Cambiando sostanzialmente le modalità con cui ci raggiunge ogni comunicazione, dovremo aspettarci che sia cambiata anche la struttura stessa dell’opinione pubblica. E in effetti è così. A causa della modificazione della fruizione dei media, sappiamo che non tutti accediamo alle stesse informazioni nello stesso modo. Per cui viene meno quel principio di uniformità che nel recente passato teneva insieme ogni comune sentire.
Proprio grazie alle caratteristiche specifiche di questi mezzi, ormai non più nuovi, se pensiamo che Facebook è attivo dal febbraio del 2004, gran parte del dibattito pubblico si è spostato su queste piattaforme, con una naturalezza che ha sorpreso per primi i mass media tradizionali, come i giornali di carta e, con minor impatto, le televisioni. Pur cercando di resistere all’avvento di questi concorrenti così diversi e inaspettati, i vecchi media alla fine hanno perso la battaglia: per quanto strenua sia stata la resistenza, non si sono trovate a livello globale contromisure adatte per limitare l’avvento della novità.
Oggi i social sono divenuti fonti di informazione prioritaria: questo è un elemento che ha rinvigorito il dibattito pubblico, facendo partecipare fasce sempre più ampie di popolazione, che intervengono in prima persona mentre prima subivano il flusso informativo in modo passivo. L’idea di poter prendere parte alle discussioni, di interagire senza mediazioni e con moderazioni minimali, limitate a pochi confini e assai ampi, al principio ha dato un senso di ebrezza generalizzato. Potevo leggere le notizie e commentarle in diretta, discuterle senza uscire di casa e, in qualche modo, senza impegnarmi troppo in prima persona. Venivano meno la timidezza, l’ansia di assecondare, la paura di dire una cosa sbagliata; il video è, nel vero senso della parola, lo schermo che mi mette al riparo da ogni pudore e ritrosia.
Non solo i nuovi strumenti offrivano uno spazio di discussione, ma anche la possibilità di ribaltare le gerarchie tradizionali, rendendo il soggetto artefice di un proprio, personalissimo, palinsesto informativo. Il social consentiva infatti di estrapolare una notizia e di sottoporla agli altri con un proprio commento personale. “Oggi mi piacerebbe parlare di questo” e quasi mai si trattava della prima notizia del telegiornale.
Per me, infatti, può essere più importante una determinata informazione rispetto a quelle decise dalla gerarchizzazione tradizionale. La estrapolo della catena dei fatti e la sottopongo alla discussione in modo diretto. Con questo strumento, formidabile per libertà e democrazia, ogni gruppo di persone può amplificare il dibattito che prima aveva al massimo in famiglia, commentando il telegiornale, o con gli amici al bar.
Questa autonomia ha influenzato tutto il circo dell’informazione. Le notizie hanno preso un corso differente e anche i media tradizionali hanno imparato a correggere il tiro, riorganizzando le priorità e rivedendo le gerarchie. Quel rapporto che si era perso fra mezzi di informazione e sensibilità comune si è, in un primo tempo, riassestato. Era inutile ostinarsi a dare notizie che non interessavano a nessuno, cosa che negli anni era sempre accaduta, proprio per la presunzione dei media non solo di informare ma anche di formare una comunità. Intere aperture di giornale, dedicate a riti fumosi come congressi di partito o a strumenti incomprensibili come la scala mobile o il cuneo fiscale, non avevano più cittadinanza in un modo di concepire la comunicazione più prossimo all’utente. Si era ritrovata una dimensione reale del rapporto fra informazione e opinione pubblica.
Esito finale, una maturazione complessiva? Un miglioramento notevole? Un’opinione pubblica più consapevole? Purtroppo, no. Almeno così ci dicono gli studi più recenti.
Invece di discussioni più posate e informate sui fenomeni globali, che hanno portato, ad esempio, al conflitto in Ucraina o al genocidio dei Rohingya, ci siamo trovati i siti dei quotidiani più blasonati pieni di gattini pazzerelloni, di titoli come “tutti pazzi per la friggitrice ad aria” e di gossip triviali da rivistacce, che un tempo si leggevano di nascosto o quantomeno con un po’ di pudore.
Oggi parliamo, infatti, di “piattaformizzazione” dell’opinione pubblica, termine aspro che sta a indicare quanto gli algoritmi abbiano ormai un’influenza centrale nel processo così importante di acquisizione delle informazioni.
La modalità di selezione delle notizie ha mutato corso nel giro di pochi anni, amplificando nelle opinioni pubbliche l’interesse verso tutto ciò che è estremo e dunque polarizzante. La conformazione dello strumento stesso, che consente l’anonimato o comunque una schermatura adeguata, mediata dal video, nel rapporto con gli altri, ha esasperato ogni forma di discussione. La polarizzazione del mezzo, che anche nei suoi meccanismi di gradimento semplifica l’audience in tifoserie, a favore e contraria (pollice in alto o pollice in basso, come accadeva al Colosseo, nell’antica Roma), hanno esasperato la fruizione dei contenuti, esacerbando i rapporti.
La selezione diretta di un’informazione, dapprima estrapolata da un contesto, poi pescata addirittura in un mezzo di diffusione scelto in modo arbitrario, talora senza alcuna credibilità, ha moltiplicato le vie dell’approvvigionamento informativo. Ciò ha creato (micro)comunità che passano il tempo a discutere e commentare notizie folli, spesso non verificate e a volte inventate. Non è solo il grave fenomeno delle fake news a tormentare il mondo dell’opinione pubblica, ma soprattutto quella zona grigia di notizie mal riprese e usate in maniera strumentale per creare divisione e per generare discussioni che, invece di contribuire a una crescita comune, separano in bande e ci dividono in maniera irreversibile.
Come abbiamo visto, dove l’opinione pubblica soffre, contaminata nel suo profondo, funzionano male anche i meccanismi democratici. Intere campagne elettorali di Paesi di grande importanza sono state oggetto di strumentalizzazioni: con la diffusione di notizie avvelenate si è perseguito un inquinamento dell’opinione pubblica, proprio al fine di generare odio e suscitare posizionamenti politici estremi.
Dalla non informazione si è passati alla cattiva informazione. Da un pubblico che decideva di non ascoltare ciò che gli veniva proposto dai media tradizionali, siamo arrivati a un popolo di persone informate non si sa bene come e non si sa bene perché, convinto spesso di cose false. Ciò che guida questo stato di manipolazione è soprattutto la convinzione di essere liberi e detentori di un sapere onesto e puro. A farne le spese sono soprattutto i sistemi politici nel loro complesso, ma la salute delle nostre opinioni ne risente in via prioritaria.
Se la mancanza di informazione era un danno chiaro, oggi l’abbondanza di informazione non costituisce una cura, anzi rischia di dimostrare tutti i suoi limiti. Crea una società disgregata, che discute di cose differenti da prospettive diverse, senza avere un terreno comune di fatti accettati come veri. Una torre di babele di linguaggi, opinioni, considerazioni che assomiglia più a una punizione divina che a un’evoluzione matura della modernità.
La cittadinanza è caduta in una crisi di senso e fatica a fronteggiare la moltiplicazione incessante di informazioni prive di canali di certificazione (un editore riconoscibile, un direttore responsabile, una verifica accurata) che la porta solo alla disgregazione. Garbage in, garbage out dice un detto inglese: se si legge spazzatura, si pensa spazzatura, si potrebbe chiosare.
Il superamento di questa crisi è ancora lontano, ma siamo arrivati a un primo punto di consapevolezza sui rischi che questo processo comporta; il cittadino più informato non è il cittadino meglio informato e i danni che ciò provoca alla creazione di una comunità, attraverso la sua opinione pubblica, sono ancora difficili da vedere in tutte le sfumature.
