La botte piena e il Maga ubriaco Che cosa succederà all’industria del vino italiano con i super dazi di Trump

Il presidente americano minaccia tariffe al duecento per cento sull’importazione di vino e distillati europei, in reazione al protezionismo di Bruxelles sul whiskey americano (a sua volta una reazione ai dazi americani che entreranno in vigore il 2 aprile)

Foto di Jon Parry su Unsplash
Foto di Jon Parry su Unsplash

È arrivata ieri la nuova minaccia del presidente statunitense Donald Trump sul commercio e le relazioni internazionali. Questa volta si tratta di dazi al duecento per cento che Trump annuncia di voler imporre sulle bevande alcoliche dell’Unione europea, se questa non rimuoverà le tariffe doganali del cinquanta per cento sul whiskey americano. La minaccia arriva con un messaggio dai consueti toni demagogici sulla piattaforma Truth, in cui il presidente sottolinea la grande opportunità per i vini prodotti in America. Ecco i primi commenti dal settore del vino e degli spirits italiani e francesi.

«Le dichiarazioni del Presidente Trump sono estremamente allarmanti», dice Rita Babini, neoeletta presidente della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (Fivi). «I dazi e le guerre commerciali sono la sconfitta dell’economia: nessuno ne esce vincitore, nessuno se ne avvantaggia, tutti – produttori e consumatori – subiscono conseguenze devastanti. Speriamo innanzitutto che la diplomazia sappia riportare il confronto internazionale sul piano del buon senso e della ragionevolezza e che finisca questa escalation. In secondo luogo, è sempre più urgente che l’Unione europea si attivi per promuovere e sostenere il vino europeo in nuovi mercati e attraverso azioni di promozione intracomunitaria. A livello nazionale, è arrivato il momento di riformare radicalmente il sistema vitivinicolo, riducendo le rese e riequilibrando la produzione con obiettivi di qualità».

Il Consorzio Franciacorta preferisce non commentare in mancanza di notizie precise: «Questi giorni evidenziano come sia difficile fare previsioni – dice il presidente dell’ente di tutela, Silvano Brescianini – Direi che dovremmo essere ottimisti».

«L’escalation delle guerre commerciali genera situazioni grottesche in cui a perdere sono tutti. Siamo al sonno della ragione che genera mostri, speriamo in un pronto risveglio da questo incubo, perché il vino è il simbolo dell’amicizia tra i due popoli», ha detto il presidente dell’Unione italiana vini (Uiv), Lamberto Frescobaldi. «Con i dazi al duecento per cento a cui non vogliamo credere almeno quanto non crediamo ai mostri, l’Unione europea perderebbe circa 4,9 miliardi di euro di export, ovvero il monte totale delle esportazioni dirette Oltreoceano. Ma a perdere sarebbe anche tutta l’industria del wine&food americana, perché per ogni euro di vino d’importazione acquistato se ne generano 4,5 in favore dell’economia statunitense».

C’è apprensione anche da parte di Federvini, l’associazione confindustriale di produttori di vini, spiriti e aceti. «Siamo estremamente preoccupati per la prospettiva di dazi transatlantici su vini e spiriti a livelli che sono evidentemente insostenibili – afferma la presidente Micaela Pallini – Tale escalation tariffaria avrebbe effetti dirompenti su entrambi i lati dell’Atlantico, infliggendo danni ingenti, e probabilmente irreparabili, a filiere produttive, decine di migliaia di imprese e centinaia di migliaia di lavoratori, sia negli Stati Uniti sia in Europa. Già in passato il comparto ha pagato a caro prezzo dazi imposti per motivi estranei al settore: non possiamo permettere che ciò si ripeta, con effetti potenzialmente ancora più drammatici. Guardando alle sole esportazioni italiane verso gli Stati Uniti parliamo di un valore di circa 2 miliardi di euro all’anno», aggiunge Pallini, che fa appello alle istituzioni italiane, europee e statunitensi per la ricerca di soluzioni condivise. «Collaborazione e dialogo sono l’unica via per garantire competitività, stabilità e crescita a un settore che rappresenta un patrimonio economico e culturale di grande valore per entrambi i continenti».

Francesca Seralvo, presidente del Consorzio Oltrepò Pavese, evidenzia aspetti negativi da un lato ma anche opportunità dall’altro: «L’eventuale imposizione di dazi sui vini europei da parte degli Stati Uniti rappresenterebbe un ostacolo alla competitività delle nostre esportazioni, con conseguenze rilevanti per un settore strategico come quello vitivinicolo italiano e, in particolare, per le denominazioni tutelate come l’Oltrepò Pavese. Gli Stati Uniti costituiscono un mercato di primaria importanza per il vino italiano, con una domanda consolidata che riconosce il valore delle nostre produzioni. L’introduzione di barriere tariffarie altererebbe le dinamiche commerciali, penalizzando non solo i produttori italiani ma anche gli importatori e i consumatori statunitensi, che si troverebbero di fronte a un aumento dei prezzi e a una riduzione della varietà di offerta. Un ulteriore effetto negativo sarebbe la ricollocazione sul mercato europeo di ingenti volumi di vino destinati all’export verso gli Usa. Questo determinerebbe un eccesso di offerta che potrebbe influenzare negativamente i prezzi e la sostenibilità economica delle aziende produttrici, già chiamate a fronteggiare numerose sfide, dall’aumento dei costi di produzione alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, questa situazione può rappresentare un’opportunità per rafforzare la presenza del vino italiano in mercati alternativi, come il Canada. È quindi essenziale intensificare le strategie di internazionalizzazione e diversificazione dei mercati, per garantire alle nostre aziende stabilità e crescita nel lungo periodo».

È cauto, il presidente del Consorzio Nazionale Grappa Nuccio Caffo, che commenta: «Per quanto riguarda la grappa, i volumi che si vendono negli Stati Uniti sono molto piccoli anche se in crescita. Sicuramente il danno c’è, ma riguarda soprattutto i liquori, visto che i volumi di export sono maggiori rispetto a quelli della grappa. Lo stesso vale per il cognac francese e il whisky scozzese. Il rischio è semmai che le multinazionali si ritirino dall’Europa», sottolinea presidente e il pensiero va a DIAGEO, che appena qualche mese fa ha annunciato la chiusura, entro la metà del 2026, dello stabilimento di Santa Vittoria d’Alba (Cuneo), con il conseguente licenziamento di circa 350 dipendenti. «Per piccole e medie realtà come quelle del settore distillatorio italiano non cambierà molto, si tratterà di un ribaltamento di prezzo sul consumatore americano, dato che grappa o amari italiani sono difficilmente sostituibili con altri prodotti. Penso che l’obiettivo sia quello di colpire soprattutto il whisky a vantaggio di quello americano e i vini, per spingere il consumo di quelli della California». E aggiunge: «Difficilmente si concretizzeranno dazi al duecento per cento. È più plausibile che questa mossa di Trump serva per arrivare a una revisione generale dei dazi con l’Europa, compreso quello sul whiskey americano».

Francesco Ganz, Ceo e founder dell’importatore italiano Ethica Wines è più cauto sull’effettiva messa in atto della minaccia: «Sono fiducioso. Europa e Usa hanno bisogno l’una degli altri. Più la prima della seconda, per la verità. L’approccio dell’amministrazione americana non è politico/doplomatico ma negoziale e le provocazioni del whiskey sono inutili. Capito questo, la UE ha le soluzioni in mano. L’Italia può aiutare e se necessario deve agire da sola e proteggere i suoi interessi in Usa».

Anche dalla Francia arrivano i primi commenti. Dalle pagine del quotidiano online francese di settore, Vitisphère, Gabriel Picard, presidente della Fédération des Exportateurs de Vins et Spiritueux (Fevs), mette in guardia: «Restiamo combattivi e stiamo attenti a non reagire in modo eccessivo senza una strategia. Ci troviamo di fronte a una maratona e non a uno sprint. Dovremo dare prova sia di fermezza che di pragmatismo». Jérôme Bauer, della Confédération Nationale des producteurs de vins et eaux de vie de vin à Appellations d’Origine Contrôlées (Cnaoc), afferma: «Questa tassa colpisce duramente un settore già indebolito da crisi ripetute, come inflazione, rischi climatici e calo dei consumi». E il presidente dei Vignerons Coopérateurs, Joël Boueilh, conferma la gravità del momento, che vede molte realtà già in crisi o a rischio di un peggioramento.

Dagli Stati Uniti, il punto di vista degli importatori di settore è critico. «Con l’idea di dazi al 200 per cento l’industria di importazione e distribuzione negli Stati Uniti chiude. O quanto meno sarà ridimensionata nella misura necessaria a vendere solamente vini non europei», afferma Federico Zanella, ceo di Vias Imports, tra le principali aziende di importazione a conduzione famigliare.

A ogni buon conto, nel frattempo, fin dall’esito delle elezioni americane di novembre scorso, molti operatori di settore, da entrambi le parti dell’Atlantico, si sono già messe al lavoro per prendere precauzioni. Il mese scorso, l’Osservatorio di Uiv rilevava come l’ultimo bimestre 2024 si fosse chiuso con un export di vino in crescita del venti per cento a volume e del 21 per cento, a valore, rispetto al pari periodo dell’anno precedente. Un anticipo di mercato, con ordini in transito mai registrati prima da parte degli importatori statunitensi, che hanno fatto lievitare a +10 per cento (a oltre 1,9 miliardi di euro) la crescita a valore per tutto il 2024.

Dall’altro lato, secondo indiscrezioni interne al settore, parrebbe che gli ordini extra di whiskey statunitense abbiano già raggiunto i magazzini di stoccaggio olandesi.

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