Nella Guerra del Peloponneso, resoconto del conflitto tra Atene, Sparta e le città greche, lo storico ateniese Tucidide (460-395 a.C.) stabilisce la seguente legge: «La giustizia entra in gioco nei ragionamenti degli uomini solo se le forze da entrambe le parti sono uguali; in caso contrario, i forti esercitano il loro potere e i deboli devono cedere». È una legge senza tempo: i potenti comandano, i miseri chinano il capo. È stata la rivelazione cristiana, preannunciata dal giudaismo, a rovesciare questo paradigma, con grande disappunto dei pagani, spaventati dall’esaltazione di un Dio che si lascia crocifiggere come uno schiavo per salvare l’umanità.
«Era degno di un Dio lasciarsi legare e condurre via come un criminale? Ancor meno opportuno era che fosse abbandonato, tradito da chi gli era vicino e lo seguiva come un messia, Figlio e inviato del buon Dio » esclamò il filosofo romano Celso nel II secolo. Per un uomo dell’antichità è folle che Gesù proclami il comandamento di amare i propri nemici e insegni ai credenti che bisogna dare la precedenza agli infermi, ai poveri, ai diseredati. È un terremoto antropologico che innalza ciò che stava in basso, ponendo l’ignobile al di sopra del nobile, e contro il quale Friedrich Nietzsche, grande adoratore della forza e dell’aristocrazia, non ha mai smesso di combattere.
Nel racconto della Passione, Gesù offre la sua sofferenza come patria comune a tutti gli umiliati e porta loro il conforto della croce. È questo il colpo di genio del cristianesimo e la sua assoluta singolarità, il nuovo concordato proposto al genere umano: l’invenzione di un uomo dio che possiede le debolezze del primo e la trascendenza del secondo. I contemporanei si stupiscono che questa oscura setta avesse tanto successo presso la schiera di fanatici, zeloti e guaritori che popolavano la Galilea del tempo. Il Figlio dell’uomo non predica ai ricchi o ai giusti, ma ai peccatori, alle donne di malaffare, ai ladri e ai disgraziati. Si è fatto umile tra gli umili.
La sua intransigenza non è di questo mondo, fa saltare tutte le istituzioni, anche quelle delle Chiese. Con quel misto di dolcezza e aggressività che caratterizza i Vangeli, Gesù ha chiamato all’insurrezione contro i potenti, gesto che ha plasmato l’intero mondo occidentale, comprese le grandi dottrine secolari della modernità. Che cos’è la classe operaia di Marx se non il corpo di Cristo costituitosi in blocco rivoluzionario per sovvertire la Storia e instaurare la società perfetta? Cosa sono le minoranze nel «wokismo» se non tante immagini di Cristo da venerare sopra ogni cosa? È la loro disgrazia che le legittima, soprattutto quando questa disgrazia si moltiplica attraverso la cosiddetta «intersezionalità» (Kimberlé Crenshaw), che indica un crocevia di diverse oppressioni.
Il cristianesimo inverte le gerarchie e conferisce ai vinti il primato sui bruti. Il linguaggio del vincitore dice: ho ragione perché sono il più forte. Il linguaggio della vittima dice invece: la mia debolezza è la mia arma e il mio diritto. C’è in lei una trascendenza e quasi una santità: la sua ferita è la mia, la sua indigenza mi impone di venirle in aiuto. Sappiamo che questa quasi-divinità delle persone vulnerabili è una prerogativa della civiltà. Nel bene e nel male siamo gli eredi della rivoluzione cristiana, che negli ultimi due millenni, spesso contro il parere delle Chiese, ha dato fondamento ai diritti delle donne, dei bambini, degli sfruttati, degli schiavi e dei colonizzati.
Ma su questa invenzione si è poi innestata una strategia secondaria: il vittimismo, che si osserva tanto a livello personale quanto a livello degli Stati e che sembra più forte nei Paesi ricchi, dediti ai piaceri materiali e strutturalmente insoddisfatti della loro sorte. Il nostro pantheon è composto interamente da persone afflitte o tormentate. Sono le sole con cui possiamo simpatizzare, e ne troviamo di nuove ogni giorno. È la nostra grande passione democratica: anche i privilegiati vogliono giocare a fare i maledetti. La libertà, la capacità di ciascuno di vivere come meglio crede, è soprattutto il permesso, dato a tutti, di lamentarsi del proprio destino.
Rispetta il mio dolore
La parola “vittima” è polisemica: essere il bersaglio di un furto o di uno stupro, di un incidente o di una tortura non è la stessa cosa. Ma in questo campo si fa in fretta a estremizzare, il che favorisce la confusione. Ciascuno equipara la propria condizione a quella di chi è più colpito. «Rispettate il mio dolore» chiede il cittadino. «Dimostraci che stai soffrendo» gli rispondono lo Stato, le compagnie di assicurazione, l’opinione pubblica e i media. Che fare di coloro che non soffrono abbastanza, né troppo poco, in altre parole, la maggioranza? Tradizionalmente, lo status di vittima si otteneva dagli storici o dalla giustizia: i primi descrivevano la realtà di un massacro, i tribunali ufficializzavano questa realtà e ne traevano le conseguenze.
Erano i tempi lunghi del riconoscimento pubblico, spesso sancito dagli Stati o dai governi attraverso cerimonie ufficiali. Ma oggi, in un’epoca di impazienza amplificata dai social network, gli individui vogliono autoincoronarsi martiri, velocizzando il processo. Si prendano, per esempio, i “grievance studies” sorti negli Stati Uniti, dipartimenti universitari dedicati alle lagnanze provenienti da ogni sorta di categoria, persone grasse, donne, minoranze, queer, lesbiche, trans ecc. che si attribuiscono questo titolo a priori, per così dire. Gli armeni, i deportati, gli schiavi, i colonizzati, gli harki, gli omosessuali, hanno dovuto scalpitare a lungo prima di vedersi riconosciuti. Nessuno ha più il coraggio di aspettare, vogliamo essere riconosciuti immediatamente come reietti.
Che cos’è il vittimismo? Un’identità narrativa che attribuiamo a noi stessi e che ci aspettiamo sia confermata dagli altri. È una patologia del riconoscimento, il desiderio di essere identificati senza doversi presentare. L’intensa epopea eroica del diciannovesimo e del ventesimo secolo ha lasciato il posto all’intensa fantasia vittimistica del XXI secolo come conseguenza di tre capovolgimenti. La frenetica ricerca della felicità si trasforma in frenetica ossessione per la tristezza. La sofferenza annette al suo impero territori sempre più ampi anche in aree che sfuggivano alla sua giurisdizione.
E la promessa democratica, sempre delusa, esaspera l’insoddisfazione ponendo la lamentela al centro della psicologia contemporanea. In altre parole, l’ideologia vittimistica commette un triplice peccato: scredita lo stoicismo spontaneo di ciascuno di fronte al male; inverte le priorità e col pretesto di proteggere i vulnerabili introduce di soppiatto false vittime che mettono in ombra i veri dannati; infine, diventa un alibi per gli assassini che indossano le sue vesti per commettere i loro crimini.
