Aiuta che ti aiutiIl volontariato cala, ma chi si impegna per gli altri fa un favore (anche) a sé stesso

La rete solidale si indebolisce, le difficoltà economiche frenano le donazioni, il numero dei volontari cala e il peso delle non profit resta sottovalutato. Eppure, offrire il proprio tempo al prossimo continua a migliorare il benessere di chi lo fa

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«Colui che presta la propria opera, anche saltuaria, senza ricevere alcun corrispettivo, presso l’istituzione non profit. L’attività del volontario è finalizzata alla realizzazione di servizi altruistici e solidaristici a favore di altri individui o della collettività in generale o per le finalità dell’istituzione». Questa è la definizione adottata dall’Istat per definire il mondo del volontariato.

Una popolazione di volontari (che non percepiscono alcuna retribuzione) che in Italia assomma secondo il Censimento permanente sulle istituzioni non-profit del 2021 a 4,661 milioni di persone, numero senz’altro in difetto considerato che non tiene conto di una serie di categorie di volontari (non sono inclusi, per esempio, i donatori di sangue e organi (midollo), a meno che non siano operatori volontari del Servizio civile universale e soci o associati che solo occasionalmente coadiuvano gli organi sociali nello svolgimento delle loro funzioni).

La quota più alta dei volontari si registra fra coloro che hanno tra i quarantacinque e i settantaquattro anni. Un dato interessante in controtendenza è la crescita dei volontari giovanissimi: la fascia dai quattordici ai diciassette anni passa dal 3,9 per cento del 2021 al 6,4 del 2022, e tocca il 6,8 nel 2023.

Purtroppo, manca una banca dati unificata e aggiornata (l’ultima rilevazione fatta dall’Istat è, come detto, del 2021); in aggiunta non è facile aggregare dati di un mondo molto variegato a più livelli: territoriali, per tipologia di servizi erogati, forma giuridica, modelli organizzativi, modalità di campionamento, ecc.

Sempre l’Istat rileva come (al 31 dicembre 2020) siano circa trecentosessantamila le istituzioni non profit nel nostro paese che occupano (come personale retribuito) circa ottocentosettantamila addetti a vario titolo.

Anche il terzo settore soffre di “nanismo”: l’85,3 per cento degli enti non impiega alcun dipendente, il 6,2  ha una struttura molto ridotta, da uno a tre dipendenti. Così l’ottantasette per cento dei lavoratori di tutto il settore si concentra nel 3,8 per cento delle istituzioni non profit.

Tanti sarebbero gli elementi da approfondire, uno per tutti il deficit – nella percezione dell’opinione pubblica – del peso delle attività non profit sulla vita di tutti noi, e non solo in ambito socioassistenziale. Un’asimmetria fra realtà e conoscenza che ha effetti diretti sulla considerazione che, in buona parte, la politica e la pubblica amministrazione hanno nei confronti dei soggetti che operano nell’ottica esclusiva dell’interesse generale della collettività. Limitiamo però a due le questioni sulle quali porre l’accento.

La prima riguarda il numero decrescente, e non solo in Italia, sia del valore delle donazioni e sia del numero dei volontari. Lo stesso rapporto Istat mette in rilievo la tendenza negativa con una pesante flessione rispetto al 2015 (penultimo anno di rilevazione) stimata del 16,5 per cento pari a una diminuzione di 900 mila persone in sei anni. Il tema è strettamente correlato alla crisi economica e al costo della vita.

Secondo il rapporto Istat di ottobre 2024, il 9,7 per cento della popolazione residente in Italia, pari a quasi 5,7 milioni di persone, vive in condizioni di povertà assoluta, cioè non è in grado di permettersi le spese essenziali per mantenere uno standard di vita accettabile. Nell’indagine multiscopo “Aspetti della vita quotidiana” sempre Istat certifica che nel 2023 l’attività volontaria ha subito una diminuzione rilevante passando dall’8,3 (2022) al 7,8 per cento della popolazione.

Altro punto di vista, ma con riferimento al valore delle donazioni, il sondaggio condotto lo scorso maggio da Rathbones group plc, società quotata britannica di wealth management che gestisce più di cento miliardi di sterline, su un campione di circa 1000 individui in Gran Bretagna con un patrimonio netto superiore a duecentocinquanta mila sterline. Ebbene, solo il trentadue per cento ha risposto che avrebbe continuato a fare donazioni in beneficenza o stabilito una donazione in caso di morte a una fondazione senza scopo di lucro. Nel 2023, peraltro, in Inghilterra le donazioni sono crollate di cinque miliardi di sterline in un solo anno!

A dire il vero, nel nostro Paese, dal rapporto 2023 “Noi doniamo”, realizzato dall’Osservatorio sul dono dell’Istituto italiano della donazione (Iid), CSVnet e Bva Doxa, emerge per il 2022 un po’ di luce rispetto agli anni precedenti 2020 e 2021, ma siamo comunque ben lontani dai livelli pre-pandemia. Il Rapporto terzo settore 2024 (seconda edizione) realizzato da Generali stima poi che l’intero settore, oltre a benefici sociali di ben difficile quantificazione, generi sotto il profilo del valore economico ben ottantaquattro miliardi di euro (4,4 per cento del Pil).

Il rapporto, come altri studi, mette in evidenza come «l’accesso ai finanziamenti» sia uno dei principali nodi critici legati al ricambio generazionale della struttura ma tanti sono gli elementi che si intrecciano in questo quadro, molti dei quali difficili da fotografare. Il problema demografico, le crisi geo-economiche, i flussi migratori, la crescente povertà, questioni socioculturali giocano insieme ad altri fattori alla costruzione di un quadro complesso e in evoluzione.

Scrive il Rapporto Generali: «Questo composito movimento vive oggi una fase cruciale di evoluzione… perché chiamato a confrontarsi con cambiamenti di vasta portata del contesto economico e sociale come l’impoverimento e la crescente vulnerabilità di vasti strati della popolazione, i rischi di indebolimento della coesione, il deperimento delle capacità di prestazione del welfare state, il mutamento degli stili di vita e delle forme di partecipazione soprattutto dei giovani».

La seconda questione è inerente ai benefici che fare volontariato induce sugli stessi volontari.

In un articolo del New York Times del gennaio dello scorso anno E. Barry, esperta di salute mentale dei lavoratori, esponeva una ricerca, pubblicata nello stesso mese, dell’Università di Oxford (Wellbeing research center), nella quale vengono analizzate le varie modalità con le quali le aziende mettono in atto iniziative per la salute mentale dei propri dipendenti. Ricerca che ha utilizzato un sondaggio che ha coinvolto più di quarantacinquemila lavoratori in duecentotrentatré aziende sul suolo britannico. I risultati indicano che gli interventi individuati (una novantina) non hanno fornito risposte adeguate con un’unica eccezione: i lavoratori a cui è stata data l’opportunità di fare beneficenza o lavoro di volontariato sembravano aver migliorato il loro benessere.

Il prossimo 8 e 9 marzo si svolgerà il Giubileo del mondo del volontariato, due giorni che metteranno al centro questo esercito che si prende quotidianamente carico di una parte imprescindibile del welfare verso le persone più deboli. «Aiutare gli altri per aiutare sé stessi» mi sembra un ottimo leitmotiv.

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