Cinque anni di attesa, un concorso superato, e ancora nessuna cattedra: è la realtà dei docenti idonei al concorso del 2020, oggi messi in secondo piano rispetto ai vincitori dei bandi più recenti. Con il Decreto-Legge 45/2025, approvato il 7 aprile nell’ambito delle misure legate al Pnrr, le modalità di assunzione degli insegnanti sono state ridefinite, colpendo nuovamente una parte degli insegnanti precari che da anni cercano giustizia e dignità per il proprio lavoro. La misura più controversa riguarda lo scorrimento delle graduatorie che, con il nuovo disegno, privilegia i candidati non vincitori del concorso bandito nel 2023, penalizzando chi ha atteso anni per l’immissione in ruolo.
A denunciare questo trattamento, e il paradosso del decreto, è il Movimento IdoneInsieme, nato proprio per dare voce a una categoria rimasta invisibile agli occhi delle istituzioni: quella dei docenti che hanno superato tutte le prove concorsuali, ma, non figurando tra i vincitori, sono stati esclusi dall’immissione in ruolo.
Il Movimento ha espresso in questi giorni una netta contrarietà al ddl, criticandone principalmente l’articolo 2 che prevede l’integrazione delle graduatorie con candidati idonei fino al trenta per cento dei posti banditi a partire dai concorsi del 2023, seguendo l’ordine cronologico di pubblicazione. «Il problema principale», spiega a Linkiesta Davide Vaccari, portavoce nazionale del Movimento, «è che il ministero ha sbagliato le tempistiche e le modalità dei decreti, mettendo in difficoltà chi ha già superato le prove, ma non è stato ancora immesso in ruolo».
Tra l’altro, ci sarebbero addirittura ancora dei vincitori del concorso del 2020 che aspettano di ricevere la nomina. Questo meccanismo sembra quindi pensato più per garantire l’avvio ordinato del prossimo anno scolastico, ma finisce ancora una volta per alimentare incertezza e frustrazione, lasciando decine di migliaia di docenti in un limbo amministrativo e professionale.
Basta guardare i dati per comprendere che il problema non è solo di ordine, ma è invece radicato più profondamente: secondo i dati forniti dai sindacati, gli insegnanti precari sono aumentati del settantadue per cento in sette anni, passando dai centotrentamila supplenti dell’anno scolastico 2017/2018 a duecentotrentamila dello scorso anno, con una previsione che porta quest’anno a quota duecentocinquantamila.
E ancora la Commissione europea, con un comunicato dello scorso 12 febbraio e la decisione n. 8, aveva annunciato l’avvio di procedimenti d’infrazione contro Roma perché secondo Bruxelles, la normativa italiana, che esclude gli insegnanti a tempo determinato dal diritto a una progressione salariale graduale basata sui periodi di servizio precedenti – in contrasto con i docenti a tempo indeterminato – crea condizioni di lavoro discriminatorie, violando il principio di non discriminazione sancito dal diritto dell’Ue. Un fenomeno quindi non solo in grave aumento, ma soprattutto legato a interessi contrattuali.
Tornando al ddl, Vaccari contesta legalmente anche il fatto che il precedente bando del concorso Pnrr1 prevedesse l’inserimento esclusivo dei vincitori, e non degli idonei, del 2023, come stabilito dal Disegno di Legge 75/2023, che appunto disponeva la proroga delle graduatorie del concorso 2020 fino al loro esaurimento.
La scelta di ignorare questi candidati per privilegiare i più recenti creerebbe dunque un precedente paradossale: lo Stato seleziona tramite concorso, poi cambia le regole in corsa e accantona chi ha già dimostrato di essere idoneo. Un ribaltamento dei criteri meritocratici che mina la credibilità dell’intero sistema di reclutamento pubblico.
Anche i sindacati hanno espresso perplessità e vicinanza al movimento. In un comunicato stampa la Flc-Cgil denuncia il rischio di contenziosi e ritiene che la decisione di far scorrere prioritariamente gli idonei 2023 rispetto agli idonei 2020-2022 sia incoerente con il principio del merito, e privilegi l’efficienza dell’assunzione a scapito della giustizia nei confronti di chi attende da anni un posto in cattedra.
Un altro problema sollevato dal movimento riguarda la gestione dei bandi di concorso. Vaccari denuncia che spesso vengono banditi meno posti dove ce n’è maggiore necessità, mentre in alcune regioni, già sature di insegnanti, si creano sovrapposizioni inutili. Questo problema riflette una carenza di conoscenza del territorio, e di considerazione delle specificità locali.
«A oggi ci sono circa duecentomila supplenti in cattedra», afferma il portavoce di IdoneInsieme, evidenziando come il problema non riguardi solo la gestione delle graduatorie, ma anche una questione di volontà e interessi: i ventiduemila idonei del concorso 2020 potrebbero finalmente trovare spazio nel sistema, ma è probabile che ci sia chi preferisca mantenere una situazione precaria, evitando di firmare contratti a tempo indeterminato.
Il Decreto 45/2025, invece di proporre soluzioni strutturali, rischia di rafforzare un approccio emergenziale che non risolve le radici del problema. L’Italia ha bisogno di una riforma scolastica duratura, equa e orientata al merito, non di un intervento legislativo che si limiti a tamponare le difficoltà senza affrontare le cause profonde.
Riguardo alle prossime azioni, Vaccari anticipa che il movimento ha già avuto contatti con parlamentari e sindacati, in particolare con la Cgil, ma «altre parti sociali non sembrano ancora supportare la causa come speravamo». Il Movimento IdoneInsieme sta ora valutando la possibilità di organizzare una manifestazione per portare la propria voce nelle piazze.
Vaccari aggiunge che il decreto non solo fallisce nel risolvere il problema della carenza di docenti, ma «non garantisce continuità didattica agli studenti, compromettendo così la qualità dell’insegnamento». La crisi del reclutamento si inserisce in un quadro più ampio di progressivo indebolimento del sistema scolastico italiano. Come sottolineato dall’Ocse lo scorso dicembre, un terzo degli italiani tra i sedici e i sessantacinque anni non è in grado di comprendere un testo complesso. Questo ha posto l’Italia tra gli ultimi Paesi per competenze in lettura, calcolo e risoluzione di problemi.
Gli italiani hanno ottenuto punteggi inferiori alla media Ocse in tutte le categorie: duecentoquarantacinque nella comprensione del testo (contro duecentosessanta), duecentoquarantaquattro nel calcolo (contro duecentosessantatré) e duecentotrentuno nella risoluzione dei problemi (contro duecentocinque). Il divario con i Paesi più virtuosi è evidente: Finlandia, Giappone e Paesi Bassi primeggiano con distacchi superiori ai quaranta punti.