Forca pubblicaLa fame è un crimine di guerra tranne quando la subiscono gli ostaggi israeliani

La comunità internazionale giudica illegittima ogni risposta dello Stato ebraico alle operazioni criminali di Hamas. E non a causa di possibili conseguenze sui civili, ma perché si pretende che quello Stato alimenti come si deve i nazisti di Gaza che affamano i prigionieri del sette ottobre

AP/Lapresse

Quando dichiarava che avrebbe tagliato ogni linea di rifornimento a Gaza, Yoav Gallant, al tempo ministro della Difesa di Israele, probabilmente non immaginava che quella frase sarebbe stata usata per impiccare lui e il suo Paese sulla forca dell’esecrazione e della giustizia internazionale. Dal ricorso sudafricano alla Corte Internazionale di Giustizia (dicembre 2023), e nonostante non vi sia stato un solo morto per fame a Gaza, quelle parole di Gallant sarebbero state citate senza sosta a riprova dell’intento genocidiario israeliano.

Una inconfessata motivazione spiega, insieme, quell’accanimento e il misto di stupore e rassegnazione con cui Israele vi ha assistito per tutti questi mesi. Il chiasso suscitato da quella frase di Gallant e, poi, dal presunto uso della fame in cui Israele si sarebbe esercitato durante la guerra di Gaza, non veniva dall’indignazione per la sofferenza che il blocco degli aiuti e delle forniture avrebbe potuto provocare alla popolazione civile: veniva dall’idea, direi dal sentimento, che Israele non avesse in realtà nessun diritto di reagire in nessun modo per la neutralizzazione dei nazisti di Gaza. Come a Israele sarebbe stato negato il diritto di fare la guerra pur se essa non avesse prodotto la morte di un solo civile, così Israele non avrebbe potuto bloccare gli aiuti pur se la fame fosse servita per assediare unicamente i cinquemila nazisti palestinesi – miliziani e civili – autori diretti dei pogrom del 7 ottobre.

Le forze armate israeliane valutano di aver ucciso circa ventimila combattenti durante la guerra di Gaza: se pure, per ucciderli, non avesse fatto nemmeno un morto tra i civili, quell’operazione bellica sarebbe stata giudicata indebita da parte della cosiddetta comunità internazionale, non a caso dispostissima a prendere per buoni i numeri di Hamas e intransigente nel rifiuto di considerare anche solo l’ipotesi che tra quei morti, occasionalmente, potesse esserci qualche tagliagola. Erano «stragi», punto e basta, anzi nemmeno punto e basta perché erano, inoppugnabilmente, stragi di civili: e deliberate.

Non è mai stato quest’altro, né rispetto alla guerra né rispetto al presunto uso della fame, l’atteggiamento della cosiddetta comunità internazionale: non è mai stato il monito, rivolto allo Stato ebraico, affinché esso non intraprendesse questa o quell’iniziativa perché, pur avendo come legittimo obiettivo la neutralizzazione dei nazisti di Gaza, avrebbe potuto arrecare troppi danni ai civili.

Era semmai in discussione – per quanto non sempre dichiaratamente – proprio la legittimità di quell’obiettivo. Nella propria arringa in un’udienza del processo dell’Aia, un avvocato del Sud Africa disse che «Se cade Rafah, cade Gaza». Poco sorvegliato, esprimeva con candore quell’atteggiamento della comunità internazionale strabicamente occhiuta su Rafah (gli ostaggi torturati là sotto, nell’attesa del colpo alla nuca, sfuggivano alle comuni attenzioni umanitarie): c’era rischio che “cadesse” e che, con Rafah, “cadesse” tutta Gaza. Si adopera quel termine, “cadere”, quando si parla della popolazione civile? No. Si adopera quel termine quando si parla di una forza combattente, e quando si paventa che essa possa soccombere. Era Hamas, non la popolazione civile di Gaza, l’oggetto delle cure sudafricane.

Il blocco del flusso degli aiuti annunciato ieri dal governo israeliano appartiene alle iniziative che, per il giudizio comune, Israele non può intraprendere non perché rischiano di avere pericolosi ricaschi sui civili, ma perché un diritto speciale, applicato solo allo Stato ebraico, pretende che esso alimenti come si deve i nazisti di Gaza che affamano gli ostaggi ebrei.

Avrebbero qualche supporto morale le preoccupazioni umanitarie che tornano ora a scatenarsi se risparmiassero un posticino almeno a un cruccio – non voglio dire a un trasalimento, figuriamoci – per il fatto che gli aiuti hanno tenuto in forze le mani che hanno strangolato un lattante e il suo fratello di quattro anni.

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