Eccoci al dunque. È la fine di un mondo, in tutto simile a quanto avvenne in Italia e in Europa tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento. Ed è la fine di un’idea dell’America, la nazione pronta a intervenire quando la libertà in Europa viene concussa dal dittatore di turno. Come spesso accade nella storia, quanto si è sedimentato nel tempo nella disattenzione generale, d’un tratto esplode irreparabilmente.
Chi grida allo stupore per l’atteggiamento provocatorio, un autentico tranello teso dal presidente statunitense al leader ucraino, e soprattutto si meraviglia per le cose dette prima del loro incontro – è di Zelensky la responsabilità della guerra in corso –, non ha applicato non dico l’abbecedario della geopolitica, ma nemmeno il buon senso per valutare quanto da mesi si sta preparando.
Secondo alcuni osservatori europei, Trump esagera: alle parole non seguiranno i fatti, alla fine si troverà un punto di equilibrio. Improbabile se non hai una forza e un disegno strategico da contrapporre alla politica americana di nuovo conio. Ora che il gioco è interamente svelato, tocca all’Europa muovere, e non si dica che si tratta di una partita colma di enigmi. Trump sta applicando alla lettera il programma con cui si è presentato agli elettori e ha vinto le presidenziali. Su alcuni punti potrà mediare, e lo farà, ma l’architrave della sua politica estera è di un’evidenza lampante.
La domanda è se l’Unione europea voglia infilare i pantaloni che vestì Winston Churchill nel 1939 di fronte alla guerra scatenata da Adolf Hitler oppure la giacca di sartoria di lord Neville Chamberlain. Ad ascoltare le dichiarazioni dei vertici europei, la reazione dovrebbe essere ferma e decisa. C’è un però, anzi, più di un però.
L’iniziativa di un vertice europeo è stata presa dal primo ministro britannico laburista, Keir Starmer. Proprio il leader del Paese che ha legami più stretti con gli Usa e che ha abbandonato l’Ue al suo destino invita a «una azione collettiva europea per l’Ucraina in nome di un sostegno incrollabile». Interessante, ma Starmer non basta. Se orbiti nel continente, t’imbatti in diversi problemi.
Primo. L’assenza di una difesa comune che l’attuale politica statunitense mette ancor più in luce. Secondo. La necessità di aumentare i bilanci statali della difesa proprio in un frangente di crisi del ceto medio che, come conseguenza, richiederebbe un welfare adeguato a fronteggiare nuove povertà e un invecchiamento crescente. Terzo. Hic Rhodus hic salta: la carenza di strategia, di nostalgia del futuro di questa Europa. Senza questo orizzonte, scrivere anche un solo capitolo della nuova storia universale è impossibile.
Ha scritto Sant’Agostino che la follia è un magnifico sentimento. La follia intesa come deviazione dalla consuetudine quando si deve affrontare una salita ignota. O ti liberi delle abitudini o quella salita non sei in grado di affrontarla. Churchill si rivestì di “follia” per combattere, da solo peraltro, Hitler e il nazismo. La storia gli ha dato ragione.
All’Europa servirebbero donne e uomini così, leader che, nel nome della libertà e dei sacri valori attorno a cui l’Unione è stata pensata e costruita, siano disposti a gettare il cappello per aria. Ecco, il tempo è arrivato. Una sfida e un’opportunità per uscire dall’angolo, per non essere ciechi.