L’asse del MagaLe affinità tra Trump e Meloni dovrebbero preoccuparci

Non rassicura sentire la nostra presidente del Consiglio elogiare, ricambiata, le scelte autoritarie del leader della Casa Bianca, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

Associated Press / LaPresse

Dal punto di vista di Giorgia Meloni, il tanto sospirato incontro con Donald Trump nello studio ovale è stato un indubbio successo. Secondo il New York Times, la nostra presidente del Consiglio si è «dimostrata abile» nel gestire un faccia a faccia con il padrone di casa: «Nessuna richiesta che avrebbe potuto portare a una sfuriata come quella che ha dovuto affrontare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, solo elogi per Trump e odi alle sue cause preferite», come la lotta contro l’immigrazione e la cosiddetta ideologia woke.

Inutile domandarsi come avrebbe reagito lei se a suo tempo Barack Obama, ricevendo Matteo Renzi, avesse detto che l’Italia è un alleato finché c’è lui al governo, come Trump ha candidamente dichiarato a proposito della leader di Fratelli d’Italia. Ma i nostri sovranisti ultimamente sono diventati meno sensibili al tema dell’autonomia e dell’indipendenza nazionale. Tutti gli sforzi di Meloni sono stati diretti chiaramente a guadagnarsi il ruolo di portavoce di Trump in Europa e al tempo stesso di ambasciatrice dell’Unione europea presso la Casa Bianca. A giudicare dalla sostanza, almeno per quanto possiamo saperne finora, si direbbe che Meloni abbia avuto più fortuna nella prima che nella seconda veste.

Dal punto di vista dell’Europa, sulla questione centrale dei dazi, risultati concreti non sembrano infatti essere stati raggiunti. Ciascuno può valutare da sé il tono e il significato dell’apertura di Trump al riguardo: «Certo che ci sarà un accordo commerciale, vogliono moltissimo fare un accordo, e lo faremo. E sarà un accordo equo». Meloni ha invitato Trump in Italia e lasciato intendere che in quell’occasione (o comunque sulla sua scia) potrebbe esserci un incontro anche con le autorità europee, che finora il presidente americano ha ostentatamente ignorato. La presidente del Consiglio ha detto di voler fare «the West great again», ma è stata anche attenta a non dare mai l’impressione di voler scavalcare l’Unione europea e ha persino timidamente ricordato che è stata la Russia ad aggredire l’Ucraina, salvo aggiungere subito che ora bisogna guardare avanti e sostenere pienamente gli sforzi diplomatici di Trump.

Alla fin fine, la valutazione sull’esito dell’incontro di ieri dipende, ancor più che dal nostro giudizio su Meloni, dall’opinione che abbiamo di Trump e di quello che sta facendo. Sia in politica internazionale, con l’impegno diplomatico tanto elogiato da Meloni, sia in politica interna. Cioè con il totale cedimento alle richieste e alla narrazione di Vladimir Putin da un lato e dall’altro con il tentativo di trasformare il governo degli Stati Uniti in un sistema sempre più oligarchico e autocratico sul modello russo-ungherese.

Personalmente, non ho trovato molto rassicurante sentire il capo del governo italiano elogiare, ricambiata, le politiche di Trump, proprio nei giorni in cui il presidente americano sta imponendo la più impressionante torsione autoritaria mai vista nella storia degli Stati Uniti (vedi, a proposito di immigrazione, per citare solo l’ultimo episodio, il caso dello scienziato francese rimpatriato dopo un incredibile controllo dei contenuti delle sue chat sul telefonino). Ma a giudicare dai pareri e anche dai silenzi di buona parte della stampa italiana, evidentemente, sono io a essere troppo diffidente. Almeno spero.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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