MalavogliaIl paracadute della ricchezza privata delle famiglie italiane è sempre più piccolo

L’Italia non è più un Paese di ricchi. Un tempo le famiglie avevano risparmi superiori a quelli di francesi e tedeschi, ma ora sono state sorpassate. Il valore degli immobili è in calo, i patrimoni crescono meno dell’inflazione e i redditi stagnano. Altri Paesi hanno reagito con crescita e investimenti, mentre il nostro futuro economico appare sempre più incerto

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Cosa ci proteggerà nel futuro imprevedibile che ci aspetta? Mentre crollano le certezze che ci accompagnano da ottanta anni, come la nostra collocazione strutturale nel mondo, l’economia, di per sé più volubile e fragile della politica estera, non potrà rimanerne indenne. Non è più scontato il libero commercio, su cui l’Europa e in particolare l’Italia hanno puntato così tanto negli ultimi decenni. Da qualche tempo abbiamo scoperto come non siano scontati i rifornimenti energetici e oggi forse dobbiamo dubitare anche di quelli americani.

Da molto tempo abbiamo imparato come il posto fisso non sia così indiscusso come lo era per le generazioni nate dopo la Seconda guerra mondiale e così neanche la crescita dei redditi e degli stipendi. A fare da paracadute ci sono sempre stati i patrimoni delle famiglie, generati dai risparmi del passato, nonché dal valore di ciò che con quei risparmi era stato comprato, soprattutto immobili, case di proprietà, di villeggiatura, per «investimento», garage: il mattone, insomma.

La ricchezza privata ha raggiunto nel tempo un tale livello di mitizzazione che i politici l’hanno usata per giustificare i pessimi fondamentali economici, a volte suggerendo che avrebbe compensato il crescente debito pubblico, senza comprendere che si stava suggerendo cosa? Patrimoniali? Espropriazioni di massa?

È noto, c’è stato un tempo in cui il nostro Paese era tra quelli con il maggior rapporto tra patrimoni e reddito, venti anni fa la ricchezza delle famiglie valeva complessivamente 8,06 volte il reddito aggregato, più che negli Stati Uniti, 7,22, o nel Regno Unito, 7,02, più che in Francia, 7,17 volte o che in Germania, solo 4,92 volte. Nel tempo questo indicatore era addirittura cresciuto, nel caso dell’Italia, fino a raggiungere 8,93 volte i redditi nel 2013, nonostante la crisi economica profonda, o forse anche a causa della crisi, che aveva fatto diminuire le entrate, mentre i patrimoni resistevano e continuavano a valere molto più che altrove in relazione al resto dell’economia.

Le cose, poi, sono cambiate, però, e non solo e non tanto perché il rapporto tra ricchezza e redditi è diminuito nel nostro Paese, scendendo a 8,22 a 1, risalendo provvisoriamente grazie ai risparmi forzati della pandemia e calando poi a 8,19 a 1 nel 2023. Sono cambiate perché nel frattempo altrove i patrimoni sono saliti molto di più, in Spagna nel 2022 la ricchezza è arrivata a valere 9,18 volte i redditi, in Canada nel 2023 9,07 volte. In Francia e in Germania i numeri sono ancora inferiori ai nostri ma il gap è enormemente diminuito, quelli tedeschi, in particolare, hanno visto un aumento che li ha portati da un rapporto di 4,92 a 1 a uno di 7,17 a uno.

Dati di Banca d’Italia

Questo, però, è un indicatore relativo, più eloquente è il dato nudo e crudo sulla ricchezza netta pro capite dei privati. Nel caso italiano si tratta di poco più di centonovantuno mila euro a testa, ovvero meno dei quasi duecentodieci mila francesi e dei duecentoventisette mila tedeschi. Il paragone con la ricchezza pro capite canadese, poco più di duecentosessantotto mila euro a testa, e americana, quattrocentoquarantaquattro mila, è quasi umiliante. Anche in questo caso c’è stato un momento in cui, invece, gli italiani erano più ricchi di quasi tutti gli altri, nel 2008 e 2009, quando per la grande crisi finanziaria seguita al fallimento di Lehman Brothers i patrimoni, espressi in obbligazioni, fondi, azioni, crollavano, mentre quelli italiani rimanevano stabili o aumentavano, grazie al fatto di essere stati investiti quasi solo nel mattone.

 

Dati di Banca d’Italia in migliaia di euro

È durata poco, mentre altrove la ripresa, sia della Borsa che dell’economia reale spingeva all’insù tutti gli indicatori e anche e soprattutto quelli dei patrimoni, in Italia, a causa della riduzione del valore reale delle case, la ricchezza pro capite è salita meno dei redditi e meno dell’inflazione. Quest’ultima tra 2005 e 2023 è stata del 41,4 per cento, mentre il patrimonio per persona nello stesso periodo è aumentato del trentadue per cento, rimanendo indietro rispetto ai prezzi soprattutto tra 2015 e 2018 e nel 2022 e 2023, in occasione della fiammata del carovita. Solo nel Regno Unito è accaduto qualcosa di simile, non in Germania, dove la ricchezza in quei diciotto anni è cresciuta del 139,6 per cento e l’inflazione è stata del 42,7 per cento, né in Francia, dove i patrimoni sono aumentati del 66,6 per cento e i prezzi del 33,7 per cento, né tanto meno negli Usa, dove le cifre sono state simili a quelle tedesche.

 

Dati di Banca d’Italia

La responsabilità è stata principalmente della svalutazione degli immobili, il loro valore complessivo nei patrimoni nel 2023 era addirittura inferiore a quello del 2011 e 2012. Se in solo sei anni, tra 2005 e 2011 era cresciuto del 34,9 per cento, nei successivi dodici anni è sceso, per poi risalire, ma non abbastanza, al punto di essere, negli ultimi dati, solo del 31,2 per cento maggiore di venti anni fa, mentre l’inflazione, come si è visto, è stata del 43,7 per cento.

È per questo che le attività non finanziarie, di cui le abitazioni sono la parte preponderante, tra 2005 e 2023 sono salite solo del 26,5 per cento. Ma non si tratta solo di un accidente, non è solo colpa dell’eccessivo attaccamento degli italiani a un asset, il mattone, che soffre di una minore produttività ed è penalizzato dall’invecchiamento della popolazione. Sarebbe come scambiare un sintomo per la malattia, non è un caso che anche le attività finanziarie non siano in realtà aumentate molto più dell’inflazione, del 46,4 contro il 43,7 per cento, e solo grazie agli incrementi degli ultimi anni.

 

Dati di Banca d’Italia

Dal 2020 in poi è salito il valore delle azioni possedute dalle famiglie italiane, sia per l’andamento positivo delle Borse, sia perché è cresciuta la propensione a investire in titoli azionari, al punto che nel 2023 hanno costituito il 13,4 per cento dei patrimoni privati, più del doppio rispetto al 2011. In aumento anche l’importanza dei depositi e dei fondi di investimento, mentre il peso degli immobili ha raggiunto un minimo, il 45 per cento del totale della ricchezza. Si tratta, però, sempre di dati relativi, l’importanza delle azioni cresce, sì, ma partendo da una base molto ridotta e in proporzione a una ricchezza collettiva che non decolla.

E come potrebbe se, questo è il punto centrale, i redditi non aumentano, se il reddito disponibile tra 2005 e 2023 è salito solo del 31,7 per cento, meno dell’inflazione? È da qui che viene la perdita di valore degli immobili, che è un sintomo, appunto, la crescita dei depositi e della ricchezza finanziaria è stata dovuta evidentemente alle eredità, oltre che al buon andamento dei mercati, non certo al risparmio, che, anzi, è tra le abitudini ormai perse degli italiani. Se, secondo Eurostat alla fine dello scorso secolo il tasso di risparmio lordo delle famiglie era superiore al diciassette per cento, più ampio di quello medio della Ue, che era del 13,7 per cento, dopo quasi venticinque anni in Italia è sceso al dodici per cento, superato da quello medio Ue, rimasto stabile o leggermente aumentato oltre il quattordici per cento.

 

Dati di Banca d’Italia, peso in proporzione ai patrimoni totali

Ma cosa può succedere se anche i mercati finanziari, oltre che quello immobiliare, dovessero tradire per qualche cigno nero cui ormai siamo abituati? E se, come accadrà, le eredità degli anziani non saranno un domani così ricche perché il tempo delle pensioni retributive e dei baby-boomer votati al risparmio sta finendo? La risposta è sempre la stessa, è sulla crescita dell’economia che dovremmo puntare, che genera salari in aumento e risparmi più abbondanti. Una crescita che latita, però.

Il ridimensionamento del paracadute dei patrimoni significa che per molti la caduta, in caso di rovesci economici, non sarà più così morbida come è stato in fondo per tanti italiani durante le crisi degli ultimi vent’anni, con le conseguenze anche sociali che possiamo immaginare. Questa è solo l’ennesima conseguenza della stagione di stagnazione che viviamo da così tanto tempo da lasciarci quasi indifferenti e passivi, fino a quando?

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