
Ora la presidente del Consiglio ha paura. I silenzi su Roberto Vannacci hanno preso il posto delle accuse di essere la quinta colonna della sinistra. Per un Giovanni Donzelli che frena su una possibile alleanza c’è un Galeazzo Bignami che apre. Sono confusi, i Fratelli. Si prende tempo, mentre i sondaggi gonfiano Futuro Nazionale. Giorgia Meloni, riposte le velleità da statista, è davanti al bivio più difficile della sua vita politica: baciare il rospo fascistoide o no? Rischia di perdere tutto, oggi o domani.
Il “governo Cruciani” – il tridente Meloni-Vannacci-Salvini, secondo i desideri del controverso conduttore radiofonico – sarebbe un governo di destra-destra che in senso non retorico minaccerebbe la qualità della democrazia. Con il passare dei giorni la posta in gioco delle elezioni della prossima primavera rischia di diventare simile a quella delle elezioni di midterm americane: i caratteri della democrazia, l’eventualità di un suo snaturamento. È un passaggio cruciale anche per la destra democratica. Che rischia come mai prima d’ora di agevolare uno slittamento progressivo verso forme autoritarie di governo. Vedremo che farà Forza Italia.
La spaccatura del centrodestra in questo senso è molto più seria delle differenze, spesso ridicole, nominalistiche, personalistiche, del campo largo. Il fattore V manda all’aria i già minoritari sogni dei conservatori. E rischia di segnare il futuro della destra italiana minando alla radice la possibilità di governare un grande Paese come il nostro.
Se Vannacci (V.) verrà imbarcato nell’alleanza elettorale e poi dovesse entrare in un Meloni bis sarebbe costantemente la mina vagante del governo perché sarebbe l’uomo con in mano il pallino della legislatura. Sarebbe, Futuro Nazionale, il partito decisivo in grado ogni giorno di far ballare la rumba ai Fratelli d’Italia.
Meloni sarebbe quotidianamente ridotta a mercanteggiare i voti dei parlamentari di V. in una permanente trattativa umiliante per lei e dannosa per l’Italia. La “statista” diventerebbe un Andreotti in sedicesimo – quello trattava con Bettino Craxi, non con Pozzolo. Il fattore V. rappresenterebbe per Giorgia quello che Fausto Bertinotti fu per Prodi, anzi, cento volte peggio del calvario che il Professore doveva salire ogni giorno, e dunque la cosa più probabile è che il “governo Cruciani” non reggerebbe a lungo. Chi si fiderebbe più di Giorgia Meloni?
Perderebbe l’appoggio degli imprenditori, dell’Italia che conta che continua a preferire lei al campo di Elly. L’ipotesi di V. al governo piace a quei pezzi del Paese che si sentono “out”, che non sono pochi ma sono pur sempre una minoranza.
Se non stenderà un cordone sanitario intorno a V. scopriremo che l’underdog è una fifona. E dire che non sembra una che voglia perdere la faccia. Per la gioia di Cruciani.