Gli Stati Uniti annunceranno oggi alle 16 (le 22 in Italia) nuovi dazi commerciali con effetto immediato. Il presidente Donald Trump lo ha chiamato “Liberation Day”, ma i dettagli di questa nuova guerra commerciale sono sconosciuti.
Tra le ipotesi presentate a Trump dal suo staff, c’è quella di dazi universali al 20 per cento. In realtà, le tasse sulle importazioni sono aumentate così rapidamente da quando è entrato in carica che è difficile tenere traccia. Trump ha già aumentato i dazi sulle importazioni cinesi, sull’acciaio, sull’alluminio e su alcuni prodotti provenienti da Canada e Messico. Dazi più elevati sulle auto, al 25 per cento, dovrebbero entrare in vigore venerdì 4 aprile.
Ora si attende che Trump sveli i dettagli del piano – «la più stupida guerra commerciale della storia», come l’ha chiamata il Wall Street Journal – che il suo team ha sviluppato nelle ultime settimane. Ma ci sono ancora tre grandi incognite: quali tariffe saranno applicate, a quali Paesi saranno applicati e che effetti avranno.
Quanto saranno alti i dazi? La Casa Bianca non ha specificato fino a che punto possano arrivare i dazi. Durante la campagna elettorale, Trump ha sostenuto la necessità di un dazio del 10 per cento su tutte le importazioni negli Stati Uniti, suggerendo talvolta di poter arrivare al 20 per cento – addirittura al 60 per cento sulle importazioni dalla Cina. Una volta diventato presidente, ha poi introdotto il concetto di dazi «reciproci», suggerendo che le tariffe potrebbero variare da Paese a Paese. La Casa Bianca, in particolare, ha sempre additato l’Iva, l’Imposta sul valore aggiunto, applicata sui consumi dai Paesi europei e non solo, come dazio occulto.
Queste incognite hanno già avuto effetti sui mercati. Imprese e leader politici cercano di prepararsi a questa nuova guerra commerciale globale. Mentre l’Europa è pronta alle sue contromisure, anche contro le banche e le Big Tech americane.
Secondo la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, «un bel po’ di Paesi» avrebbero chiamato Trump per discutere dei dazi e cercare accordi «dell’ultimo minuto». Tra questi, ci sarebbe anche l’India.
Quali Paesi potrebbero essere colpiti? Questa è la seconda incognita. L’amministrazione Trump non ha confermato quali Paesi saranno colpiti, anche se ha detto che i dazi riguarderanno tutti gli Stati, suggerendo un possibile ritorno al dazio generale che aveva sostenuto durante la campagna.
Questo annuncio ha deluso le speranze di alcuni Paesi, come il Regno Unito, che pensavano di poter restare immuni. Mentre molti Paesi ancora sperando di poter eventualmente raggiungere qualche tipo di accordo. Il Vietnam, ad esempio, ha già annunciato che toglierà i dazi dalle proprie importazioni dagli Stati Uniti.
In ogni caso, non è ancora chiaro in che misura i dazi saranno applicati in modo universale o più mirato. Il segretario del Tesoro Scott Bessent lo scorso mese ha parlato dei “Dirty 15”, il 15 per cento dei Paesi che rappresentano la maggior parte del commercio con gli Stati Uniti e impongono dazi o altre regole che svantaggiano le aziende americane. Si tratta di Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Unione europea, India, Indonesia, Giappone, Corea, Malesia, Messico, Russia, Arabia Saudita, Sudafrica, Svizzera, Taiwan, Tailandia, Turchia, Regno Unito e Vietnam.
Trump stesso ha riservato alcune delle sue critiche più dure per gli alleati storici e principali partner commerciali, come il Canada e l’Ue. «Spesso, gli amici sono stati molto peggio dei nemici», ha dichiarato la scorsa settimana.
Quale impatto avranno i dazi? I dazi sono tasse sulle importazioni. Quindi qualcuno, alla fine, dovrà pagare.
Tecnicamente, le aziende statunitensi che importano i beni dovranno pagare il conto, soprattutto se la Casa Bianca inizierà ad applicare i dazi immediatamente, come suggerito dalla portavoce Karoline Leavitt. Ma più alti sono i dazi, più le aziende cercheranno modi per compensare questi costi, cambiando fornitori, spingendo i partner commerciali a condividere il peso o aumentando i prezzi per i consumatori americani.
Molte aziende hanno già detto di essersi preparate a questa eventualità. Ma è un gioco rischioso, perché se le aziende aumentano troppo i prezzi, i consumatori semplicemente non compreranno.
Le dinamiche hanno aumentato i rischi di una recessione economica sia negli Stati Uniti sia oltre i suoi confini, soprattutto per le aziende che dipendono dall’export verso Washington.
Trump dice che le aziende che vogliono evitare i dazi possono semplicemente spostare la produzione negli Stati Uniti, ma non si tratta di una soluzione immediata, né semplice, dati gli alti costi di assunzione e di costruzione di fabbriche.
A questo vanno aggiunte le fluttuazioni valutarie e le ritorsioni da parte di altri Paesi. Ecco perché le ripercussioni della guerra commerciale di Trump saranno difficili da prevedere. E andranno ben oltre gli annunci del «Liberation Day».