracciano per arrivare – nel migliore dei casi – ad alzare l’asticella delle politiche ambientali e climatiche globali. L’accordo di Parigi sui +1,5°C, giusto per rinfrescarvi la memoria, è nato al termine di una Cop, più precisamente la Cop21 del 2015. L’importanza di questi appuntamenti è tutta qui, ma non sempre riesce a intercettare le masse.

La prima Cop del 2024, dedicata alla biodiversità, si è chiusa con il mancato raggiungimento della somma proposta dall’Onu all’inizio del vertice. La seconda, la Cop29 sul clima (quella più seguita a livello mediatico), passerà alla storia per la debole intesa sulla finanza climatica: trecento miliardi l’anno entro il 2035 al posto dei milletrecento miliardi richiesti dai Paesi più poveri. La terza, la Cop16 sulla desertificazione terminata il 14 dicembre, non ha adottato un protocollo vincolante per contrastare la siccità, un problema che riguarda ormai anche gli angoli più ricchi della Terra. 

Due dei tre eventi (clima e desertificazione) sono stati organizzati all’interno dei cosiddetti “petrostati”, rispettivamente in Azerbaijan (Baku) e in Arabia Saudita (Riyad), e la presenza dei delegati dell’industria fossile è sempre stata massiccia, soprattutto durante la Cop29: le aziende dell’oil & gas hanno fatto accreditare 1.773 persone, più dei membri delle delegazioni dei dieci Paesi “climaticamente” più vulnerabili messi insieme. Non va tutto benissimo, insomma. Una riforma del processo delle Cop è necessaria per ridare smalto e credibilità agli appuntamenti climatici in cui si scrive la storia, ma la maggior parte della popolazione globale non lo sa. E secondo Alain-Richard Donwahi, che ho intervistato al suo rientro dalla Cop16 sulla desertificazione di Riyad, unire le conferenze su biodiversità, clima e desertificazione potrebbe essere la soluzione.

Alain-Richard Donwahi

«L’idea mi è venuta durante il periodo di presidenza della Cop15 del 2022 sulla desertificazione, organizzata ad Abidjan, in Costa d’Avorio. Purtroppo, è una Cop molto meno conosciuta rispetto alle altre due. Durante i lavori ho notato che i soggetti coinvolti trattano spesso i temi della biodiversità e del cambiamento climatico. Sono argomenti interconnessi, che si influenzano a vicenda», racconta Donwahi, che dal 2017 al 2022 è stato il ministro delle Acque e delle Foreste della Costa d’Avorio. 

L’esempio citato dal politico è stato quello della Grande muraglia verde, un progetto – già avviato – di rigenerazione del suolo e piantumazione di alberi lungo una “striscia” di ottomila chilometri che, dal Senegal a Gibuti, attraversa decine di Paesi del Sahel e copre oltre settecentottanta milioni di ettari di terreno: «L’iniziativa è nata durante una Cop sulla desertificazione ed è in grado di impattare sia sul clima, sia sulla biodiversità globale. Ecco perché i soggetti coinvolti nelle tre Cop dovrebbero unire le forze e parlare assieme in un’unica sede».

La diplomazia green non è in crisi, sostiene il presidente della Convenzione Onu contro la desertificazione, ma ha bisogno di crescere a livello di comunicazione, internamente ed esternamente. «Quando parlo di “Cop unificata” non intendo necessariamente che debba esserci un solo vertice. Il mio è il richiamo a un dialogo sinergico che coinvolga congiuntamente i tre soggetti delle Conferenze delle Parti», dice Alain-Richard Donwahi. 

Le Cop non andrebbero concepite come singoli eventi con un inizio e una fine, perché sono il risultato di mesi e anni di trattative sfibranti che avvengono dietro le quinte. I negoziatori continuano a lavorare, a cercare compromessi, a incontrare lobbisti e a viaggiare in tutti i continenti. «Le Cop permettono a persone di diverse realtà di entrare in contatto, per poi raggiungere accordi sulla base di lavori e incontri che si sviluppano nel tempo, fuori dalle mura dei posti dove vengono organizzati i vertici», aggiunge il politico della Costa d’Avorio.

La Cop sul clima è annuale, mentre quelle sulla biodiversità e sulla desertificazione avvengono su scala biennale: «Negli anni intermedi avvengono pochi progressi su questi due temi (biodiversità e desertificazione, ndr). Secondo me, la “Cop unificata” dovrebbe avere una formula da sviluppare nell’arco di quattro anni: le tre Cop dovrebbero tenersi – contemporaneamente e separatamente – nei primi tre anni, mentre nel quarto anno tutti i soggetti dovrebbero riunirsi in un unico vertice. Sarebbe più efficiente», propone Donwahi. 

Parallelamente, continua, «serve una strategia integrata per sviluppare una migliore comunicazione tra le singole Cop. Certi temi, come sappiamo, vengono trattati dai media solo durante le singole conferenze, e poi c’è un vuoto. Al contrario, serve un flusso continuo che farebbe bene a tutti: cittadini comuni, aziende private, governi, associazioni». Sempre in termini di comunicazione, ma non solo, l’ex ministro della Costa d’Avorio vorrebbe trasformare la «Conferenza delle Parti in una Conferenza delle Persone», nella speranza di dare più centralità ai cittadini comuni. 

Alain-Richard Donwahi ha le idee molto chiare sulle strategie per riposizionare le Conferenze delle Parti. Una cosa da non fare, sostiene, è smettere di organizzare le Cop nei Paesi con un’economia concentrata sull’estrazione e l’esportazione dei combustibili fossili: «Le Cop nei “petrostati” sono una buona cosa, perché sono loro quelli che possono e devono fare di più. L’Arabia Saudita (sede della Cop16 sulla desertificazione, ndr) è un buon esempio di Nazione colpita da desertificazione, tempeste di sabbia, siccità e scarsità d’acqua: sono tra i migliori studenti al mondo in materia, e possono mostrarci la via da percorrere». 

Il problema, come nel caso dell’Azerbaijan durante la Cop29, è l’ingerenza dei governi autoritari locali, che fanno di tutto per sgonfiare l’ambizione dei negoziati e rallentare l’uscita dalle fonti fossili: la transizione verde, di fatto, va contro i loro interessi immediati. È sempre successo e, a quanto pare, continuerà a succedere. 

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