La fallaLa Russia costruisce ancora le sue armi con componenti occidentali

Il regime di Mosca continua a usare parti elettroniche provenienti dalle democrazie industriali più avanzate, nonostante le sanzioni. Un’analisi di Foreign Policy ricostruisce il fenomeno spiega come lo si può limitare con nuovi controlli internazionali

AP/Lapresse

Le democrazie occidentali continuano indirettamente a provvedere al fabbisogno di materiale tecnologico per l’industria bellica russa. Se dall’inizio della guerra contro l’Ucraina, Mosca ha ricevuto aiuto dai suoi alleati – Cina, Corea del Nord e Iran – diverse fonti occidentali fanno sapere  che le armi impiegate in questi mesi sono piene di componenti elettronici occidentali di nuova produzione. Questo fenomeno non solo sta alimentando il conflitto in Ucraina, ma rivela anche le falle nel sistema internazionale di controllo delle esportazioni, che consente di aggirare le sanzioni e permette alla Russia di rifornirsi e continuare la sua guerra. «La pax tecnologica è finita», scrivono Olena Tregub e Marc R. DeVore su Foreign Policy, parlando della caduta del meccanismo di deterrenza garantito dal vantaggio tecnologico occidentale.

Nel 2007, il politologo Stephen G. Brooks sosteneva che il controllo delle democrazie sulle tecnologie avanzate avrebbe reso inutili le guerre di conquista data la dipendenza da componenti elettronici importati per le loro armi: «Escludere una potenza dalla catena di approvvigionamento globale l’avrebbe costretta a ridurre le ambizioni militari o a subire una sconfitta». Ma il metro di paragone era ancora la Guerra Fredda, quando i progressi tecnologici occidentali erano di fatto inaccessibili all’Unione sovietica. E dato che non poteva importare componenti elettronici all’avanguardia, «le sue armi rimasero tecnologicamente indietro», scriveva Brooks. Negli ultimi tre anni però sembra che questo assunto si sia sbriciolato, smentito sotto i colpi dell’artiglieria russa che colpisce il territorio ucraino.

I dati russi evidenziano una forte dipendenza dalle componenti elettroniche per la difesa, «tra l’ottanta e l’ottantacinque per cento prima dell’annessione della Crimea», motivo per cui le sanzioni occidentali elettroniche avrebbero indebolito pesantemente le industrie di Mosca. Tuttavia, in passato, si era già pensato che la Russia potesse sostituirle con componenti cinesi o di altra provenienza (comunque sempre da Paesi illiberali). Ma questa è solo una parte del discorso. Perché le componenti che arrivano in mano russa provengono anche dai Paesi occidentali.

Le informazioni sono fornite dall’Institute for science and international security e dalla Commissione indipendente anticorruzione ucraina (Nako) e dimostrano come le parti sotto osservazione finiscano in missili e dron,i che rappresentano «la stragrande maggioranza degli attacchi alle città ucraine e alle infrastrutture critiche». Peraltro, il maggior fornitore, inteso come Paese di origine delle componenti, sarebbero gli Stati Uniti, da cui proviene circa il sessantaquattro per cento delle parti valutate dalla Nako. Un’indagine di Conflict armament research ha invece evidenziato come il settantacinque per cento dei componenti di un missile nordcoreano usato contro l’Ucraina provenisse da società statunitensi.

È sorprendente anche la (relativamente) scarsa presenza di parti provenienti dalla Cina: «I progettisti di missili russi, iraniani e nordcoreani – si legge ancora su Foreign Policy – hanno scelto elettronica superiore prodotta negli Stati Uniti, in Europa, Giappone o Taiwan», che sarebbe classificata come «a doppio uso» in base all’Accordo di Wassenaar, il meccanismo che andava a sostituire il CoCom nel 1996. Come evidenziato da Tregub e DeVore nella loro analisi, «la Svizzera è il secondo fornitore più comune di componenti per armamenti», una posizione dovuta proprio alla presenza di questi dispositivi, in particolare quelli prodotti dalla compagnia «u-blox, specializzata nella produzione di sistemi di navigazione satellitare».

Questi dati evidenziano una falla nelle sanzioni occidentali. Indebolite peraltro anche dalla mancanza di penalità per le aziende che eludono gli accordi attraverso la scusa del doppio uso. E a peggiorare la situazione c’è l’impunità per certe aziende occidentali che aggirano le restrizioni. Ad esempio, il governo britannico non ha imposto né multe né sanzioni a nessuna azienda o individuo per elusione delle sanzioni contro la Russia per due anni e mezzo, dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022, ricorda Foreign Policy. La prima multa è arrivata solo nel settembre 2024: appena quindicimila sterline.

È quindi fondamentale creare una struttura controlli più robusto e coordinato per fermare l’espansionismo tecnologico delle potenze autoritarie, a partire dalla Russia per arrivare anche a Iran, Cina e Corea del Nord, e dimostrare la volontà politica necessaria per fare in modo che i responsabili delle violazioni rispondano delle loro azioni.

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