Fino a qui tutto beneLa poesia del Brutalismo e delle periferie parigine nell’album di Dardust

L’artista racconta il suo legame con i luoghi marginali, sia in senso geografico che emotivo. La sua musica nasce dalla contraddizione tra il minimalismo del pianoforte e dell’elettronica, e l’opulenza dei contesti urbani

Dardust. Courtesy of the artist

«L’architecture, c’est, avec des matières brutes, établir des rapports émouvants» («L’architettura è lo stabilire relazioni commoventi con delle materie prime»), con queste parole, contenute nella raccolta di saggi “Verso una architettura” (1923) – considerato uno dei testi fondanti del movimento moderno – l’architetto e urbanista Charles-Édouard Jeanneret-Gris, più noto come Le Corbusier, descriveva il Brutalismo, la corrente architettonica nata nel dopoguerra e caratterizzata dal “béton but”, il cemento a vista. Un materiale che si fece portavoce di una critica al modernismo, una riflessione più ampia sulla società postbellica tra consumismo e vita urbana e caratterizzato da volumi solidi, e materiali a vista. «Il brutalismo tenta di affrontare la società di produzione in massa traendo una sorta di ‘rozza poesia’ dalle forze potenti e confuse che sono in gioco. (…) la sua essenza è etica», disse l’architetto Peter Smithson nel 1956.

È dall’idea di riportare al centro la riflessione sull’essenza delle cose che si basa il concept album “Urban Impressionism”, di Dario Faini, in arte Dardust, pianista, compositore e produttore discografico italiano che nella sua carriera è stato autore di vari dischi d’oro, come “La noia” (2022) di Angelina Mango o “Soldi”, di Mahmood (2019). Il suo nuovo album, però, sembra interessarsi ai riflettori, ma predilige una dimensione più intima, minimalista e riflessiva. L’album, uscito l’8 novembre 2024 e composto da tredici brani «celebra l’unione dell’amore e l’idea che ogni caduta, anche se apparentemente negativa, è essenziale per comprendere gli errori, ricostruire e crescere nella versione migliore di sé stessi», scrive l’artista in un post su Instagram per annunciare l’uscita del disco.

L’arte della caduta, la stessa raccontata ne “L’Odio (La Haine)”, il film del 1995 scritto e diretto da Mathieu Kassovitz, la pellicola in bianco e nero che racconta le banlieu di Parigi. «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani. Man mano che passa da un piano all’altro, per farsi coraggio, si ripete “fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio». “Urban Impressionism” è girato proprio lì, tra gli stessi palazzi fatiscenti delle periferie della ville lumière. «Mi affascinano i luoghi apparentemente fatiscenti, le aree dismesse, i palazzi-dormitorio, le periferie – racconta Dardust a Linkiesta Etc –. Mi attrae l’idea che lì possa esserci del bello, mi piace considerarli non come delle opere in rovina, ma come qualcosa che deve essere completato, che possa acquisire un altro valore, anche a livello sociale. La musica urban, l’hip hop, i graffiti, tanti artisti hanno fatto diventare altro quell’immaginario: l’hanno trasformato. Mi piace questa catarsi, partire da un ambiente svantaggiato e trasformarlo».

Un’incompiutezza che caratterizza l’intero album, e che si rifà all’impressionismo, concetto nato dall’affermazione del critico d’arte Louis Leroy, che dopo aver visto “Impressione, levar del sole”, di Monet scrisse un articolo pungente e sarcastico sulla mostra collettiva allestita nello studio di Nadar. Leroy definì l’opera un lavoro sommario, e l’intero gruppo dello studio «ostile alle buone maniere, alla devozione per la forma e al rispetto per i maestri».

Il disco “Urban Impressionism” è infatti un tentativo musicale, estetico e simbolico di riappropriarsi di ciò che è incompiuto, e dare completezza a un immaginario urbano che sta ai margini, portando il pianoforte nelle periferie. Un suono minimale e riflessivo in contrasto con un ambiente urbano. «Mi piace portare il pianoforte in quegli ambienti e farli risuonare lì, insieme ai suoni della città. È quello che ho fatto registrando, andando a Parigi – continua l’artista –. A me piace vivere nella contraddizione, è lì che si creano le cose più curiose».

Dardust. Courtesy of the artist

Una creatività e un’originalità di pensiero cresciute nei margini delle città, lontano dai centri urbani, e che Dardust conosce bene. Nato in un paese in provincia di Ascoli Piceno, “nella periferia della periferia”, Faini ha coltivato la sua passione della musica lontano dalle bolle urbane. «Da una parte mi ha reso meno convenzionale – dice Faini –. Essendo scollegato dal mondo artistico che c’era in altre città i miei riferimenti erano meno condizionati, non mi confrontavo con altri. La noia per me non è mai esistita: quando ero piccolo ho sempre cercato di compensarla con mille stimoli. La mia creatività l’ho costruita ascoltando, guardando film, girando intorno, immaginando cose che non esistevano. Ho vissuto la solitudine, avevo pochi amici e vivevo in una casa davanti a un bosco. Questo forse mi ha reso più singolare, e la diversità è un valore, per me».

Nella calma della provincia, però, Faini ha da sempre coltivato la certezza – più che il sogno – di lavorare con la musica. «Ho sempre saputo che volevo fare questo. Mia madre mi diceva di cercare un piano b, che dovevo fare l’università. Io ho scelto di studiare psicologia, ma io lo sapevo che la mia strada era un’altra. Ero molto determinato».

Courtesy of the artist

L’album “Urban Impressionism” è nato cominciando dal titolo. «Il titolo mi è venuto in mente in modo spontaneo, volevo che il pianoforte convivesse con le periferie – spiega Dardust –. Mi piaceva anche considerare il fatto che le periferie poi non sono altro che il simbolo delle nostre periferie emotive, le nostre vulnerabilità, le cose che non vogliamo affrontare. Mi piaceva il fatto di portare colori nuovi in questi luoghi, perché ci fa crescere e ci rende migliori. È lo scopo della nostra vita, e ho capito che la matrice della mia musica è esattamente questo: illuminare le ferite, e trovare ogni volta una nuova identità».

Dardust si esibirà il 12 marzo al Pirelli Hangar Bicocca nella Sala Palazzi Celesti, a Milano; e il 14 marzo alla Nuvola di Fuksas, a Roma.