Resa invisibileLe giustificazioni di comodo con cui l’Occidente ha tradito l’Ucraina

La comunità internazionale, pur esprimendo solidarietà, ha spesso giustificato velatamente l’aggressione russa, lasciando Kyjiv in balia degli eventi. Come accaduto a suo tempo con la Cecoslovacchia, anche oggi gli europei hanno fallito nella difesa del loro continente

AP/Lapresse

Tra i tanti che oggi mostrano stupore e affettano sdegno per la diffusa disponibilità ad accettare un destino cecoslovacco per l’Ucraina, davvero pochi – diciamo quelli da contarsi sulle dita di una mano senza dita – avevano denunciato i segni di un andazzo ben riconoscibile quasi immediatamente, cioè già a poche ore dall’inizio dell’operazione speciale militare.

Per carità di destra, di centro e di sinistra è pietoso non rievocare le dichiarazioni che si affastellavano già durante i primi momenti in mondovisione di quell’attacco contro i civili ucraini: era il pericolo della “escalation”, non l’attualità dei massacri, a mobilitare le coscienze impensierite da una guerra destinata a non risolversi in tre giorni per la colpevole renitenza degli ucraini al dovere morale della resa. Non si faccia finta, ora, che non fosse in realtà maggioritario già allora, già all’inizio, il convincimento che magari non proprio in quelle forme e con l’uso di quei mezzi, ma tuttavia con qualche addentellato di ragione l’attacco russo potesse vantare qualche giustificazione.

La “ingiustizia” dell’allargamento della Nato, la “ingiustizia” degli appetiti occidentali, fatti propri da ordinamenti avventizi che attentavano al diritto dei sistemi altrui di rimanere fedeli a sé stessi, cioè di non essere contaminati da soperchierie spacciate per libertà e da egoismi spacciati per diritti: sotto sotto, questa fuffa era condivisa anche da molti pur disposti a qualche precaria, e possibilmente non costosa, concessione circa il diritto degli ucraini di non essere aggrediti e circa il dovere del mondo libero di aiutarli.

Questo è il punto vero. Il fronte in presunto aiuto all’Ucraina che andava via via sguarnendosi – e che in realtà era assai poco fattivo sin dall’inizio, non appena si trattava di dare attuazione a una solidarietà perlopiù comodamente declamatoria – mostrava la propria inadeguatezza proprio a causa di quel pregiudizio originario, e cioè che la Russia avesse qualche sia pur vaga ragione, per quanto inaccettabilmente esercitata.

Questo atteggiamento è stato di aiuto agli aggressori in modo anche più efficace rispetto al regalone costituito dall’insufficienza e dalla tardività delle forniture belliche agli ucraini. L’idea che gli aggressori avessero, sia pur nebulosamente, qualche ragione da opporre alla contaminazione liberale e democratica dell’Ucraina, e che la loro colpa fosse modale – non costituzionale, non di principio, non di diritto, non interferente con nessuna vera giustizia tra gli uomini e le nazioni, anzi – è lo scettro che oggi può impugnare la Russia per reclamare il diritto alle prossime acquisizioni.

Saranno anche queste giustificate, avranno anche queste altrettante ragioni, le stesse che facevano dell’Ucraina un’altra Cecoslovacchia non per pretesa di chi la invadeva, ma per concessione di chi gli consentiva di invaderla, giusto con qualche rincrescimento per alcune brutalità evitabili (ma dopotutto, a ben guardare, anch’esse riferibili perlopiù alla responsabilità di chi si incaparbiva a resistere). I coltivatori clandestini di quell’atteggiamento non hanno nemmeno titolo per allargare le braccia, nel sacrificio dell’Ucraina, per il trionfo della legge del più forte. È la legge del più giusto, nel quadro inconfessato del loro universo morale. E ai più giusti è perdonabile qualche eccesso.

X