Balliamo sul mondoTrump non sa come funziona l’Iva e giustifica i dazi con le fake news

Secondo il presidente americano, l’Imposta sul valore aggiunto applicata in Europa sarebbe un dazio occulto per le merci americane e un sussidio alle esportazioni per le imprese europee. E quindi minaccia tariffe «reciproche». Ma non ci ha capito nulla, o finge di non aver capito

(AP Photo/Jose Luis Magana)

Nella «più stupida guerra commerciale della storia» scatenata da Donald Trump, copyright del “Wall Street Journal”, circola una falsità che giustificherebbe l’imposizione di dazi all’Europa da parte della nuova amministrazione americana. E cioè che l’Iva, l’Imposta sul valore aggiunto, sarebbe un dazio occulto per le merci americane. L’Unione europea – questo è il ragionamento di Trump e colleghi – impone dazi agli Stati Uniti anche «sotto forma di una Vat (Value added tax, ndr), che è circa del venti per cento». L’Europa è nata per «fregare» gli Stati Uniti, ha detto il presidente americano, e uno degli stratagemmi con cui lo farebbe sarebbe, appunto, l’Iva.

«Altre nazioni in tutto il mondo usano l’Iva per ottenere un vantaggio commerciale sleale contro gli Stati Uniti», ha spiegato Stephen Miller, vice capo dello staff della Casa Bianca, in un’intervista su Fox News. Secondo il suo ragionamento, le auto americane spedite in Europa sono tassate al trenta per cento, a causa della combinazione tra l’Iva e la tariffa del dieci per cento. Il che sarebbe ingiusto, ha detto, rispetto alla sales tax americana applicata sulle auto tedesche. «Questo è uno dei motivi principali per cui l’industria automobilistica statunitense è stata colpita duramente e ha perso posti di lavoro per così tanto tempo», ha aggiunto Miller. «È un trattamento enormemente ingiusto e il presidente sta chiarendo che perseguiremo una politica di reciprocità». Tutto falso. Queste dichiarazioni, così come quelle di Trump, sono frutto di una certa ignoranza su come funziona l’Iva. O, a voler pensar male, frutto di una fake news voluta.

Più di centosettanta Paesi nel mondo hanno l’Iva nel sistema fiscale, tra cui Cina, India, Canada, Messico e l’Unione europea. Gli Stati Uniti sono tra i pochi a non avere l’Iva, ma la sales tax di cui parla Miller. In entrambi in casi, si tratta di imposte sui consumi. Ma con una differenza sostanziale: mentre l’Iva si applica a ogni passaggio della produzione che incrementa il valore di un bene o di un servizio (inclusi l’acquisto di componenti, il trasporto, l’assemblaggio, le forniture, l’imballaggio, l’assicurazione e la spedizione al consumatore finale), la sales tax è “monofase” e colpisce solo il momento del consumo. Per questo motivo, l’Iva dà diritto a un rimborso per l’imposta già versata se una merce viene esportata.

Per Trump, però, questo rimborso rappresenterebbe un sussidio alle esportazioni per le imprese europee. Ma poiché i consumatori europei pagano l’Iva sui prodotti importati, questo sarebbe un dazio sulle importazioni dagli Stati Uniti. Ma l’Iva è un’imposta sui consumi: se i Paesi europei non la rimborsassero sulle esportazioni, diventerebbe invece un’imposta sulla produzione. Sarebbe un’altra cosa, insomma. Il consumo avverrà nel paese di destinazione e lì viene tassato.

Facciamo un esempio con il vino, che Trump ha minacciato di tassare al duecento per cento. Se un italiano compra un vino californiano o uno Champagne francese, paga esattamente la stessa Iva sulla bottiglia, ovvero il ventidue per cento. Allo stesso modo, se un americano compra un vino prodotto in Europa, pagherà un’imposta sulle vendite stabilita nello Stato in cui risiede, proprio come se il vino fosse prodotto negli Stati Uniti.

Quando le imprese americane vendono i propri prodotti ai consumatori europei, non hanno ovviamente dovuto applicare la sales tax. Mentre le aziende europee che vendono ai cittadini americani hanno già versato e recuperato l’Iva sui passaggi intermedi e quindi al momento dell’esportazione emettono una fattura non imponibile, cioè non sottoposta all’Iva, che rende totalmente neutro il loro carico impositivo. L’effetto finale è uguale: sul prodotto americano il consumatore europeo pagherà l’Iva; sul prodotto europeo, il consumatore americano verserà la sales tax.

Certo, la sales tax, con una aliquota media del 7,2 per cento, è più bassa rispetto alla media del venti per cento delle aliquote Iva europee. Il che alimenta la retorica trumpiana, secondo cui l’Iva sarebbe sproporzionata e discriminatoria nei confronti dei beni americani che entrano nei mercati Ue. Ma l’Iva non varia a seconda di dove si trovi il produttore, bensì a seconda del luogo di consumo.

In Europa, l’Iva è riscossa a livello nazionale e rappresenta un’importante entrata per le casse pubbliche degli Stati membri. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, dove quarantacinque Stati su cinquanta applicano la sales tax con aliquote che variano di Stato in Stato in un range che va dal 2,9 per cento al 7,25 per cento. Alaska, Delaware, Montana, New Hampshire e Oregon non hanno una sales tax. Ma molti Stati americani consentono anche una “opzione locale”, che permette alle città e alle contee di applicare una tassa aggiuntiva sulle vendite, oltre a quella statale. Insomma, sia l’Iva sia la sales tax sono scelte fiscali dei singoli Stati, americani ed europei, e non un dazio nascosto come vorrebbe far credere Trump.

Come ha spiegato Erica York, vicepresidente della Tax Foundation, «l’Iva è neutrale nel commercio internazionale», perché non cambia se le merci sono importate o prodotte nel Paese che la applica. L’Iva non discrimina su dove si trova il produttore, ma sul consumo, trattando i beni nazionali ed esteri allo stesso modo, a differenza invece dei dazi che discriminano palesemente le importazioni. I governi che hanno l’Iva tassano tutti i consumi nella loro economia, indipendentemente dalla provenienza. Poiché tassano le aziende nazionali, tassano anche le importazioni.

Sull’Iva esiste una normativa europea, ma le aliquote variano da Paese a Paese. Nell’Ue ci sono undici diverse aliquote standard, dal sedici per cento del Lussemburgo al ventisette per cento dell’Ungheria. Più quattordici aliquote ridotte e quattro “super-ridotte” inferiori al cinque per cento. Trump ora vorrebbe usare proprio queste differenze nazionali per portare avanti trattative bilaterali, country by country, che spaccherebbero l’Europa e darebbero agli Stati Uniti maggiore potere negoziale. «Ogni Paese deve decidere se può fare a meno oppure no dell’Iva. Se non può, deve aspettarsi i dazi», ha dichiarato il ministro del Commercio americano, Howard Lutnick.

Ma anche se il piano di Trump di creare dazi diversi a seconda del Paese andasse a buon fine, «non avrebbe senso dal punto di vista economico», ha spiegato Erika York. «È quasi come dire, “Ehi, esternalizziamo il nostro sistema tariffario per riflettere qualsiasi cosa facciano gli altri Paesi”».

Quindi se l’Ungheria ha l’Iva più alta sulle auto in Europa, al ventisette per cento, anche gli Stati Uniti – secondo il ragionamento di Trump – dovrebbero applicare lo stesso dazio alle auto che arrivano da Budapest. Qualcuno ha avvisato il suo amico Viktor Orbán?

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